Santiago Posteguillo.

INVICTA LEGIO. Parte 1.

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Titolo originale: Las Legiones Malditas.
Traduzione di: Claudia Acher Marinelli e Adele Ricciotti.
2015 - EDIZIONI PIEMME - Milano.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Lui si chiama Publio Cornelio Scipione, ma i posteri lo conosceranno con un solo nome: l'Africano. A lui - in un momento terribile per la Repubblica - il compito di rimettere la Storia sulla retta via e proteggere Roma dalla minaccia pi grande: quella di Cartagine.
Ma i nemici si annidano anche a Roma, dove il senatore Quinto Fabio Massimo, con un colpo da maestro, obbliga Scipione ad accettare una missione apparentemente senza speranza: condurre le legioni V e VI, le cosiddette legioni maledette stanziate in Sicilia, in una campagna contro Asdrubale Barca, fratello di Annibale. Cos Quinto Fabio Massimo pianifica, in realt, di disfarsi dell'Africano. Ma il giovane Scipione ha pi di una freccia al suo arco, e una disfatta apparentemente certa si trasformer nell'inizio di un trionfo senza pari.
Da un autore da un milione di copie solo in Spagna, una saga straordinaria, che fa rivivere con maestria le gesta dei grandi di Roma, consegnandoci un romanzo epico e di grande respiro, come la Storia stessa.
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L'AUTORE.
Santiago Posteguillo  nato a Valencia nel 1967. Filologo e linguista, insegna letteratura inglese all'universit Jaume I.
Invicta Legio  il secondo romanzo della trilogia su Scipione, cominciata con L'Africano e di grandissimo successo in Spagna. Piemme ha pubblicato nel 2013 anche L'Ispanico, primo episodio di una trilogia successiva, dedicata a Traiano.
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Questo libro  un'opera di fantasia. I fatti storici narrati sono liberamente interpretati dall'autore.
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Alle prime parole di Elsa. Ai meravigliosi occhi di sua madre.
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Dramatis personae.
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Publio Cornelio Scipione, l'Africano, protagonista di questa storia, generale d'armata delle truppe romane distaccate in Hispania e in Africa, console nel 205 a.C., proconsole nel 204, 203 e 202 a.C.
Emilia Terza, figlia di Emilio Paolo, moglie di Publio Cornelio Scipione
Lucio Cornelio Scipione, fratello minore di Publio Cornelio Scipione
Pomponia, madre di Publio Cornelio Scipione
Gaio Lelio, tribuno e ammiraglio al comando di Publio Cornelio Scipione
Lucio Emilio Paolo, figlio di Emilio Paolo, due volte console e caduto a Canne; cognato di Publio Cornelio Scipione
Cornelia maggiore, figlia di Publio Cornelio Scipione
Publio, figlio di Publio Cornelio Scipione
Cornelia minore1, figlia pi piccola di Publio Cornelio Scipione
Netikerty, schiava egizia
Calino, schiavo al servizio di Lelio
Icetas, pedagogo greco
Quinto Fabio Massimo, console negli anni 233, 228, 215, 214, 209 a.C., censore nel 230 a.C. e dittatore nel 217 a.C., principe del Senato e ugure a vita
Quinto Fabio, figlio di Quinto Fabio Massimo, pretore nel 214 a.C. e console nel 213 a.C.
Marco Porcio Catone, protetto di Quinto Fabio Massimo, questore
Claudio Marcello, console nel 222, 215, 214, 210 e 208 a.C.
Quinzio Crispino, pretore nel 209 e console nel 208 a.C.
Claudio Nerone, console nel 207 a.C.
Quinto Cecilio Metello, console nel 206 a.C.
Publio Licinio Crasso, console nel 205 a.C.
Gneo Cornelio Lentulo, console nel 201 a.C.
Gneo Ottavio, proconsole nel 201 a.C.
Gaio Lentulo, praetor urbanus
Lucio Marcio Settimio, centurione e tribuno al servizio di Scipione
Mario Giuvenzio Tala, centurione e tribuno al servizio di Scipione
Quinto Trebellio, centurione e tribuno al servizio di Scipione
Sesto Digizio, ufficiale della flotta romana
Gaio Valerio, primus pilus della V legione
Silano, tribuno al servizio di Scipione
Gaio Albio Caleno, centurione della guarnigione di Sucro
Gaio Atrio Umbro, centurione della guarnigione di Sucro
Marco Sergio, centurione della VI legione
Publio Mazieno, centurione della VI legione
Pleminio, pretore di Rhegium
Decimo, centurione rinnegato al servizio di Annibale
Attilio, medico delle legioni romane
Marco, proximus lictor al servizio di Scipione
Quinto Fulvio Flacco, vecchio senatore incline alle idee di Fabio Massimo, pretore nel 215 e 214 a.C. e console nel 237, 224, 212 e 209 a.C.
Gneo Bebio Tanfilo, tribuno della plebe
Marco Pomponio, pretore e senatore
Marco Claudio, tribuno della plebe
Marco Cinzio, tribuno della plebe
Indibil, capo celtibero
Mandonio, capo celtibero
Tito Maccio Plauto, commediografo e attore
Nevio, scrittore, amico di Plauto
Ennio, scrittore
Livio Andronico, scrittore
Casca, impresario teatrale
Aulo, attore
Annibale Barca, figlio maggiore di Amilcare, generale delle truppe cartaginesi in Italia
Asdrubale Barca, fratello minore di Annibale
Magone Barca, fratello minore di Annibale
Asdrubale Giscone, generale cartaginese
Annone (1), generale cartaginese in Hispania
Annone (2), generale cartaginese in Africa
Maarbale, generale in capo della cavalleria cartaginese sotto il comando di Annibale
Imilce, moglie iberica di Annibale
Sofonisba, figlia di Asdrubale Giscone
Siface, numida dei Massili, re della Numidia occidentale
Massinissa, numida dei Massili, generale di cavalleria, figlio di Gala, re della Numidia orientale
Bucar, ufficiale numida al servizio di Siface
Ticheo, al comando della cavalleria numida di Annibale in Africa
Filippo V, re di Macedonia
Antioco III, re di Siria e signore di tutte le province dell'Impero seleucida
Epifanio, consigliere di re Antioco III
Tolomeo V, re d'Egitto
Agatocle, tutore di Tolomeo V
1. A Roma le donne portavano solo il nome della propria gens; in questo caso, entrambe appartenevano alla gens Cornelia, da cui il loro nome. Non ricevevano invece un praenomen come gli uomini, quindi all'interno di una famiglia si distinguevano grazie ad appellativi come maggiore o minore. [N.d.A.]
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Proemio.
Si fas endo plagas caelestium ascendere cuiquam est,
mi soli caeli maxima porta patet.
[Se  mai lecito che un mortale ascenda ai regni degli di, solo per me si aprono le grandi porte del cielo.]
Parole attribuite a Publio Cornelio Scipione dal poeta Ennio nei suoi Elogia
Publio Cornelio Scipione aveva soltanto ventisei anni quando accett il comando delle truppe romane in Hispania. Suo padre e suo zio erano morti nel corso della guerra senza fine che Roma aveva ingaggiato contro Cartagine, e a Scipione tocc in sorte di capeggiare una delle pi stimate, ma anche pi invidiate, famiglie di Roma nel bel mezzo dei terribili alti e bassi di quel conflitto. Data la sua giovane et cerc il sostegno dell'amata moglie Emilia Terza e del veterano Gaio Lelio, un ufficiale che gi in passato aveva promesso al padre del giovane Scipione di proteggere suo figlio e di combattere al suo fianco per il resto della vita. Publio Cornelio Scipione poteva contare sul sostegno di valorosi ufficiali che vedevano in lui la reincarnazione del padre e dello zio, entrati ormai nella leggenda dopo aver guidato per anni i soldati romani contro le milizie di Annibale; tuttavia al giovane generale non mancavano certo nemici temibili: sul campo di battaglia, Asdrubale e Magone, fratelli di Annibale, e il generale punico Giscone erano in procinto di riunire i loro tre eserciti per massacrare le legioni romane di stanza in Hispania, mentre, in una Roma percorsa dagli intrighi, il vecchio senatore Quinto Fabio Massimo cercava di sfruttare l'interminabile guerra per eliminare tutti gli avversari politici, tra i quali spiccavano gli Scipioni. Sullo sfondo di questo scenario tumultuoso, le passioni e le ambizioni di Plauto, il famoso commediografo, di Netikerty, una bella schiava egizia, di Sofonisba, figlia di un generale cartaginese, di Massinissa, un re senza trono, di Siface, monarca tanto lascivo quanto astuto, o di Imilce, la sposa iberica di Annibale, altro non erano che tessere di un intricato rompicapo la cui fastosa complessit poteva essere decifrata solo dall'acuta intelligenza di Quinto Fabio Massimo e dal notevole intuito dello stesso Scipione.
Nel frattempo continuava a incombere la minaccia dell'onnipotente Annibale, che aspettava il momento opportuno per lanciare il suo attacco pi letale. E intanto, in Sicilia, esiliate per sempre, la V e la VI legione vennero dimenticate da tutti. Erano composte da legionari demoralizzati, indisciplinati, ridotti in miseria, senza provviste n tribuni a guidarli, perch rappresentavano la vergogna dei Romani: erano gli sconfitti di Canne, i soldati sopravvissuti e fuggiti, poi condannati all'esilio da una Roma risentita, per la quale quegli uomini incarnavano l'essenza pi spregevole della disfatta e del fallimento. Ecco perch tutti chiamavano quelle truppe le legioni maledette. E soltanto un disperato poteva essere cos pazzo da assumerne il comando.
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LIBRO Primo.
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GLI INTRIGHI DI ROMA.
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209 a.C.
(anno 545 dalla fondazione della citt)
Qui periurum convenire volt hominem ito in comitium; qui mendacem et gloriosum, apud Cloacinae sacrum, ditis damnosos maritos sub basilica quaerito. Ibidem erunt scorta exoleta quique stipulari solent, symbolarum collatores apud forum piscarium. In foro infimo boni homines atque dites ambulant, in medio propter canalem, ibi ostentatores meri; confidentes garrulique et malevoli supera lacum, qui alteri de nihilo audacter ducunt contumeliam et qui ipsi sat habent quod in se possit vere dicier. Sub veteribus, ibi sunt qui dant quique accipiunt faenore. Pone aedem Castoris, ibi sunt subito quibus credas male. In Tusco vico, ibi sunt homines qui ipsi sese venditant, vel qui ipsi vorsant vel qui aliis ubi vorsentur praebeant.
[Se qualcuno vuole incontrare uno spergiuro, vada al comitium1. Se poi vuole trovare un bugiardo e un millantatore provi al tempio di Venere Cloacina; e presso la Basilica cerchi i mariti ricchi dalle mani bucate. Sempre l ci saranno prostitute, alcune gi stagionate, e uomini pronti a negoziare, mentre al mercato del pesce ecco gli organizzatori di banchetti. Nella parte pi bassa del Foro camminano tizi rispettabili e ricchi, nella parte media vicino al canale quelli che si mettono in mostra. Al di l del lago i presuntuosi, pettegoli e malevoli che spudoratamente dicono male degli altri senza motivo, mentre sono loro ad avere mille difetti, questi invero da criticare. Pi in basso, nelle tabernae veteres, ci sono quelli che prestano denaro a strozzo. Dietro il tempio di Castore, ci sono certi a cui faresti male a dar subito fiducia. Nel Vicus Tuscus trovi uomini che si mettono in vendita, sia quelli che si voltano sia quelli che offrono ad altri dove voltarsi.]
PLAUTO, Curculio, vv. 470-485
1. Dove erano soliti incontrarsi i senatori prima delle riunioni del Senato.

1. GLI STENDARDI CONFICCATI NELLA TERRA
Sette anni prima della battaglia di Zama Lilibeo, Sicilia, agosto1 del 209 a.C.

Avanzava barcollando da una parte all'altra. Dal gladio, una spada ormai arrugginita e senza filo, che accompagnava con suono metallico gli ondeggiamenti del proprietario, e dalla vecchia cotta di cuoio tutta sporca si intuiva che quell'ubriacone era o era stato un legionario romano. Con sguardo offuscato stava cercando un posto dove alleggerirsi e scaricare parte del liquido trangugiato. Come un cane si arrest accanto a due enormi pali di legno che, inermi, s'innalzavano davanti a lui.
Oh... questo  un... bel posticino... disse farfugliando a voce alta e scoppi a ridere. Quella risata echeggi, stridente, fra le tende che circondavano il luogo. Fece per urinare, ma non aveva ancora iniziato che si sent sollevare da terra con una forza inusitata. Con il membro scoperto, da cui ancora sprizzava il mediocre vino filtrato, fu gettato a diversi passi di distanza. Mentre rotolava al suolo, l'uomo lanci un urlo di dolore. Quando il suo corpo si ferm, appoggi le mani inzuppate di urina sulla polvere della strada che gli s'incoll alla pelle come una crosta di miseria. Si alz e cominci a imprecare rabbiosamente contro l'aggressore.
Per Castore e Polluce... per tutti gli di! Sei matto? Io ti ammazzo!
Il suo rivale non pareva affatto impressionato. Si avvicin piano, la spada sguainata, pronto a infilzarlo come un cinghiale allo spiedo da arrostire a fuoco lento sulle braci incandescenti di un fal.
Il legionario sbronzo mise mano alla propria arma. La sguain e la brand con gesti incerti. Fu allora che, in un istante di lucidit, riconobbe le phalerae di bronzo e i torques d'oro che pendevano al collo di Gaio Valerio, il primus pilus, primo centurione dei triarii, l'ufficiale di rango pi elevato della V legione di Roma, la legione esiliata in Sicilia. L'uomo si stava lanciando su di lui, la spada sguainata, con uno sguardo assassino. Che aveva mai fatto perch il centurione se la prendesse con lui a quel modo? Il legionario alz la spada per bloccare il pericolo che incombeva sulle sue povere ossa, ma non fu sufficiente contro il polso fermo del superiore. L'arma cedette all'urto e salt via, quasi senza deviare il colpo preciso assestato dal maturo ufficiale sulla spalla destra del legionario.
Un grido di dolore lacer l'alba nell'accampamento delle legioni romane V e VI, nei pressi di Lilibeo, sulla costa occidentale della Sicilia. I legionari uscirono a frotte dalle tende, in tempo per vedere come il primus pilus puniva uno di loro con un accanimento fuori del comune. Un centurione di rango inferiore si avvicin a Gaio Valerio e prov a calmarlo.
Basta cos, Valerio! Per Giove, lo ucciderai!
Valerio ribatt con la furia di una tigre: Questo idiota ha urinato sugli stendardi della legione!.
Un silenzio pesante s'impadron della folla di legionari. Il primus pilus stava per ammazzare uno di loro, ma aveva ragione: urinare sulle insegne dell'esercito era un atto inconcepibile e sacrilego.
Sono... sono ubriaco e... aaah... non sapevo cosa facevo...
Reso cosciente della terribile profanazione commessa a suon di colpi e sangue, il legionario ferito da Valerio gemeva e implorava da terra. Lentamente il primo centurione gir su se stesso, con gli occhi fissi su tutti i soldati che erano accorsi presso gli stendardi, al centro dell'accampamento. In quell'esercito esiliato, sradicato, dimenticato, non c'erano tribuni. Nessun altro che imponesse l'ordine. Dall'espressione dei suoi uomini il centurione intu che avevano compreso la gravit dell'offesa perpetrata dal commilitone. Nessuno osava pi intercedere. Valerio si volt verso la propria vittima e, prima che qualche altro ufficiale potesse aprir bocca, infilz di nuovo l'ubriaco e torse la spada, prima di estrarla, assicurandosi cos di causare il maggior danno possibile. Un grido secco, soffocato, pose fine all'operazione. Il legionario era stato giudicato, condannato e giustiziato. Il suo corpo inerme rest l, bocconi, sulla terra polverosa della Sicilia. I soldati a poco a poco si dispersero. Era l'ora della colazione. Ormai tra quelle truppe non suonavano pi le buccine, ma gli stomaci di tutti sapevano riconoscere l'ora di ogni stentato pasto.
Gaio Valerio rest da solo accanto al morto, vicino agli stendardi. Era stato lui a ordinare di conficcare le insegne in quel posto. Sembrava che le loro aste di legno sprofondassero nelle viscere della terra. Stavano l, arenate nel nulla, da pi di sette anni. Dalla terribile sconfitta di Canne. S, era quello il segreto del loro esilio, la macchia che impregnava le anime di tutti i soldati di quelle due legioni: erano i sopravvissuti alla disfatta di Canne. Troppo umiliante per Roma vederli vivi. La loro pena era stato l'esilio. Una punizione decretata da Quinto Fabio Massimo, cinque volte console di Roma, una volta dittatore. Una sentenza convalidata dal Senato riunito nella Curia. I tribuni sopravvissuti al massacro di Canne erano stati perdonati. Patrizi come lo stesso figlio di Fabio Massimo o il giovane Publio Cornelio Scipione, il suo amico Gaio Lelio e altri tribuni, con i quali il Senato era stato clemente. Ma i legionari e il resto degli ufficiali erano stati condannati a un ostracismo permanente: Finch Annibale sar sconfitto! avrebbe dichiarato Fabio Massimo.
Gaio Valerio si sedette accanto agli stendardi. Era sfinito. Non per lo sforzo, il centurione era vinto nell'anima. L'indisciplina iniziava a serpeggiare tra gli uomini. Vino, donne procurate con il denaro o la forza, saccheggi nei villaggi vicini, uomini che non avevano cura delle armi o le vendevano per un sorso di liquore, legionari senza uniforme, palizzate divelte per scaldarsi d'inverno, sentinelle che non stavano di guardia. A stento poteva contare su un gruppo di uomini di fiducia che mantenevano un certo ordine in quel caos di disonore e corruzione. E nella VI legione le cose andavano anche peggio. Da un bel po' ormai Marco Sergio e Publio Mazieno, i centurioni al comando, avevano ceduto alle pressioni dei subordinati e consentivano razzie, furti e stupri in tutto il territorio. Anzi, ora erano loro stessi a guidare le spedizioni di saccheggio che seminavano il terrore nella regione. Dal canto suo, Valerio si sforzava di mantenere un minimo di ordine e dignit nella V legione, ma il compito era arduo. Quelle due non si potevano pi definire legioni romane. Erano selvaggi abbandonati a se stessi, uomini senza speranza n capi. La guerra proseguiva intorno a loro, ma nessuno ne reclamava la presenza su nessun fronte.
In Hispania combatteva il giovane Scipione; in Italia, il figlio di Massimo lottava contro l'esercito di Annibale, come facevano gli altri tribuni perdonati: sembrava che tutti avessero ricevuto l'opportunit di redimersi, tranne loro. La V e la VI legione di Roma erano state condannate a marcire fino a quando tutti le avessero dimenticate.
Avevano supplicato il console Marcello, dopo la sua conquista di Siracusa: avevano visto in lui un uomo pronto a intercedere per loro. E Marcello lo aveva fatto. Era un generale clemente e la loro lenta tortura lo aveva impietosito, ma il vecchio Fabio Massimo aveva respinto qualsiasi possibilit di perdono per quei soldati macchiatisi a suo dire di codardia e disonore. Da allora nessun altro generale si era pi interessato alla loro sorte. Roma avrebbe vinto o perso quella guerra, ma piuttosto che ricorrere alle legioni maledette la citt sul Tevere avrebbe fatto uscire di prigione i condannati a morte, liberato e armato i suoi stessi schiavi o arruolato legionari quasi bambini. Qualsiasi uomo, per quanto vile e inesperto, agli occhi di Roma era migliore dei soldati delle legioni maledette.
Gaio Valerio sent che qualcosa lo accecava. Una delle phalerae gli rifletteva la luce del sole sul viso abbronzato. Il veterano sorrise con un senso di pena. Sul petto gli pendevano le vecchie decorazioni, a testimonianza del valore dimostrato contro i pirati dell'Illiria o i Galli del Nord. L sembravano del tutto fuori luogo. Eppure lui si impegnava, caparbio, a lucidarle ogni mattina. E ora aveva appena ucciso uno dei propri uomini, cos ubriaco da non sapere nemmeno cosa stesse facendo. Tutto ci non aveva senso. Perch nutrire ancora la speranza di una redenzione?
Seduto sulla secca terra di Sicilia, si schiar la voce con forza. Sput per terra. Chiuse gli occhi. Un legionario gli si avvicin esitante. Teneva in mano una ciotola con il rancio. Valerio annus in silenzio. Percep l'aroma intenso della pasta di carrube che consumavano per colazione. Da diversi giorni mangiavano sempre la stessa cosa, ogni mattina. Quello era cibo per buoi, ma i rifornimenti da Agrigento o Siracusa erano in ritardo sine die. Le sue missive di reclamo non avevano ottenuto risposta. Apr gli occhi, prese la ciotola che gli porgeva il legionario e inizi a mangiare disciplinatamente con il cucchiaio di legno d'ordinanza. Non aveva fame, ma doveva dare il buon esempio.
1. Qui si fa riferimento ai mesi del calendario moderno, ma bisogna tener presente che all'epoca il calendario romano si regolava sui cicli lunari, aveva solo dieci mesi e in seguito altri due aggiunti all'inizio, pi uno da intercalare all'occorrenza per mantenere l'armonia con il susseguirsi delle stagioni (vedi il calendario del cap. 14). [N.d.A.]

2. PUBLIO CORNELIO SCIPIONE.
Carthago Nova, Hispania, agosto del 209 a.C.

C' molto sangue disse il generale Publio Cornelio Scipione. Aveva appena ventisei anni e la sua giovane et era quasi un insulto per i subordinati, eppure tutto era cambiato dalla conquista di quella citt. Dalla caduta di Carthago Nova. Molto sangue ripet il giovane generale, come se parlasse tra s e s. Dietro di lui Lucio Marcio Settimio, un tribuno veterano di quarant'anni, lo ascoltava con rispetto.
Cal il silenzio.
I due camminavano sulle mura settentrionali della citt, conquistata appena qualche giorno prima. Marcio pens che il generale si aspettasse una spiegazione.
Era pieno di cadaveri, mio generale. Hanno finito di portare via i Cartaginesi morti solo ieri.
Publio si ferm e si volt di colpo, guardando in faccia il navigato tribuno.
Marcio, quella che si  tenuta qui dev'essere stata una battaglia tremenda. Trebellio si  conquistato meritatamente la corona muraria e ora, vedendo questo, sono felice di avergli concesso una simile onorificenza. Lo stesso vale per Digizio e per quanto ha fatto insieme a Lelio sulla muraglia meridionale. Il giovane generale diede di nuovo le spalle al tribuno e continu a parlare con tono distante, assorto.  stato un combattimento glorioso, ma anche doloroso sia per loro che per noi...
Marcio non sapeva bene cosa aggiungere. N se dovesse aggiungere qualcosa. Il giovane generale torn a fissarlo.
Avevo un buon piano, Marcio, un piano perfetto. Solo cos abbiamo potuto conquistare questa citt in sei giorni, ma senza il vostro coraggio, il tuo, quello di Lelio, il coraggio di Trebellio e Digizio... senza il vostro sangue, ci non sarebbe stato possibile. Ed  la prima volta, Marcio, in cui credo che abbiamo una possibilit: i Cartaginesi sono il triplo di noi, ma io ho ufficiali migliori, soldati migliori.
Senza volerlo Marcio gonfi un poco il petto. Era evidente come il giovane generale fosse capace di far sentire tutti a loro agio, importanti, rispettati. Che differenza con il vanitoso Nerone, a cui era stato affidato il comando temporaneo in Hispania dopo la morte in battaglia di Gneo e Publio Cornelio Scipione, zio e padre dell'attuale generale! Lo osserv con attenzione, mentre il nuovo condottiero delle legioni romane scrutava l'orizzonte dall'alto della muraglia. Il generale riprese a parlare.
Bisogna accelerare i lavori per alzare queste mura. Dobbiamo farlo, e in fretta.
Ce ne stiamo occupando, generale, ma non credo che i Cartaginesi attaccheranno tanto presto...
Scipione lo interruppe. Anche loro non si aspettavano che noi attaccassimo e ora sono morti. Fa' che accelerino i lavori, Marcio. Se occorre, usa il doppio degli uomini.
D'accordo, mio generale. E Marcio scese dalle mura per trasmettere gli ordini ai suoi legionari.
Publio Cornelio Scipione rimase a scrutare il paesaggio umido e paludoso della laguna dall'alto della muraglia settentrionale di Carthago Nova. Tutt'intorno decine di legionari si affannavano a radunare ancora pi pietre e malta per esaudire gli ordini del loro generale: alzare quel settore delle mura di altri venti piedi per proteggere in tal modo la citt appena conquistata da un'eventuale rappresaglia dei Cartaginesi.
Publio corrugava la fronte e strizzava gli occhi nel vano sforzo di scoprire qualche pattuglia punica in lontananza, ma non si vedeva niente. Per il momento i Cartaginesi si erano limitati a rispondere col silenzio e con una quiete sempre pi fastidiosa al suo eroico assalto alla capitale della regione. Tutto quell'ampio territorio altro non era che terra nemica fino all'interno, dove si trovavano le grandi miniere d'argento, verso sud e persino pi a nord. Solo alcune piccole fortificazioni e qualche insediamento della costa erano fedeli ai romani: la riconquistata Sagunto, per quanto indebolita e in rovina, e l'accampamento militare di Sucro, voluto dallo stesso Scipione per proteggere le proprie vie di rifornimento a nord dell'Ebro. Soltanto l, una volta attraversato il grande fiume, aumentavano le forze favorevoli a Roma, ma pur sempre con un confine incerto e permeabile agli attacchi punici organizzati. E poi c'era Tarraco, la capitale romana in Hispania, dove sua moglie incinta e la loro figlioletta aspettavano con ansia di rivederlo.
Erano mesi che le aveva lasciate l, ben protette, per quanto fosse possibile in quel territorio ostile alla causa romana. E se i Cartaginesi erano ostili, non meno lo erano gli Iberi, abitanti originari del Paese. Troppi nemici, troppi pericoli e risorse limitate.
Pensava che la conquista di Carthago Nova avrebbe scatenato la collera di Asdrubale, il focoso fratello di Annibale, e lo avrebbe indotto a qualche azione sconsiderata contro la citt caduta, un assedio di cui avrebbe approfittato per indebolire i Cartaginesi, ma niente di tutto ci era accaduto. Asdrubale aveva incassato la perdita di Carthago Nova con intelligenza e si era trattenuto, in attesa di attaccare i Romani in campo aperto, dove i suoi uomini erano tre volte pi di loro.
Publio abbass lo sguardo e sospir. Il conflitto in Hispania si stava dimostrando assai pi complicato di quanto aveva immaginato. Al momento l'unica cosa che poteva fare era ricostruire e rafforzare le fortificazioni di Carthago Nova, lasciarvi una guarnigione abbastanza forte da resistere a qualsiasi attacco e ripiegare verso nord dalla costa, passando per Sucro e Sagunto, fino a raggiungere l'Ebro e poi Tarraco con le sue due legioni, le sue uniche due legioni.
Gli occorrevano rinforzi. Aveva bisogno di rinforzi come un albero ha bisogno d'acqua per vivere. Aveva bisogno che Gaio Lelio, inviato a Roma con un ricco bottino di prigionieri e tesori provenienti da Carthago Nova, convincesse il Senato di quanto fosse indispensabile inviare nuove truppe in Hispania: altre due legioni. Tutto l. Cos poco e insieme cos tanto. Due legioni in pi e l'Hispania sarebbe stata sua. Senza rinforzi, invece, i Cartaginesi, ormai consapevoli del suo coraggio, non si sarebbero fidati a entrare in battaglia con lui prima di aver riunito i loro tre eserciti, quello di Asdrubale Barca, quello di Magone Barca e quello di Asdrubale Giscone. Soltanto allora gli si sarebbero lanciati contro, sferrando un unico attacco mortale e definitivo. Senza rinforzi avrebbe dovuto condurre una guerra di attacchi e ripiegamenti dai risultati incerti e spossante per i suoi uomini.
Scosse la testa. No. Non sarebbe andata cos. C'era Lelio. Al Senato. Forse ci sarebbe riuscito. Almeno una legione. S. Si sforz di sorridere. S. Avrebbe ottenuto i suoi rinforzi. Doveva pensare cos. Altrimenti non gli sarebbe rimasta che la speranza in un intervento favorevole degli di, che al contrario avrebbero potuto anche abbandonarlo lasciandolo morire in quelle terre crudeli, com'era accaduto al padre e allo zio tre anni prima. Forse era l'occasione giusta per un sacrificio. Male non avrebbe fatto e ai legionari piaceva, dava loro sicurezza.
Publio Cornelio Scipione inizi a scendere dalla muraglia. Era seguito dai lictores. Al suo passaggio tutti si scansarono e lo salutarono con deferenza. Bench fosse di gran lunga troppo giovane per vantare il comando di due legioni, si era guadagnato la lealt di tutti grazie alla propria abilit di stratega, al coraggio dimostrato in battaglia e anche al fatto che girava voce che gli di lo proteggessero. Era l'unica spiegazione dinanzi al prodigio di aver conquistato una citt inespugnabile in sei giorni soltanto, senza che nessuno all'interno avesse tradito, aiutandoli, ma con la semplice forza dell'attacco intrapreso. Gli di stavano dalla sua parte, di ci i suoi uomini erano convinti, e Publio lo leggeva nei loro occhi. Non aveva mai fatto nulla per smentire tale convinzione. In quel momento, per, lui si sentiva pi perso, pi solo che mai. Lelio, il suo uomo migliore, era lontano e lui si sentiva abbandonato, bench Lucio Marcio Settimio - che gi aveva combattuto con il padre e lo zio - si fosse sempre dimostrato un tribuno fedelissimo. Forse avrebbe dovuto mandare Marcio al Senato. Gli sembrava pi abile con le parole, ma si fidava pi di Lelio. Del resto, con il bottino e i prigionieri di Carthago Nova, non sarebbero servite molte parole per persuadere i senatori. Simili prove avrebbero spalancato le porte ai rinforzi. S, certo, c'era Fabio Massimo. Quinto Fabio Massimo. Publio fece una smorfia. Massimo aveva gi rifiutato rinforzi al padre e allo zio, nonostante le loro vittorie iniziali in Hispania; e ora le spoglie di suo padre e suo zio giacevano in quelle terre, dopo due tremende disfatte frutto del tradimento e della mancanza di risorse, senza aver ricevuto nemmeno gli onori funebri che spettavano ai proconsoli romani.
Publio, figlio e nipote di consoli, si sentiva amareggiato e solo. Senza il padre e lo zio, ormai morti, senza il suo miglior ufficiale Lelio, inviato a Roma, senza un figlio maschio. Su di lui ricadeva tutto il peso della storia impressionante di una delle pi potenti famiglie romane. La responsabilit lo opprimeva. Aveva una figlia, Cornelia, ma serviva un maschio per conservare il clan, la familia, la sua storia. Emilia era incinta. Aveva celebrato la buona notizia bevendo con Lelio, poco prima che partisse per Roma. Tutte le sue speranze si concentravano nella gravidanza dell'amata Emilia. Magari stavolta sarebbe stato un maschio.
Giunse ai piedi della muraglia e si avvi per le vie della citt, diretto alla grande porta orientale che dava accesso all'istmo. L si stavano esercitando le truppe. Non aveva concesso nemmeno un istante di ozio ai suoi uomini, nonostante la grande vittoria conseguita. Li voleva forti e pronti. Tuttavia aveva permesso loro di bere un po' di vino la sera, ma con moderazione, di frequentare donne e mangiare a saziet. In tal modo i soldati si sentivano trattati bene e, al contempo, erano preparati e disposti all'attacco o alla difesa, a seconda delle circostanze.
L'andatura di Publio si fece pi baldanzosa. Non voleva mostrarsi scoraggiato davanti ai legionari. Quando camminava per la citt o tra le truppe, tutti gli occhi erano puntati su di lui. Il modo in cui appariva, il suo portamento, la sua sicurezza erano importanti. Glielo avevano insegnato il padre e lo zio. S, forse avrebbe avuto un figlio maschio, e magari Lelio sarebbe tornato con i rinforzi. La speranza si stagliava all'orizzonte. Tutto era possibile.
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3. L'AMICO DI PLAUTO.
Roma, settembre del 209 a.C.
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Tito Maccio Plauto aveva deciso di passare per il Foro. Di solito preferiva evitare quel tragitto e costeggiare il centro della citt, ma era presto e pensava che non avrebbe incontrato quasi nessuno. Entr nel Foro da nord, attraversando le tabernae novae dove macellai e pescivendoli stavano iniziando a esporre le loro mercanzie. L'olezzo di carne cruda e pesce fresco era pungente, ma non lo infastidiva pi di tanto. Ormai era un rinomato autore teatrale, un commediografo, come solevano enfatizzare non senza una certa ironia alcuni suoi colleghi autori di tragedie, di teatro serio, decoroso come dicevano loro. Plauto era cresciuto tra le ristrettezze e la miseria, e l'odore della plebe non lo spaventava. Quella gente che trasportava cinghiali sventrati e appendeva polli infilzati su grandi ganci di ferro era la stessa che lo acclamava la sera a teatro, gli dava da vivere e aveva fatto s che la sua vita cambiasse.
Si lasci alle spalle le tabernae novae e attravers il Foro in perpendicolare. Al centro della grande spianata s'imbatt in un nutrito gruppo di liberti, che si affollavano gi di primo mattino intorno alla statua di Sileno o Marsias, come lo chiamava il popolo. Gli schiavi affrancati dai padroni e quelli che riuscivano a comprare la propria libert rispettavano l'usanza di recarsi in visita alla statua: passando accanto alla vite, all'ulivo e al fico che crescevano l nei pressi, si avvicinavano alla creatura di pietra fino a sfiorare il pileus, il berretto frigio simbolo della libert appena conseguita. Da quando la citt si era vista costretta a ricorrere agli schiavi per integrare i suoi eserciti nell'interminabile guerra contro Annibale, la processione dei liberti davanti a quella statua era quintuplicata.
Plauto super la folla e raggiunse l'altro lato del Foro. L, nelle tabernae veteres, i cambiavalute iniziavano ad aprire le loro piccole attivit, scrutando a destra e a manca con occhi nervosi, sempre scostanti, sempre timorosi di un furto o di un inganno. Plauto aveva avuto un amaro assaggio delle loro attivit di prestito, quando in passato aveva dovuto farvi ricorso per il fallito tentativo di commerciare in stoffe. I banchi dei cambiavalute erano cresciuti di numero man mano che si ampliavano i domini di Roma; e anche adesso, nel bel mezzo della guerra contro Annibale, i servizi di cambio e crediti vari erano pi necessari che mai.
Avanzava con passo lento, in parte perch il peso dei suoi quarantun anni iniziava a farsi sentire e in parte perch era tranquillo. Verso di lui Roma non era pi la citt crudele che lo disprezzava, una citt nelle cui strade un tempo si era trascinato mendicando l'elemosina o qualcosa da mettere sotto i denti. Tutto ci apparteneva al passato. Come sembravano diverse le cose, adesso! Eppure quella guerra minacciava di travolgere tutto. Nove anni di combattimenti. Battaglie nelle quali si era trovato coinvolto lui stesso per poter sopravvivere. Con un sorriso tirato ricord l'arruolamento nell'esercito di Roma come membro delle truppe ausiliarie, dirette verso nord insieme alle legioni per arrestare l'avanzata di Annibale. Di quei tempi rammentava con nostalgia soltanto l'amicizia con il giovane Druso, in realt il suo unico amico. La guerra era crudele e fredda. Quell'alba fatidica, sulle rive del lago Trasimeno, non avevano avuto nemmeno il tempo di scorgere da dove arrivasse il nemico, nella fitta nebbia del mattino. Il destino dei legionari era da sempre nelle mani di avventurieri patrizi che mettevano a repentaglio le vite dei soldati senza cognizione di causa n motivazioni valide. Erano state pi di dieci le legioni decimate da Annibale e diversi i consoli morti. Gaio Flaminio o Emilio Paolo erano i caduti pi illustri, ma insieme a loro avevano perso la vita decine di senatori. Quel pensiero lo fece sentire un po' meglio, mentre vicino alle tabernae veteres aspettava l'arrivo del suo nuovo amico: Nevio.
Gneo Nevio era un autore di tragedie e di poesia epica un po' pi anziano di lui, che aveva assaporato il successo molto prima di lui. Plauto lo stimava perch era uno dei pochi scrittori che vedevano nelle sue commedie qualcosa di pi che un mero passatempo per il popolino. Intravide la figura corpulenta di Nevio, coronata da una testa quasi pelata, che dal piazzale del Comitium attraversava il Foro con andatura pesante, facendosi largo tra la folla di liberti accalcati davanti al Marsias e raggiungendo i banchi dei cambiavalute. Plauto gli and incontro e lo sorprese da dietro, mentre Nevio osservava i liberti in coda dinanzi alla statua del dio frigio.
Sembrano felici disse.
Nevio riconobbe la voce dell'amico. Gli rispose senza sussultare, con tono pacato e lo sguardo fisso sugli schiavi affrancati da poco.
Poveri liberti. Ancora non sanno che vanno incontro a qualcosa di peggio della schiavit.
Che intendi dire? indag Plauto.
Nevio si volt verso di lui.
Tu, s, proprio tu, dovresti saperlo meglio di altri: prima erano schiavi e campavano male,  vero, ma adesso sono soltanto carne da combattimento per questa guerra infinita, truppe ausiliarie mandate in prima linea, i primi a cadere feriti o morti.
L'altro assent. Con il pensiero torn ai suoi trascorsi nell'esercito. E cerc di cacciare i ricordi funesti scuotendo la testa.
Sembra una contraddizione, ma hai ragione: meglio schiavo che legionario. Certo, poi c' anche di peggio.
Peggio di cos? Stavolta era l'amico a non capire.
S, per tutti gli di: essere un calon, lo schiavo di un legionario.
Nevio gett la testa all'indietro mentre scoppiava a ridere.
Per Giove, Plauto, hai ragione, superi sempre te stesso. Non mi stupisce che a Roma le tue commedie trionfino. Schiavo di un legionario, le due disgrazie peggiori riunite, non ci avevo pensato.
Plauto si guard intorno con la coda dell'occhio. L'amico, che stava ancora ridendo, aveva alzato troppo il tono della voce.
Forse non dovremmo parlare di queste cose in pubblico...
Al contrario, ribatt prontamente Nevio dovremmo parlarne molto di pi e sempre in pubblico, anzi dovremmo menzionare simili questioni davanti al nostro pubblico, nelle nostre opere.
Plauto vide avvicinarsi una pattuglia di triumviri che, a quell'ora, erano di ronda nel Foro. Erano apparsi da dietro il tempio di Castore e stavano attraversando la spianata diretti verso di loro. Si guard ancora intorno. Erano stati denunciati da qualcuno? Cos in fretta?
Siamo in guerra, Nevio, e criticare l'esercito  pericoloso osserv, senza smettere di sorvegliare il tragitto dei triumviri.
Il suo interlocutore annu, poi per si ribell a quelle parole.
Anche vivere  pericoloso, caro Plauto. Certo,  particolarmente pericoloso criticare l'esercito, i senatori, i patrizi e i consoli. Nulla che sia collegato al potere pu essere criticato, perch siamo in guerra. Un ordine delle cose ideale... per chi comanda. Eppure proprio tu, mio caro amico - non negarlo, perch lo ricordo benissimo -, hai scritto: opulento homini hoc servitus dura est, hoc magis miser est divitis servos.  duro essere schiavo di un potente, che terribile disgrazia essere servi di un ricco!
S. Ho esitato prima di scriverlo. E da quando l'opera viene rappresentata, sono preoccupato al riguardo. A volte ho la sensazione che mi sorveglino. E fece un cenno alle spalle di Nevio. I triumviri... vengono verso di noi.
Nevio si volt lentamente. I soldati si stavano avvicinando con passo deciso. I due amici trattennero il respiro. I legionari li superarono con andatura veloce, senza fermarsi. Erano diretti alla Curia Hostilia, dove si riuniva il Senato di Roma.
Per Giove, sei riuscito a innervosire anche me! esclam Nevio lasciando uscire tutta l'aria trattenuta per qualche secondo. Tu sei matto e per di pi ti credi il centro del mondo: pensi forse che i triumviri non abbiano altro di cui occuparsi che quello che scrivi nelle tue opere?
Scusami, ma a volte mi sembra che stiamo giocando con il fuoco. Ho molti dubbi a proposito di questa riunione.
Nevio gli mise un braccio intorno alle spalle.
Caro Plauto, nessuno dice che non sia pericoloso, ma dobbiamo parlare. Innanzi tutto tra noi, tra quanti in questa citt sanno le cose; e poi, una volta d'accordo tra noi, dobbiamo parlare in pubblico, al pubblico. Non possiamo restare con le mani in mano, aspettando che tutti gli abitanti di Roma finiscano cadaveri sui campi di battaglia. All'inizio della guerra c'erano quasi duecentocinquantamila cittadini romani. Oggi sono appena duecentomila. Qual  il limite?
Da questo punto di vista... immagino che in effetti dovremmo cercare di preservare il nostro pubblico. Non possiamo perderli tutti, altrimenti nessuno verr pi a vedere le nostre opere.
Questa  buona! scoppi a ridere Nevio. Non ci avevo pensato: se muoiono tutti, resteremo senza pubblico. Aspetta solo che lo racconti a Livio: forse  l'unico argomento che pu persuaderlo. Di sicuro non ci ha pensato nemmeno lui. Su, andiamo, accompagnami e, per tutti gli di, con una faccia un po' pi allegra. Sembri colpevole di qualcosa, anzi di tutto, e sai bene che a Roma contano le apparenze.
Plauto si sforz di rilassare un poco l'espressione accigliata del viso, raddrizz la schiena e si allontan dal Foro in compagnia dell'amico. Lasciarono alla loro destra le tabernae veteres e scesero per le vie che si susseguivano parallele alla Cloaca Maxima, in direzione del Foro Boario dove a quell'ora si comprava e vendeva il bestiame. Il fetore delle grandi fogne romane e l'immagine degli agnelli destinati ai sacrifici si mischiavano in modo convulso nella sua mente. Quella era Roma: miasmi e bestie in vendita. Eppure aveva iniziato ad amare la citt che tanto l'aveva fatto soffrire. Le idee di Nevio, dal canto loro, proponevano di alterare quell'accenno di pace e stabilit che la sua vita aveva finalmente trovato proprio l. Una volta ancora, nella sua agitata esistenza, aveva paura. Sentiva che si stava di nuovo mettendo nei guai, ma come in altre occasioni si lasciava trascinare dagli eventi nonostante i presagi nefasti. Inoltre era certo che Casca, il suo protettore, colui che finanziava le sue opere, non sarebbe stato affatto contento di quell'amicizia con Nevio.
Attento!
Si sent afferrare per la schiena. Un carro trainato da cavalli stava passando quasi al galoppo, seguito da un altro veicolo. Non ebbe il tempo di vedere chi ci fosse sul primo carro, ma il secondo trasportava un ufficiale dell'esercito. Si trovavano all'incrocio tra il Vicus Tuscus e il Clivus Victoriae.
Qui bisogna sempre avere mille occhi comment Nevio. E tu, mio caro Plauto, sei sempre cos distratto!
Il commediografo annu.
Non dovrebbero permettere il passaggio di questi mezzi, a simili velocit, nel centro della citt.
A chi? A Catone, il protetto di Quinto Fabio Massimo? Nevio parlava e rideva insieme. Io voglio solo rendere pubbliche le mie critiche a questa guerra e tu passi gi a voler proibire la circolazione per Roma a uno dei suoi uomini pi potenti? Ecco perch mi piace parlare con te.
Sei sicuro che fosse Catone? chiese Plauto sottovoce.
Lui in persona dichiar l'amico. Ma sta' tranquillo, perch a quella velocit non possono certo sentire le critiche del popolo.
Ripresero il cammino. Nevio diede una pacca sulla spalla di Plauto, mentre si addentravano tra le bancarelle di bestiame del Foro Boario che attraversarono in fretta, infastiditi tra l'altro dal cattivo odore degli animali ammassati e dalla folla che si accalcava in ogni angolo. Proseguirono verso sud, lasciandosi alla sinistra il grande altare, l'Ara Maxima Herculis Invicti, eretta in onore dell'onnipotente Ercole. I due amici sapevano che l dietro si trovavano le prigioni del Circo romano, un luogo sgradevole da cui era meglio tenersi alla larga, anche se erano ben pi orribili le segrete delle carceri sotterranee scavate in tempi remoti vicino alla piazza del Comitium, pi lontano, a nord del Foro, dove avevano iniziato la loro camminata alla volta della casa del poeta Ennio.
Entrarono cos nei vicoli dell'Aventino e davanti ai loro occhi sfilarono i templi che gli antichi re e consoli avevano fatto innalzare in quel vecchio quartiere della citt decine di anni prima, in alcuni casi secoli prima: il tempio di Diana e quello della Luna, entrambi eretti dal re Servio Tullio; il tempio di Minerva, poi quello di Giunone Regina, costruito per ordine del console Camillo dopo gli avvenimenti dell'assedio di Veio, e per finire il pi recente tempio della Libert, fatto edificare da Sempronio Gracco meno di vent'anni prima. Plauto non pot trattenersi.
Tanta religione, tanti templi innalzati in onore di altrettante divinit che si ricordano cos poco di noi...
Ti sbagli, caro Plauto, qui ti sbagli. Si ricordano di noi ogni giorno e ogni notte. Solo che gli di si divertono a tormentarci. Ecco il perch di questa guerra, il perch di tanta sofferenza.
Plauto voleva controbattere all'affermazione sacrilega dell'amico, ma in fondo esaminando la sua stessa vita quella visione di Nevio sul ruolo delle divinit spiegava gran parte delle cose che gli erano accadute. Un pensiero lo impaur: e se ora che le cose gli andavano tanto bene ed era uno scrittore rispettato, amato dal popolo romano, gli di si fossero dimenticati di lui? Meglio cos. Si strinse nelle spalle in silenzio e segu l'amico. Era stanco. A casa di Ennio avrebbero trovato da mangiare e da bere in abbondanza. Carpe diem.
Arrivarono in pochi minuti. La casa del poeta era una piccola domus, quasi senza vestibolo, e infatti, non appena uno schiavo apr loro la porta e li fece entrare, si ritrovarono al centro dell'atrio. L furono accolti con affetto da Ennio, il giovane poeta che aveva accettato la proposta di Nevio di accogliere nella sua casa tutti gli scrittori importanti della citt per discutere di politica. Il che equivaleva a dire che intendeva contestare l'attuale corso degli eventi, ma espresso in modo pi garbato.
Ennio si era dato da fare: sui vari letti che formavano il triclinium avevano gi preso posto altri scrittori e tra loro spiccava l'anziana e rispettata figura di Livio Andronico, il pi attempato tra loro. E anche il pi conservatore. Plauto ramment le parole usate da Nevio per descriverlo: Un osso duro, anzi un osso vecchio e duro, meglio ancora un osso senza pi niente da rosicchiare. La risata di Nevio rimbombava ancora nelle orecchie di Plauto, ma quando vide il vecchio scrittore adagiato sul triclinio e intento a mangiare olive in attesa del pranzo organizzato dal giovane Ennio, non gli parve poi cos temibile. E invece alla fine della riunione tutti i timori di Nevio avrebbero trovato conferma.
Furono serviti lattuga e tonno come antipasti, un piatto principale a base di pollo e per finire dell'uva. Con la frutta inizi la lunga comissatio, o conversazione di fine pranzo, durante la quale Nevio non esit a esporre le sue idee: bisognava far capire al popolo che salasso rappresentasse quella guerra senza fine; la cosa migliore era provare a fermare una simile follia, incitare il Senato affinch concordasse una pace con Cartagine, disseminare le proprie opere di quel messaggio, diffonderlo a ogni rappresentazione finch non avesse fatto presa sul popolo. Plauto lo appoggi come pot. Ma le sue parole gli parevano goffe a confronto della raffinata retorica del collega. Quanto a Ennio, si avvalse del suo ruolo di anfitrione per proclamarsi neutrale nel dibattito e si limit a invitare gli altri partecipanti a intervenire con le loro opinioni, ma tutti tacevano e osservavano Livio Andronico. Per i poeti e drammaturghi l'anziano scrittore rappresentava ci che Fabio Massimo era per i senatori e gli altri uomini politici. Quando infine si schiar la voce per parlare, tutti smisero di mangiare frutta, di masticarla e alcuni smisero persino di respirare qualche secondo.
La guerra  un salasso, certo inizi Livio Andronico.  un fatto indiscutibile, ma questa guerra  stata iniziata da Annibale. Roma si difende. E pure questo  un fatto irrefutabile, che n le vostre parole n le mie potranno cambiare. Un simile argomento da solo, nelle mani di un senatore mediocre, sarebbe sufficiente per stemperare qualsiasi idea di una pace con Cartagine. E nelle mani di uno come Fabio Massimo, sarebbe un'arma cos potente da spazzarci via in un soffio, se ci opponessimo apertamente all'idea della guerra. Siamo solo scrittori, poeti. Intratteniamo il popolo, come fa con tanta abilit il nostro amico Plauto, o cantiamo le imprese dei nostri eroi, come sa fare tanto bene il nostro anfitrione. E guard Ennio, che gli rispose con un cenno di assenso. La guerra  inevitabile, la sua fine incerta. Roma, amici miei,  un enigma che si trova a un bivio. In questa guerra abbiamo perso cinquantamila cittadini. Nevio chiede quanti ancora ne dovranno morire prima che questa contesa abbia fine. Ecco cosa vi rispondo io: tanti quanti ne occorreranno per sconfiggere Annibale. E tutti, noi inclusi, se sar lui a vincere. Le parole hanno un certo potere, ma quello delle armi  assai superiore, e il tempo delle parole  finito nel momento in cui Fabio Massimo ha dichiarato guerra al cospetto del Senato di Cartagine. Ancora mi sorprendo che i Cartaginesi l'abbiano fatto uscire vivo da l, ma ora sto divagando... quella  un'altra storia. In conclusione, la mia risposta a quanto propone Nevio  che non sar io a iniziare a contestare i consoli e i senatori sulle modalit di questa guerra. Per quanto mi riguarda, mi limiter a scrivere, ad assistere alla rappresentazione delle vostre opere e a pranzare con voi, quando mi inviterete. Per questo sar sempre disponibile, per il resto mai. A quel punto si alz e si rivolse a Ennio. Ora dovete perdonarmi, ma la mia et mi obbliga a ritirarmi. Vi auguro una buona serata e, con il permesso del nostro anfitrione, vi lascio. Che gli di ci siano propizi.
Livio salut Ennio e si accomiat da tutti senza aggiungere un'altra parola.
Plauto vide la delusione dipinta sul viso del suo amico Nevio, che borbott sottovoce: Che gran bugiardo! Toglie il disturbo perch deve andare a puttane. E osa dire che  vecchio. S, solo quando gli fa comodo.
Ma Nevio aveva buoni motivi per essere deluso. Nel giro di pochi minuti il resto degli invitati scomparve. Il tentativo dello scrittore di alimentare la ribellione tra i suoi colleghi era caduto nel nulla. Plauto non pot evitare di sentirsi, in fondo, pi tranquillo. Aveva gi sofferto la fame, la miseria e la schiavit in passato, e aveva il terrore di rivivere una situazione simile. Forse, in fin dei conti, Livio aveva ragione. Ma, in ogni caso, provava compassione per il suo povero amico. Nevio pareva sconsolato. E per un istante Plauto temette che stesse tramando qualche follia.
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4. IL FUTURO DI LELIO.
Roma, settembre del 209 a.C.
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Il sole di fine estate colpiva implacabile la fronte sudata di Gaio Lelio, tribuno delle legioni di stanza in Hispania al comando di Publio Cornelio Scipione. Lelio si asciug qualche goccia che gli scivolava sulle guance con l'immacolata toga bianca che indossava. Non voleva che il sudore gli arrivasse alla barba, un fastidio per lui insopportabile. Ma non era il caldo a opprimerlo, quanto piuttosto l'insuccesso. Si era messo in ghingheri come si conveniva per presentarsi al Senato; tuttavia n i suoi abiti n i suoi argomenti o la grande conquista di Carthago Nova, e nemmeno gli ostaggi cartaginesi e il bottino ottenuto, avevano impressionato i senatori. O almeno non abbastanza da ricevere i rinforzi che il suo generale e amico Publio Cornelio Scipione gli aveva ordinato di ottenere. Il sudore era dunque il frutto agro dello sforzo vano di convincere un Senato sorprendentemente restio ad ascoltare le richieste di un generale vittorioso. Ci l'aveva sorpreso. Una cosa era che i senatori non volessero investire altre risorse dello Stato in imprese poco fruttuose, ma non era prassi frequente negare rinforzi dove la situazione iniziava a volgere al meglio, dopo diverse sconfitte terribili, e dove un generale romano stava reindirizzando il corso degli eventi.
Si ferm accanto alla pianta di fichi, detta Ruminal, al centro della spianata del Comitium, davanti all'edificio della Curia. Quello era il fico dove, secondo la tradizione, durante una delle sue leggendarie piene, il Tevere avrebbe depositato la cesta con Romolo e Remo, fondatori della citt. All'ombra di quella pianta mitica Lelio prov un misto di caldo e malessere. Sentiva di aver deluso il proprio generale. Per un istante temette persino che il giovane Scipione glielo avrebbe rinfacciato, poi scosse la testa: no, quella non sarebbe stata la sua reazione. Anche se frustrato e dispiaciuto per la decisione del Senato, come lo era lui stesso, Publio avrebbe cercato di non dargli troppa importanza. Il giovane generale avrebbe fatto qualche battuta, poi si sarebbe ritirato a preparare la sua nuova campagna in Hispania. Una campagna contro tre eserciti cartaginesi con le due esigue legioni di cui disponeva, cercando di stringere alleanze con le trib indigene, macchinando qualche nuovo piano, qualche stratagemma inaspettato e, quando tutto fosse stato ben congegnato, una sera Publio lo avrebbe chiamato nella sua casa di Tarraco per svelarglielo e chiedergli il suo parere. Cos sarebbero andate le cose. Lelio strinse le labbra, mentre contemplava il suolo e la sua mente veleggiava verso l'Hispania.
Gaio Lelio, l'inviato di Publio Cornelio Scipione? chiese alle sue spalle una voce d'uomo, acuta e gracchiante.
Si volt con un movimento lento, sicuro di s, un po' infastidito per essere stato interrotto nei suoi pensieri, mentre cercava di riprendersi dall'insuccesso appena raccolto al Senato. Girandosi, l'austero militare romano vide decine di magistrati, provenienti dal palazzo del Senato, alcuni riuniti in gruppetti nel Senaculum presso la Curia, altri le cui figure si perdevano gi per le strade di Roma. Davanti a lui stava un giovane che doveva avere l'et dello stesso Publio, ma con un'altra espressione sul viso e un aspetto del tutto differente: era magro, troppo magro, quasi cadaverico, con le sopracciglia aggrottate in attesa di ricevere una risposta.
S, sei Gaio Lelio si rispose da solo, dinanzi all'ostinato silenzio dell'altro. Ho aspettato che uscissi dal Senato. Sono Marco Porcio Catone e mi manda Quinto Fabio Massimo, console di Roma. Quin-to Fa-bio Mas-si-mo.
Il giovane messaggero ripet quel nome sillaba dopo sillaba, facendo uscire piano ogni singolo suono, con uno strano sorriso appena accennato sulle labbra sottilissime.
Gaio Lelio, com'era ovvio, riconobbe il nome del vecchio e abile senatore di Roma, cinque volte console e una volta dittatore della Repubblica, ora princeps senatus permanente in virt dell'et e dell'esperienza. Un uomo estremamente potente, rispettato dai colleghi e temuto dai nemici. Secondo alcuni, altrettanto temuto dagli amici. Con Fabio Massimo la questione era sapere se ti considerasse dalla sua parte o contro di lui. L'anziano senatore non sembrava incline alle mezze misure.
Cosa desidera il console? domand infine Lelio.
Catone attese qualche secondo con il sorriso sulle labbra. Stava ricambiando il silenzio ricevuto in precedenza. Lelio sapeva riconoscere il rancore negli occhi di un uomo e, senza dubbio, quello era un uomo profondamente vendicativo. L'avrebbe tenuto presente in futuro.
Bene disse quindi il giovane inviato, cancellando il suo sorriso con inusitata rapidit e riprendendo l'aspetto rigido e serio con la fronte corrugata. Fabio Massimo desidera incontrarsi con te in privato. Ci sono varie questioni dell'Hispania che lo interessano, oltre alla faccenda dei rinforzi negati dal Senato, ma desidera esporti le sue... proposte... a casa sua. O hai forse qualche impegno pi importante?
Non era una domanda. Erano molti anni che Lelio dava e riceveva ordini, e sapeva quando una domanda non ammetteva repliche. Cos la sua risposta fu obbligata.
Sono a tua disposizione.
Bene, allora seguimi.
Catone si volt e cominci a camminare a passo spedito in direzione opposta alla Curia, il luogo in cui si tenevano le delibere del Senato. Lelio lo segu. Erano scortati da vari schiavi con spade e pila tipici dei legionari. Era chiaro che quell'uomo non si fidava troppo delle strade di Roma. La domanda era se si fidasse di qualcuno in generale, oltre del console che lo mandava.
Attraversarono il Foro, superando la Cloaca Maxima il cui fetore si rivelava particolarmente sgradevole nel tardo pomeriggio. Lelio not l'acqua di scolo che scorreva lungo il canale e pens a quanto avessero ragione quelli che proponevano di chiuderlo una volta per tutte, ma la guerra imponeva agli ingegneri lavori e occupazioni pi urgenti della sanit e del benessere degli abitanti dell'Urbe.
Camminarono per altri duecento passi lungo Vicus Tuscus, una frequentata via parallela alla Cloaca Maxima, finch raggiunsero due carri trainati da cavalli e custoditi da tre uomini, fermi ad aspettarli all'incrocio con Clivus Victoriae. Catone sal sul primo dei carri, insieme al conducente e a un gigantesco schiavo che fungeva da guardia del corpo, e indic a Lelio di fare lo stesso sull'altro. Non appena fu salito, scortato da una guardia e da un altro cocchiere, il veicolo di Lelio si mise rapidamente in marcia dietro la carrozza di Catone. La loro velocit era tale che per strada quasi investirono due persone. Con sollievo di Lelio, uno dei due uomini era pronto di riflessi e trattenne il compagno, evitandogli cos di finire calpestato dai cavalli.
Quasi al galoppo, costeggiando il colle Palatino custodito dal tempio di Giove Vincitore, raggiunsero la porta Capena, a sud-est della citt, e si immisero sulla Via Appia. Dopo cinque minuti deviarono su uno dei tanti sentieri di terra che si dipartivano dalla strada romana, proprio prima di arrivare allo sdoppiamento di Via Appia e Via Latina. Avanzarono per un'altra ventina di minuti, prima di ritrovarsi su un colle in cima al quale si stagliava la sagoma di una villa immensa, circondata da varie case adibite ad abitazioni per gli schiavi, attorniate dal bestiame e da alti cipressi che si ergevano affilati come sentinelle perpetue di quella via: la villa personale di Quinto Fabio Massimo, una gigantesca tenuta dove Lelio pot respirare il potere che emanava ogni singola pietra, ogni finestra, ogni stanza di quell'ambiente maestoso. E pensare che Annibale si era accampato l vicino appena due anni prima.
Mentre si avvicinavano, osservava gli estesi vigneti che popolavano i pendii della collina. Senz'altro tra i pi grandi dei dintorni. Il che gli fece ricordare come la sua prima idea, all'uscita dal Senato, fosse stata di scolarsi un buon bicchiere di vino fresco e mitigare in quel modo la sensazione della sconfitta. Forse il vecchio senatore avrebbe avuto almeno la cortesia di offrirgli un po' di vino della propria vendemmia. Eppure qualcosa diceva all'ufficiale veterano che se Fabio Massimo invitava qualcuno a bere qualcosa in casa sua, quella coppa di vino avrebbe avuto un costo elevato. Si sentiva fuori posto in una simile situazione, ma rifiutare l'invito di uno degli uomini pi potenti di Roma, anzi no, del pi potente uomo di Roma, non sembrava una buona strategia per farsi degli amici in citt. Aveva fatto la cosa giusta: accettare l'invito, farsi portare dove volevano e ascoltare. Le circostanze e il suo buonsenso gli avrebbero suggerito come comportarsi durante l'incontro. Certo, forse c'era ancora un uomo altrettanto importante in citt: l'agguerrito senatore Marcello, console per quattro volte. S, non c'era dubbio, quei due uomini si disputavano il titolo di senatore pi rispettato o pi temuto di Roma. Solo che Marcello sembrava concentrare i propri sforzi sul campo di battaglia, davanti alle truppe di Annibale, mentre Massimo pareva ripartire le sue energie tra la guerra e gli intrighi per controllare Roma.
Lelio era ancora immerso nei suoi pensieri, quando fu accompagnato da varie guardie attraverso un primo recinto e poi alle mura che circondavano la grande casa del senatore. Arrivarono cos al vestibolo della villa e, infine, a un ampio atrio ornato di mosaici, realizzati per Fabio Massimo dai migliori artigiani dell'epoca. I mosaici rappresentavano varie scene in cui il proprietario dell'immensa domus sconfiggeva i pi disparati nemici di Roma. Su tutti spiccava un capolavoro di migliaia di tessere che ricreavano il primo grande trionfo celebrato dal senatore per festeggiare la sua vittoria sui Liguri nell'anno 521 ab Urbe condita, come recitava la didascalia del mosaico. Da allora erano passati, calcol Lelio, ventitr anni. In un angolo dell'atrio alcuni artigiani stavano lavorando con dedizione a un nuovo grande mosaico.
 qui, mio signore annunci Catone con tono prudente.
Fabio Massimo lo fiss dal suo triclinio.
Bene, caro Marco, inizi  arrivato il momento del giorno in cui comprare la volont di un uomo.
Catone annu, ma l'anziano console percep il dubbio nel gesto del suo giovane pupillo.
Tu, Marco, credi che quell'uomo sia incorruttibile, non  cos? Credi che niente al mondo possa spezzare la sua lealt verso quel nefasto giovane Scipione che dall'Hispania ci importuna con le sue azioni militari sempre pi stravaganti, vero?
Catone non voleva ammetterlo, ma in effetti in questa occasione dissentiva dal piano del proprio mentore.
Hanno trascorso molti anni insieme, fin dalla battaglia sul Ticino inizi a mo' di giustificazione. Ticino, Trebbia, Canne e ora la campagna in Hispania. Il campo di battaglia unisce gli uomini in maniera strana. E poi c' anche la promessa che il tribuno Lelio fece al padre del giovane Scipione, cio di proteggerlo sempre.
Il console lo ascoltava con attenzione. Bevve un sorso dalla coppa di vino che stringeva nella mano, poi la pos su un tavolino e parl.
Giovane Marco, il tuo giudizio  calzante: non c' nulla che unisca due uomini quanto condividere vittorie sul campo di battaglia e, pi ancora, sopravvivere insieme a una o, come nel loro caso, a varie sconfitte. Inoltre c' il giuramento cui accennavi e nemmeno questo  da sottovalutare. Niente affatto. Ma torniamo un attimo al campo di battaglia, l dove si forgia il destino degli uomini. I due uomini in questione, Scipione e Lelio, sono sopravvissuti a diverse sconfitte e tra queste alla peggiore di tutte, il terribile massacro di Canne. In ci ti do ragione: ci troviamo di fronte a un legame profondo tra i due, ma  qui che la tua esperienza si dimostra minore rispetto alla mia, caro Marco. Vedi: qualsiasi uomo pu essere corrotto, senza alcuna eccezione, anche il pi onesto, perch in un modo o nell'altro abbiamo tutti un punto debole. La sagacia di chi ti sta parlando risiede nella sua abilit a scovare il punto debole di qualsiasi uomo.  il compito pi difficile. Una volta scoperto quel punto, il resto  un lavoro da principianti, un compito quasi inappropriato per me, anche se me ne occuper io stesso, s che lo far, per tutti gli di! Ma ora fa' passare l'ufficiale: sar un piacevole passatempo chiarire quale sia l'ambizione o il dubbio o il sentimento che rende debole chi tu ritieni indomabile.
Catone assent e si avvi disciplinatamente a cercare Lelio, anche se una volta entrato nel tablinum, lontano dagli occhi del console, scroll la testa con forza in chiaro disaccordo con il suo mentore: quell'ufficiale non era una preda facile da cacciare. Era vero, tuttavia, che l'esperto console lo aveva sorpreso in pi di un'occasione, ma stava invecchiando e ormai era troppo anziano per agire con l'abituale maestria. In ogni caso, nel giro di poco si sarebbe visto chi dei due aveva ragione: in gioco c'era la volont di un uomo.
Lelio passeggiava nell'atrio, le mani dietro la schiena, e studiava con attenzione le suggestive pareti rivestite di tessere minuscole con tanto di battaglie, assedi, conquiste. Sembrava che il vecchio senatore non avesse fretta di comparire e di Catone aveva perso le tracce da quando erano saliti sui carri vicino al Foro. Senza dubbio quello di Catone era arrivato prima del suo, che aveva rallentato in modo deliberato la propria andatura, affinch l'inviato del console potesse avvisare Fabio Massimo del suo arrivo con un margine di tempo sufficiente. Lo immaginava mentre si sdilinquiva nel riferire con orgoglio di aver compiuto la missione.
L, in quel vasto atrio, quasi non c'erano piante, solo mosaici e affreschi. Anche i dipinti celebravano le glorie del potere acquisito dall'attuale console nel susseguirsi delle sue massime magistrature. Una pittura murale che ricopriva gran parte di una parete era invece tutta incentrata sulla vittoria di Fabio Massimo contro i Liguri del Nord. E cos via, con ogni dipinto, con ogni mosaico. Se lo scopo di tutta quell'ostentazione era far notare a chiunque attendesse nell'atrio la grandezza del padrone di casa e, al contempo, far sentire piccoli i visitatori, senza alcun dubbio risultava riuscito. Lo stesso Lelio, bench fosse tribuno, capo della cavalleria romana e persino ammiraglio della flotta in Hispania, non poteva non provare ammirazione e rispetto dinanzi a una vita di combattimenti e vittorie. Certo l non erano raffigurati i tanti episodi oscuri verificatisi durante i vari mandati del console, come le sue controverse campagne contro Annibale in territorio italico, i cui risultati per molti erano stati discutibili, come la strana battaglia nelle gole di Casilino.
Lelio si avvicin lentamente agli artigiani impegnati con il nuovo mosaico. Erano in tre: due giovani apprendisti e un artigiano pi vecchio, sulla quarantina, che esaminava in modo minuzioso le tessere appena depositate dai due allievi alla base del nuovo grande pannello sul pavimento. Si rivolse a lui.
E questa nuova opera a cosa  dedicata?
L'artigiano esperto si gir e, prima di rispondere, studi la figura di chi gli aveva rivolto la domanda. La robusta presenza dell'ufficiale romano gli parve degna di considerazione, cos si allontan di un paio di passi dall'opera e si piazz davanti a Lelio.
 dedicata alla presa di Tarentum per mano del console Quinto Fabio Massimo, signore di questa casa.
Lelio annu in segno di ringraziamento e osserv la parte gi elaborata. Il mosaico realizzato per met mostrava le mura di Tarentum che s'innalzavano sopra gli uomini e gli animali, mettendo in risalto quanto fosse inespugnabile quella fortezza. All'altra estremit dell'opera erano rappresentate in modo assai nitido le legioni comandate da Fabio Massimo nell'atto di assaltare la muraglia, bench il loro sforzo apparisse del tutto vano. L'ufficiale ebbe la tentazione di chiedere se anche i Bruzi che avevano tradito i Tarantini, aprendo le porte della citt per permettere al vecchio console la conquista della fortezza, sarebbero stati rappresentati nel mosaico, ma poi decise che non era il caso di infastidire gli artigiani che, in fin dei conti, non potevano far altro che eseguire il loro lavoro secondo le istruzioni ricevute.
Impressionante comment Lelio.
L'artigiano grad il complimento e si lanci in una spiegazione delle proprie tecniche a vantaggio di quel visitatore, ma di colpo una voce lo zitt impedendogli di godere di qualche minuto di gloria.
Da questa parte disse Catone, apparso di nuovo dal nulla. Ignorando gli artigiani si rivolse in modo secco a Gaio Lelio: Il console ti ricever in giardino.
Lelio si volt verso di lui. Quel giovane e scheletrico messaggero del console possedeva decisamente il dono della segretezza. Appariva e scompariva come un druido gallo nei boschi del Nord.
L'ufficiale romano pass dal tablinum che introduceva al peristilio porticato di due piani, che a sua volta circondava un bel giardino. Era un pomeriggio gradevole e il sole accarezzava quell'isola verde dentro la fortezza di marmo, pietra e mattoni. In un angolo, all'ombra di un immenso fico che svettava oltre il portico e impregnava l'aria del suo denso profumo, inconfondibile e rinfrescante, il vecchio console di Roma, adagiato su un triclinio, sorseggiava da una coppa con aria apparentemente distratta. Accanto a lui c'erano due belle schiave. Una reggeva un'anfora piena di vino, pronta a riempire la coppa del console a un suo cenno, mentre l'altra aveva un ampio piatto di ceramica pieno di frutti diversi, alcuni sconosciuti agli occhi di Lelio, tra cui risaltavano bei grappoli d'uva fresca.
Non c'erano altri triclini su cui accomodarsi, ma solo un austero solium di legno dallo schienale alto e dritto posizionato di fronte al console. Catone indic il sedile a Lelio e scomparve con la stessa misteriosit con cui era apparso. Tuttavia Lelio non si sedette. Prima si rivolse al console.
Ti saluto, Quinto Fabio Massimo, nobile console di Roma, che gli di ti proteggano e ti siano propizi.
Salve, salve inizi il console accompagnando le parole con un breve gesto della mano. Siediti, siediti pure. Un valoroso soldato di Roma  sempre il benvenuto in questa casa, sempre...
Gaio Lelio si sedette. Quel soldato lo aveva ferito, ma non era il caso di discutere con un passato dittatore, console per cinque volte. Che per di pi si fregiava del soprannome di Massimo, un appellativo ottenuto dal bisnonno di Quinto Fabio quando aveva sconfitto i Sabini, decine di anni prima. La famiglia Fabia aveva continuato a usare quel titolo che la faceva risaltare un palmo sopra gli altri. S, forse, per il console, Lelio raggiungeva appena la categoria del soldato. Inoltre la sua famiglia non era patrizia, e nessuno dei suoi antenati aveva esercitato la massima carica politica. Senza dubbio il console, oggi, riteneva di abbassarsi.
Gaio Lelio. Uomo leale a Roma. Gran combattente. Ha servito in numerose e difficili battaglie. Il console enumerava gli avvenimenti con molta calma. Varie sconfitte, come quelle del Ticino o del Trebbia... alcune vittorie, come la recente conquista di Carthago Nova. In qualsiasi caso, un uomo leale a Roma. Ed  proprio questa tua lealt che mi ha spinto a chiamarti oggi. Posso offrirti una coppa di vino?
Lelio pensava che quell'offerta non sarebbe mai arrivata.
S, con piacere. Fa caldo e sono certo che il tuo vino placher la mia sete, nobile console.
Una delle schiave gli porse una coppa, mentre una terza schiava arriv in giardino con un'altra anfora, diversa da quella del console, e lo serv. Il vino era buono, pieno, forse un po' amabile per i suoi gusti, troppo mischiato con l'acqua, ma forse il suo non era il nettare che si stillava nel corso dei banchetti e dei pasti senatoriali. Si chiese anche se quel vino fosse lo stesso che stava bevendo il console, o se magari quest'ultimo servisse vini diversi in funzione del rango dei suoi ospiti. Comunque era migliore di quello delle taverne. E a lui bastava. Quello che, invece, lo sorprese fu l'estrema bellezza delle schiave, la cui pelle era abbronzata dal sole. Tanta bellezza contrastava con la faccia rugosa del loro padrone, sul cui labbro inferiore vide emergere la protuberanza di una vecchia verruca che gli era valsa il soprannome di Verrucoso, nomignolo che per nessuno osava utilizzare in sua presenza.
L'ammirazione di Lelio per le schiave non pass inosservata agli occhi del console.
Belle, vero? Sono schiave sottratte ai pirati in Illiria. Giovani provenienti dall'Egitto, di sangue nobile, come ci rivel prima di morire il loro padrone. Quell'imbecille credeva di salvare la sua miserabile vita con questa confessione. Fabio Massimo bevve un altro sorso e allung la coppa perch venisse rabboccata. Una delle schiave provvide con diligenza. A ogni buon conto non  arrivato mai nessun messaggio da quei territori per reclamare le ragazze, cos me le sono tenute. Sono molto, come dire, compiacenti. Io sono severo, ma sembrerebbe che si sentano accolte meglio in casa mia che in Illiria.
Lelio osserv i segni delle frustate sulle parti del corpo che restavano scoperte, sugli avambracci e su parte della schiena, poich le giovani indossavano tuniche attillate nient'affatto romane e per nulla appropriate per una giovane donna, nemmeno per una schiava. Anche i loro sguardi tristi parevano contraddire le parole del console. Tuttavia non era il momento di offendere il vecchio senatore su questioni domestiche.
Belle, s. Un grande combattente come il console merita di disporre a suo piacere del bottino delle proprie campagne comment Lelio in tono conciliante.
S, in effetti, sono d'accordo con te. La distribuzione del bottino di guerra a volte pu rivelarsi fastidiosa. Mi ricordo una volta, contro i Liguri... Ah no, bisogna stare attenti agli anziani, perch ti stordiscono con le loro vecchie storie che ormai sono quasi leggende della storia di Roma. Ma parliamo di successi pi attuali, ad esempio in Hispania, o di un evento ancora pi vicino: parliamo di oggi al Senato. Immagino che sarai rimasto molto deluso.
Lelio rest in silenzio, mentre pensava a una risposta adeguata. La diplomazia non era il suo forte. Desider di non aver gi scolato la sua coppa. Ora gli serviva tutta l'agilit mentale di cui disponeva.
Be'... s... inizi titubante un po' s. Scipione ha ottenuto una grande vittoria e ora in Hispania si potrebbe ribaltare la situazione aggiunse gi pi sicuro con poche truppe supplementari...
Truppe di cui non possiamo fare a meno, per Giove! lo interruppe il console, gettando la sua coppa a terra. Una schiava s'inginocchi e inizi a pulire, ma Fabio Massimo batt le mani e le tre giovani scomparvero di corsa, lasciando un Lelio stupito e immobile da solo a fronteggiare l'energica reazione del senatore e console romano.
Mi spiace, non intendevo offendere il console...
Ma l'offesa c', perch la stupidit  la pi grande delle offese! Annibale, il pi grande nemico che Roma abbia mai avuto,  qui, nella penisola italica, e ci servono tutte le forze possibili per combattere quel selvaggio crudele e sanguinario che assassina e saccheggia ovunque. Non ce la facciamo a contenere i suoi continui attacchi. E se a chiederci altre truppe  uno Scipione dall'Hispania, posso capirlo; ma da un uomo fedele a Roma come te, Gaio Lelio... Questo invece ha deluso me.
Gaio Lelio non sapeva cosa rispondere. N aveva ben chiaro se il console si aspettasse una risposta.
Mio buon Lelio prosegu Massimo, rasserenando l'espressione del viso e con un tono di voce pi conciliante, non interpretare la veemenza delle mie parole come un attacco a un valoroso soldato romano, ma mi innervosisco nel vedere uomini leali a Roma, come te, attirati dalle follie propugnate da pazzi insensati come questo Scipione che difendi tanto. Il console studi l'impatto delle sue parole e di fronte al silenzio dell'interlocutore continu ad argomentare. So che stimi la sua persona, Lelio, e che lo credi un grande, cos come credevi fosse un grande suo padre. Ma, a essere sinceri, che cos'hanno fatto questi Scipioni per Roma? Perdere legioni. S, perdere legioni! Migliaia di cavalieri sul Ticino e migliaia di legionari sul Trebbia. E per finire l'immenso disastro dell'Hispania. S, ci hanno raccontato che i due Scipioni, il padre e lo zio dell'attuale Publio, combatterono fino alla morte, ma tutti sembrano aver dimenticato che con loro perdemmo legioni intere e per di pi fallirono nel loro obiettivo principale: evitare che i Cartaginesi aprissero una via di approvvigionamento dall'Hispania alla penisola italica per far arrivare viveri, armi e rinforzi ad Annibale. Al contrario, guidati da quella folle brama di gloria che scorre nel sangue della loro famiglia, guidarono le nostre legioni verso il pi totale annientamento. E ora il figlio si lancia alla conquista di altre citt. Quanti uomini sono caduti a Carthago Nova? Quanti? Mi risulta che persino tu fosti sul punto di perdere la vita in quel bagno di sangue. No, non dire niente ora. Ascoltami bene, Gaio Lelio. D'accordo,  stata presa una citt, per i tre eserciti punici stanno vagando ancora liberi in Hispania, in attesa del momento propizio per sferrare un attacco a Roma, riunirsi con Annibale e farla finita con tutti noi. Gaio Lelio, non riesci a vedere l'assurdit? In Hispania non  il momento di conquistare altre citt, ma di ammazzare i nemici di Roma, annientare quei tre eserciti punici e non passeggiare per la regione con aria spaventata, schivando i nemici senza affrontarli.
A quel punto Lelio tent di articolare una difesa. La presa di Carthago Nova aveva profondamente indebolito le alleanze dei Cartaginesi con le trib ispaniche, poich Scipione aveva liberato tutti i prigionieri iberici. E le sconfitte di suo padre e suo zio in Hispania erano state frutto del tradimento, dal momento che Celti e Iberi avevano abbandonato i Romani in pieno campo di battaglia...
S, Lelio, riesco a vedere la tua lotta interiore. Il console prosegu nella sua argomentazione con la stessa intensit che metteva nei discorsi davanti al Senato. Credi sinceramente all'abilit militare e strategica del tuo generale, ma in realt, pensiamoci un po' insieme, che cosa ha fatto il giovane Scipione per Roma? E prosegu quasi senza prendere fiato. Te lo dir io: ha salvato un console; azione meritoria, certo, ma chi ha veramente salvato quel console sul Ticino? Suo padre? Lui? O piuttosto tu, Gaio Lelio? Ho i miei informatori in loco. So che cos' successo da quelle parti. L'azione di un pazzo, giovane e inesperto, che si  salvato solo grazie al tuo intervento. Quanto a Carthago Nova, ti ho gi detto che cosa penso. Una perdita di risorse e rinforzi, una deviazione dall'obiettivo principale. E se  terminata con una svolta positiva, ancora una volta  stato grazie al tuo inestimabile intervento.
Il console tir un breve respiro, prima di continuare. Lelio era rimasto seduto. Reggeva la sua coppa vuota senza dire niente. Guardava per terra. Non capiva dove volesse arrivare Fabio Massimo. Molti di quegli argomenti erano gi stati utilizzati da vari membri del Senato quel mattino. Perch citarli ancora in casa sua per insistere sulle stesse questioni?
Caro Lelio. Un uomo leale, ecco cosa sei, e me lo hai dimostrato. Le buone divinit romane, per, non vogliono che gli uomini leali a Roma e alla sua causa si perdano in compagnia di generali confusi dai costumi e dalle lingue straniere importate dai loro famigliari...
Per Lelio quella allusione fu troppo. Il comandante romano si alz dal sedile e interruppe il console.
L'interesse di Publio Cornelio Scipione per il teatro e gli autori greci non intacca la sua lealt verso Roma che, come ho potuto constatare di persona,  il sentimento che presiede e dirige tutte le sue decisioni militari.
Lelio si ritrov davanti il console, adagiato sul triclinio, che lo fissava con intensit, le labbra strette, tese.
E a quel punto fu il console ad alzarsi lentamente. I suoi sandali ridussero in briciole i cocci della coppa rotta che non era stata raccolta. Fabio Massimo era un uomo alto, molto muscoloso per i suoi settantacinque anni, con uno sguardo penetrante e terribile, specie quando si sforzava di trattenere la collera, come in quel momento. L'ufficiale romano indietreggi fino a scontrarsi con il suo solium e si mise di nuovo a sedere. Si era lasciato trasportare dalle emozioni... e proprio davanti a Fabio Massimo. Deglut a vuoto. Nonostante la smorfia di disappunto, il vecchio console parl con voce dolce e melensa.
Lelio, Lelio, Lelio. La vita pu essere infinitamente difficile per un ufficiale romano in questi tempi di guerra, oppure sorprendentemente gradevole. C' poco spazio per le vie di mezzo. Se continui a seguire Scipione, finirai insieme a lui nella stessa tomba che scaver la sua follia, con ogni probabilit in qualche campo di battaglia in Hispania, perch Scipione non torner vivo da l. Ho consultato gli auspici, ho compiuto sacrifici speciali che solo i consoli possono fare. Tu sai che sono ugure a vita. So pi cose che il resto dei mortali, mio buon Lelio. Scipione non torner vivo dall'Hispania e quanti lo accompagnano nutriranno con i loro corpi gli avvoltoi di quella regione su un campo di battaglia desolato. Cos vogliono gli di, e cos sar.  questo il futuro che vuoi, Lelio, per te e per i tuoi?  cos che desideri essere ricordato, come il cagnolino da compagnia di un giovane pazzo, rovinato da pericolose influenze straniere?
Il militare lo guardava senza rispondere, mentre il console si faceva sempre pi vicino e intanto proseguiva il suo discorso.
O desideri forse una vita diversa, speciale, l'autentica vita di un senatore romano? Dimmi, Lelio, cos' che desideri, che muove le tue suppliche agli di, qual  la tua aspirazione, la tua massima ambizione?
Il console si ferm e batt con forza le mani. Le tre giovani schiave egizie riapparvero e si avvicinarono in fretta al vecchio Fabio. Lui batt di nuovo le mani e le tre, senza attendere altre istruzioni, s'inginocchiarono di colpo. Una delle schiave, la pi bella agli occhi di Lelio, si fer con i cocci della coppa che il suo padrone aveva gettato e che erano rimasti per terra. Lelio vide il sangue sgorgare da un ginocchio della giovane schiava, che per non gemeva n si lamentava. Lelio la vide chiudere gli occhi e soffocare il dolore, intriso della miseria di quella schiavit in casa di un vecchio crudele.
Desideri piacere, schiave fedeli, belle, ne desideri l'obbedienza, i favori, il loro corpo, la loro anima? Chi lavora con me pu avere tutto ci, se  quello che ti muove. Il console esaminava con il suo sguardo penetrante le reazioni del silenzioso interlocutore. Sei sopraffatto dal dolore represso di una giovane schiava, vero? Hai un cuore nobile, ripudi la sofferenza inutile. Ci ti rende onore. Ed  degno di rispetto. Vorresti salvare queste schiave dalla loro esistenza sotto il mio potere? S, te lo leggo negli occhi, eppure... non  questa la tua massima ambizione... Oppure s? Due battiti di mano e le tre schiave si alzarono. Con la stessa velocit e senza rumore com'erano entrate, scomparvero dietro i portici del giardino. Una delle tre si sforzava di dissimulare la zoppia, con una mano sul ginocchio. Ti piacciono il buon vino, la buona tavola. Tutto ci  degno di un capo, di un uomo leale allo Stato romano. Il migliore dei vini, questo ti piace. Non  male. Io stesso provo un autentico piacere dinanzi ai frutti di Bacco. Catone me lo rinfaccia: non a parole, ma leggo la disapprovazione nei suoi occhi. Tollera le mie debolezze perch sa che il mio fine ultimo  quello di servire Roma, proprio come il suo; ma devo ammettere che sarebbe gradevole avere qualcuno con cui condividere queste piccole debolezze. Catone  cos integerrimo da risultare noioso. E qui il console alz la voce indirizzandola verso il tablinum il cui accesso era coperto da una spessa cortina scura. Niente di personale, caro Marco, ma sei tanto retto... Poi si rivolse di nuovo all'ufficiale e continu: Lelio, tu puoi stare con me, con noi. Lottare per una Roma ripulita da influenze straniere. Il tuo comando, i tuoi uomini, il tuo coraggio al servizio di Roma, non di un giovane patrizio che cerca soltanto una vendetta personale in Hispania usando le truppe, i mezzi di cui avrebbe bisogno Roma per difendersi dall'invasore. Dimmi, Lelio, che cosa scegli? Roma o la follia? Roma, il favore degli di e del Senato, o la morte in una terra sconosciuta?.
Allora Lelio sfid con lo sguardo gli occhi indagatori del console. Voleva combattere in silenzio quel torrente di parole a cui non sapeva come rispondere. Voleva che il suo rifiuto di rispondere si trasformasse in provocazione. Non si sarebbe piegato. Niente avrebbe intaccato la sua lealt a Scipione. Niente.
Di colpo, come se gli avesse letto nei pensieri, l'anziano console vivacizz la propria voce con un tono che fece traballare la volont di Lelio.
Niente. Nessuna risposta. Sembra che non ci sia niente in grado di guarire il tuo accecamento, la tua ottusa fedelt a una causa persa. O... forse s? E il console annu con la testa, prima lentamente, poi sempre pi in fretta, mentre pronunciava la sua diagnosi. S, ora lo vedo: c' qualcosa che ti muove, Gaio Lelio, ed  pi forte di tutta la tua lealt. Per tutti gli di, come ho fatto a non accorgermene prima? Sto diventando vecchio, non c' dubbio. Pi di ogni altra cosa al mondo tu desideri essere un uomo nuovo, un uomo che diventa console, che arriva alle massime cariche dello Stato bench nessuno della sua famiglia ci sia riuscito prima di lui.  questa, nessun'altra, la tua grande aspirazione. E per essa sei disposto a mettere in gioco tutto, e credi che al folle comando di Scipione e con le sue vittorie inaspettate un giorno avrai quel riconoscimento, il consolato. Ora tutto torna. Ecco cosa ti spinge.
Lelio sent il cuore battere all'impazzata. Adesso presagiva dove sarebbe andato a parare il senatore.
Va bene, Lelio. Vuoi essere console, e console sarai. Te lo garantisce chi esercita per la quinta volta questa carica, il senatore pi potente di Roma, il princeps senatus, ma soltanto se oggi, qui e ora, farai una scelta saggia. Credo che ormai non servano altre parole. Voglio solo ricordarti che se scegli la fedelt a questo Scipione esterofilo, cos come ti ho garantito la massima carica dello Stato, con altrettanto impegno far s che n tu n alcuno della tua famiglia ottenga mai il consolato. Mai, Gaio Lelio. Mai e poi mai. E non finisce qui, perch mi occuper personalmente di rendere la tua esistenza a Roma e in tutti i suoi domini estremamente sgradevole.
Lelio metabolizz l'ultimo messaggio, le ultime parole del senatore. Ci vollero alcuni lunghi istanti, quasi infiniti, prima che l'ufficiale decidesse di alzarsi sotto lo sguardo attento del console.
Ho compreso benissimo la portata delle tue parole e ci che esse implicano. Sono davvero dispiaciuto che tu abbia una visione cos... cos distante, differente dalla mia in merito alle azioni del mio generale in capo, Publio Cornelio Scipione. E s, sei davvero molto sagace, n potrebbe essere altrimenti in qualcuno con la tua esperienza e intelligenza,  indiscutibile. S, la mia grande aspirazione  diventare console, un'ambizione che mi muove... ma sono voti reus, sono debitore alla promessa che feci al padre del giovane Scipione alla vigilia della battaglia del Ticino. Gli promisi che l'avrei difeso con la mia stessa vita, giurai che l'avrei fatto sempre e chiamai a testimoni gli di. Sar fedele alla mia parola, perch non posso fare diversamente.
Sembrava che il console non riuscisse a credere alle sue parole. Fino a che punto il giovane Scipione era capace di stregare chi lo seguiva? Mai nessuno gli aveva resistito cos a lungo. Che cosa vedevano in lui uomini coraggiosi come Lelio, disposti a seguirlo anche verso la fine orribile a cui senza dubbio li avrebbe condotti, come avevano gi fatto suo padre e suo zio con le legioni delle precedenti campagne in Hispania?
E dunque, Quinto Fabio Massimo, chiedo il permesso di lasciare la tua casa.
Il console non rispose. Si gir piano su se stesso e fece un rapido gesto di sdegno con la mano indicandogli di andare. Gaio Lelio mosse verso l'atrio, quando alle sue spalle risuon alta e solenne la potente voce del senatore.
Gaio Lelio, ricorda bene che voti reus si esprime anche con voti damnatus, voti condemnatus.  questa la strada che hai scelto.
Lelio si ferm un istante. Ascolt le parole e si volt verso il console. Ma il vecchio si stava gi allontanando a passi lenti attraverso il giardino, senza guardare indietro. Ora c'erano solo gli alberi, le piante, il dolce fruscio del vento tra i rami e i resti della coppa sparsi per terra. Un angolo di argilla macchiata dal sangue della giovane schiava brillava al sole. In quel preciso istante, senza sapere esattamente perch, come spinto da una forza sconosciuta, Lelio lanci un potente richiamo.
Un'ultima cosa, console di Roma! Un'ultima cosa! Poi rest in silenzio, in attesa di una risposta. E il console si ferm sui suoi passi. Avvolto dall'ombra del suo corpo, uno strano sorriso gli anim la faccia, ma l'anziano senatore si sforz di cancellare quell'espressione e mutarla in un volto corrugato, a met tra il sorpreso e l'infastidito, con cui si diresse di nuovo verso l'interlocutore di quell'intenso pomeriggio.
Non c' bisogno di gridare, e per di pi in casa d'altri. Soldato, non mettere alla prova la mia pazienza. Se hai ancora qualcosa da dire, dilla e poi vattene. Se vuoi cambiare decisione, questa  la tua ultima opportunit.
L'energia che aveva accompagnato le ultime parole di Lelio sembr dileguarsi a ritmi inaspettati dinanzi alla magnifica presenza del console. Tuttavia, pur consapevole di giocare con il fuoco, si rivolse ancora una volta al vecchio senatore.
S... s... c' ancora una cosa... La schiava... quella schiava...  in vendita? Pagher qualsiasi prezzo.
Il senatore non riusc a scacciare la sorpresa dal viso, anzi per un istante sembr che la sua risposta sarebbe stata all'insegna della collera e dello sdegno. Fabio Massimo non credeva alle sue orecchie.
Ti chiamo per parlare di gloria o di morte e tu, Lelio, pensi a fare spese? Forse segui quel matto di un generale perch sei matto come lui... Poi il senatore riflett e, prima di proseguire su quella linea, modific il proprio pensiero: gli restava un'ultima possibilit. Ma dici che mi pagherai tutto quello che chieder... Un momento.
Il senatore batt le mani. Le tre giovani schiave egizie riapparvero all'istante. Una arriv un poco in ritardo. Zoppicava e sanguinava ancora da un ginocchio. Le tre si fermarono dietro il console.
 lei,  Netikerty, che ha risvegliato i tuoi appetiti, Gaio Lelio? chiese il senatore indicando la giovane ferita. Netikerty, come le altre, era coperta a stento da una finissima tunica di lino bianco che faceva risaltare il bronzo scuro della sua pelle. L'abito arrivava appena alle cosce, lasciando scoperte le gambe snelle e affusolate. Non osava guardare n il console n Lelio, anche se parlavano di lei, e teneva gli occhi bassi. Hai buon gusto. Delle tre, Netikerty  senza dubbio la pi bella e la pi servizievole. Non so se sono sorelle, parenti o conoscenti. Non mi sono mai interessato di scoprire le origini o le parentele delle mie schiave, mi preoccupo solo di sapere quanto piacere sono in grado di dare, e Netikerty  tra le migliori, Lelio, tra le migliori. Poi smise di guardare la schiava e si rivolse all'ufficiale romano. Hai detto qualsiasi prezzo, vero? Bene. Sai gi quello che voglio. Non ho bisogno di denaro, ma mi interessa che ti allontani da quell'uomo della famiglia Cornelia. Ti esorto per l'ultima volta: resta qui a Roma, insieme a me. Combatti Annibale con me, Lelio, e sar lieto di cederti Netikerty. Pi semplice di cos! Posso sistemare le cose in modo tale da far credere a Scipione che sei costretto a fermarti qui. Posso fare in modo che il Senato reclami i tuoi servigi per combattere in Italia. Non sarebbe complicato. In qualche modo sei legato a un voto, s, ma se lo Stato si pronunzia in modo opposto,  la volont dello Stato che deve prevalere sugli interessi dell'individuo. Scipione comprender. Continuer la sua campagna in Hispania e far ci che vorr fare, qualunque cosa sia, mentre tu ti fermerai qui, sarai un generale vittorioso nella guerra contro Annibale, rispettato da tutti e... d'accordo... avrai la giovane, dolce e incantevole Netikerty tutta per te. Vieni, Netikerty, avvicinati, lascia che un futuro console di Roma possa vederti bene e assaporare tutta la sensualit che emani.
La ragazza avanz e si mise tra il vecchio console e Lelio. Continuava a tenere gli occhi bassi, nel timore di provocare l'ira del padrone e, insieme, per evitare di calpestare altri cocci e ferirsi ancora.
Ti do sei assi per la schiava fu la risposta di Lelio.
Sulla faccia del console torn ad aleggiare una rabbia appena trattenuta.
Lelio, sai bene qual  il prezzo che chiedo. Non umiliarmi offrendomi il povero salario di qualche giorno di paga di un legionario.
Scusami, hai ragione. Inspir e azzard una cifra sorprendente, che moltiplicava per venti il prezzo di qualsiasi schiavo. Ti offro trenta dracme.
Quest'uomo  matto da legare. La conclusione di Fabio Massimo era definitiva. Il male era che matti come quelli, al comando del giovane Scipione, potevano costituire un enorme pericolo per i nobili di Roma, per lo Stato, per il suo stesso figlio Quinto e per tutti i piani che aveva in mente, un pericolo per tutti. Il caso voleva che quell'uomo non accettasse quanto gli veniva chiesto. Stavolta fu il soldato a leggere nei suoi pensieri.
Non posso pagarti con la moneta che vuoi tu, console. La mia lealt a Publio Cornelio Scipione  irremovibile. Tuttavia questa schiava mi interessa. E mi interessa molto, al punto da offrire per lei un prezzo che mai nessun altro ti offrir. Se sei d'accordo, ho qui con me trenta dracme in monete d'oro coniate a Sagunto, parte dei miei profitti per la conquista di Carthago Nova. E allung il braccio offrendo a Fabio Massimo la borsa con l'oro.
Netikerty ascoltava in silenzio, tra il terrore per la possibile reazione del padrone e la sorpresa per l'offerta. I pirati che l'avevano rapita sulle coste egiziane l'avevano venduta per soli due assi ad altri, periti poi in una battaglia navale contro il vecchio console. Da quando stava a Roma, Netikerty aveva appreso il valore delle monete, insieme a molte altre cose, poche gradevoli e moltissime sgradevoli. Una dracma valeva dodici assi, quindi quell'ufficiale romano stava offrendo centottanta volte pi di quanto avevano pagato i suoi primi padroni e infinitamente pi di quanto aveva pagato per lei il padrone attuale: niente. A volte, durante qualche festa, un invitato ubriaco aveva rilanciato con il vecchio senatore fino a offrire dodici assi per lei. Ma l'ufficiale romano che ora offriva cos tanto non sembrava nemmeno ubriaco.
Vattene, soldato, vattene da qui e porta con te la tua promessa di fedelt a colui che presto sar un morto, vattene dritto alla tua tomba...
Lelio ritir lentamente la borsa da sotto gli occhi del console e si dispose ad assicurarla di nuovo alla cintura, ma il vecchio senatore prosegu.
Ma se desideri portarti via questa puttana per trenta dracme,  tua. Fammi vedere il denaro.
Lelio lanci la borsa all'altezza del petto del console, convinto che sarebbe caduta a terra per la mancanza di riflessi del vecchio senatore, ma con un'agilit fuori del comune per un uomo di et avanzata Fabio Massimo acchiapp la borsa al volo, l'apr ed esamin le monete al suo interno.
Netikerty, vattene con quest'uomo, con questo cadavere. Con tutto il denaro che mi ha dato se ne possono comprare trenta e passa come te. E con quelle parole, il console si volt e scomparve accompagnato dalle altre due schiave.
La ragazza rest immobile al centro del giardino, senza capire bene che cosa fosse appena successo. Allora fu l'ufficiale romano a parlare.
Vieni, seguimi. Andiamocene da questa casa.

5. IL LEONE IN AGGUATO.
Metaponto, Italia del Sud, settembre del 209 a.C.

Annibale leggeva con attenzione la tavoletta recapitatagli dai messaggeri arrivati dall'Iberia. Gli scriveva il fratello Asdrubale. Stava preparando ogni cosa. Avrebbe approfittato dell'inverno per organizzare una campagna contro il nuovo Scipione che si era impadronito di Carthago Nova. Deplorava la perdita della citt, ma assicurava al fratello maggiore che la primavera successiva avrebbe riunito le sue truppe con quelle del fratello minore di entrambi, Magone, e con quelle di Asdrubale Giscone, l'altro generale punico in Iberia. Con i tre eserciti riuniti, i loro settantacinquemila uomini e i quaranta elefanti avrebbero schiacciato il giovane generale romano.
Annibale pos la tavoletta per terra. Il tavolo grande, con tutte le mappe d'Italia, era troppo lontano. Asdrubale sembrava sicuro e prometteva di scendere in Italia seguendo il suo esempio e il suo itinerario, dal Nord. E Asdrubale manteneva sempre le sue promesse. Sarebbe venuto, quello era certo.
Tutto bene?
Era la voce di Maarbale, il nobile punico capo della cavalleria africana di Annibale. Il suo pi fedele ufficiale. Il suo confidente e, a volte, l'unico che osava discutere con lui. E, a sua volta, l'unico oltre ai fratelli di cui Annibale tollerava i dubbi.
Tutto bene rispose Annibale. Con l'aiuto di Baal, e soprattutto di mio fratello Asdrubale, le prossime campagne per Roma saranno dure. Molto dure.
Anche per noi aggiunse Maarbale, guardando le mappe dispiegate sul grande tavolo in legno di pino.
S, Maarbale, anche per noi, ma non ho mai detto che piegare Roma sarebbe stato semplice.
Maarbale accenn un sorriso.
No, non lo hai mai detto.
Il tono leggermente ironico non sfugg al generale.
Qualche problema, Maarbale?
Niente di speciale.  solo che...
Parla! Voglio sapere quello che pensi e quello che, secondo te, pensano gli uomini.
Incoraggiato da Annibale, Maarbale os esprimersi con maggiore libert.
Gli uomini, io, tutti ci sentiamo un po' come in trappola qui, rifugiati in un angolo nascosto d'Italia, mentre i Romani preparano nuove leve. Siamo inattivi da mesi.
Maarbale butt fuori tutto in un botto, senza neanche respirare. Invece sospir dopo aver terminato le sue frasi concise. Annibale lo osservava con la coda dell'occhio.
Siamo come un leone in agguato, Maarbale. Presto usciremo per la caccia, ma i leoni non si scomodano per un cucciolo di cerbiatto. Aspetteremo che appaia un grande cervo o, meglio ancora, un possente cinghiale.
I tuoi enigmi mi confondono.
 vero. Provo a dirlo in forma pi chiara: aspetteremo che arrivi un console. Sai gi che Marcello e Fabio sono sulla mia lista. Se  possibile, non li vorrei pi vivi quando Asdrubale verr dal Nord. Voglio che Roma, in preda alla paura, non abbia pi generali veterani ai quali ricorrere.
Maarbale annu.
E intanto?
Intanto, pazienza. Ma se gli uomini sono inquieti, usciremo a saccheggiare la regione e le pi vicine citt fedeli a Roma.
Maarbale annu di nuovo. Sembrava soddisfatto da quella risposta.
Un leone in agguato?
Annibale assent e raccolse da terra la missiva del fratello. La rilesse. Maarbale fece un rapido inchino, pensando fosse passato inavvertito, e lasci solo il generale in capo delle truppe cartaginesi in Italia. Annibale lo osserv uscire e not anche il suo gesto di riconoscenza con la coda dell'occhio. Quindi torn a concentrarsi sul messaggio di Asdrubale. Stava facendo i conti. Inverno di quell'anno. Preparativi. L'anno successivo Asdrubale si sarebbe lanciato contro Scipione e, in un modo o nell'altro, avrebbe rotto il blocco romano sull'Ebro per raggiungere la Gallia. Poi la traversata dei monti con l'esercito sarebbe durata vari mesi. Asdrubale ci avrebbe messo un paio d'anni per arrivare da nord. Il difficile era sapere esattamente quando. Era quella la chiave di tutto. Un punto fondamentale. Ed era ci che davvero lo preoccupava. Sapeva che il coordinamento tra i due eserciti cartaginesi, quello del Sud e quello che avrebbe portato il fratello da nord, era fondamentale per riuscire a imprigionare Roma con la terribile tenaglia di due temibili falangi africane, le grandi fauci di una fiera che si chiudevano su un nemico intimorito. Era un piano tanto semplice e insieme tanto smisurato: ripetere le stesse tattiche di Canne, ma non in uno spazio di una decina di stadi bens muovendosi su un intero ed enorme Paese. Se Asdrubale fosse stato all'altezza, era cosa fatta; sarebbe stato al suo stesso livello?
Conosceva il vincolo fraterno che li univa, la sua lealt e l'abilit, ma combattere contro Roma richiedeva un'astuzia estrema, millimetrica, fredda. Asdrubale aveva il sangue che bolliva molto in fretta. Annibale sorrise. Forse per vincere Roma, per metterla in ginocchio, ci volevano due Annibale, ma ce n'era uno solo.
E doveva bastare.
Ebbe voglia di giacere con una schiava e gli torn alla mente la bella meretrice di Arpi, ma come di sfuggita gli apparve il ricordo della sua sposa iberica Imelcea, o Imilce come l'aveva chiamata lui nei pochi giorni trascorsi insieme. La principessa degli Iberi, figlia del re di Castulo. Una bella ragazza, quasi una bambina, che aveva sposato ai tempi della conquista dell'Iberia nel tentativo di ingraziarsi i guerrieri di quel vasto territorio. Avevano passato solo qualche giorno insieme, dopo le nozze. Poi era arrivata la guerra. Che ne era di lei? L'aveva data in custodia ad Annibale Giscone. Non era un uomo affidabile, ma quando se n'era andato dall'Iberia gli era parsa una soluzione ragionevole. Il generale era un veterano con un certo prestigio, e voleva che i suoi fratelli fossero liberi da una simile responsabilit, quella di sorvegliare sua moglie, per potersi muovere a seconda delle circostanze in tutta l'Iberia, in Africa o, come sarebbe stato presto il caso, persino in Gallia e in Italia. Per di pi Imilce non era rimasta incinta. Non c'erano figli di cui prendersi cura. Se ci fosse stato un bambino, di sicuro avrebbe affidato la giovane a suo fratello Asdrubale, ma senza figli... Nessun figlio. Annibale sospir piano. Quello era un argomento di cui non si era mai occupato. Aveva sempre pensato a risolvere prima la questione di Roma, poi sarebbe venuto tutto il resto. I figli erano un'arma a doppio filo: ti davano forza, ma ti rendevano anche pi vulnerabile. Un figlio significava qualcosa per cui lottare, ma poteva trasformarsi anche in un ostaggio che ti impediva di combattere. Imilce, una giovane e bella principessa nel momento sbagliato. Tuttavia il matrimonio si era mostrato efficace nel suo obiettivo principale: migliaia di Iberi si erano arruolati nel suo esercito per invadere l'Italia e ora erano l con lui.
Annu in silenzio. Magari, se si fosse presentata l'occasione, avrebbe risarcito quella ragazza. Era servita ai suoi fini. E si era mostrata docile. Il generale cartaginese sorrise con un filo di tenerezza. La notte delle nozze, la poveretta era terrorizzata. Lui l'aveva trattata con dolcezza. La giovane non sapeva nemmeno muoversi. Quanto erano diverse le notti passate ad Arpi con quella voluttuosa meretrice! Eppure, dopo tanto tempo, il viso che ricordava, il profumo che gli riportava la memoria, il tocco morbido della pelle che chiudendo gli occhi poteva quasi sfiorare, erano quelli della giovane principessa iberica. Scosse la testa e riapr gli occhi. Stava diventando vecchio e nostalgico. Malinconico. Non aveva figli, la principessa degli Iberi era molto lontana e aveva una guerra di cui occuparsi.
Gli occhi caddero di nuovo sulla tavoletta che teneva in mano. Il messaggio di Asdrubale non riferiva direttamente nessuna notizia negativa a proposito del generale Giscone, ma c'era una frase che lasciava trapelare una certa tensione tra le linee: Riunir i tre eserciti per la prossima campagna. C' da sperare nella collaborazione di Magone e Giscone. Cos aveva scritto Asdrubale. I tre fratelli erano unghia e carne, quella frase era rivolta a Giscone. C' da sperare nella sua collaborazione. Il solo fatto di scriverlo equivaleva a manifestare un dubbio. Con ogni certezza Asdrubale non aveva voluto essere pi esplicito per iscritto, dal momento che la tavoletta trasportata da un messaggero poteva andare perduta, cadere nelle mani del nemico o, peggio ancora, nelle mani di amici di Giscone. Annibale conosceva le ambizioni di quest'ultimo. Un generale che avrebbe potuto essere il capo dell'esercito punico, se non fosse stato per i Barca, prima il padre Amilcare e poi lo stesso Annibale. E Imilce era sotto la sua sorveglianza. Che l'avesse tradita? All'epoca gli era sembrato meglio lasciarla l, come baluardo del suo passaggio in Iberia, un segnale del suo possibile ritorno. Ne aveva sentito la mancanza, per motivi militari, alla vigilia della battaglia di Canne. Le truppe iberiche erano insicure, insoddisfatte per l'assenza di provviste dopo due anni di feroci lotte in Italia. In quei giorni aveva rimpianto la decisione di non aver portato con s la giovane principessa iberica, perch pensava che la sua presenza avrebbe contribuito a rafforzare il vincolo con gli Iberi. Poi, per, era arrivata la grande vittoria di Canne e i soldati iberici si erano mostrati felici ed entusiasti di essersi arruolati in quell'esercito. Annibale sospir di nuovo. Imilce doveva badare a se stessa. In ogni caso Giscone se ne sarebbe preso cura, almeno finch lui fosse stato in vita. Se non altro per mantenere i rapporti diplomatici con le trib iberiche. L'altra questione era pi delicata: sapere fino a che punto Giscone avrebbe agito in accordo con Asdrubale e Magone. Era peggio avere qualcuno intento a minare l'unit dall'interno che essere circondato da nemici feroci. Asdrubale doveva agire con cautela.

6. NETIKERTY.
Roma, settembre del 209 a.C.

Lelio lasci la villa di Quinto Fabio Massimo sullo stesso carro che lo aveva portato fin l. Ai suoi piedi, rannicchiata e intimorita, stava Netikerty, con una mano sulla ferita. Il militare si lev la toga e la cedette alla schiava perch vi avvolgesse il corpo seminudo. Lei la prese e si copr tutta, eccetto il ginocchio ferito. Aveva paura di macchiare quella bella toga con il suo sangue. Quel giorno l'avevano gi frustata una volta. Era stanca, dolorante e spaventata. Il cocchiere li lasci al Foro. Lelio e Netikerty scesero dal carro.
Seguimi.
La ragazza lo guard e annu. Sembrava che l'ufficiale romano non sapesse dire altro, ma la giovane egizia aveva imparato a suon di percosse e torture che in quella citt conveniva fare quanto ti ordinavano, per cui non esit un solo istante. Avvolta nella toga del suo nuovo padrone quasi fosse un mantello, lo segu attraverso il tortuoso labirinto delle strade di Roma. Quando si trovavano ormai vicini a quello che lei conosceva come il Macellum, un gigantesco mercato a nord del Foro, l'uomo svolt in una via pi stretta. Il tribuno si ferm davanti a una vecchia domus, l'unica eredit lasciatagli dai genitori, e buss alla porta. Subito venne ad aprirgli uno schiavo, che si inchin al suo cospetto. Lelio entr e si rivolse a lui.
Calino, accompagna questa ragazza a farsi un bagno e poi procurale panni puliti con cui tamponare la ferita alla gamba. Quando avrai finito di occuparti di lei, portami del vino. Ah, attenzione a non sfiorarle nemmeno un capello. Mi occuper personalmente di chi oser toccarla, e sai gi cosa significa.
Lo schiavo annu e condusse la giovane verso una delle stanze che davano sull'atrio. Netikerty, spaventata, cerc con gli occhi l'ufficiale romano, ma Lelio era gi scomparso nello stretto tablinum situato sul fondo del piccolo atrio. Allora la ragazza abbass gli occhi e segu Calino. Era ancora intimorita, ma s'accorse che lo schiavo manteneva le distanze e si rilass.
Lelio, finalmente solo, s'inginocchi davanti all'altare dedicato ai Lari e ai Penati, i numi tutelari della casa, e preg in silenzio. Quindi si sedette su uno sgabello nel tablinum in attesa che Calino gli portasse una bella anfora di vino fresco e una coppa. Sembrava che, infine, arrivato a sera potesse godersi un bicchiere di vino con un po' di tranquillit e di pace. Mentre assaporava il nettare, proveniente dalle poche viti campane sopravvissute a quella lunga guerra, valut la situazione: il Senato gli aveva negato i rinforzi che Publio aveva raccomandato con tanta insistenza di ottenere e, come se non bastasse, il console di Roma lo aveva maledetto augurandogli pi o meno la morte imminente. No, quella non era davvero la sua giornata. E per di pi, senza sapere bene come mai, aveva dilapidato gran parte del suo capitale nell'assurdo acquisto di una schiava che, bench bella, non lo era abbastanza per giustificare quanto l'aveva pagata.
Alla prima coppa ne segu una seconda. Una delle leggi sacre per Gaio Lelio. Bene, su quanto avvenuto non restava altro da fare che ricevere i rimproveri, forse persino la punizione che Publio avesse ritenuto opportuna, al suo ritorno in Hispania, per l'evidente incapacit di gestire i rapporti politici con il Senato. Quanto all'incontro con il console, meglio omettere di riferirlo al giovane generale. Certo, l'enorme timore che la persona di Scipione suscitava in un uomo potente come Fabio Massimo era curioso. E quell'insistenza nell'accusare il giovane generale di subire influenze straniere perch s'interessava alla cultura greca! Ormai era andata cos. Ora gli restava un secondo compito da assolvere: assistere alla messa in scena della nuova opera di quell'autore tanto famoso, forse gli aveva detto che era umbro, un certo Plauto che scriveva tragedie o commedie, non sapeva bene. Doveva assistere al debutto per poi riferire al generale di cosa trattava l'opera e qual era la reazione del pubblico.
Si vers un terzo bicchiere di vino. Lo sorseggi con piacere. Decise che quella sera si sarebbe ubriacato. Domani era un altro giorno, doveva iniziare a organizzare il suo ritorno in Hispania e informarsi sulla data della prossima rappresentazione di Plauto. Poteva riempire le imbarcazioni di cui disponeva con provviste e armi. Almeno questo lo poteva fare, se non gettava altro denaro al vento. Non erano due legioni, ma se non altro avrebbe mostrato a Publio di aver fatto quanto in suo potere. Avrebbe anche fatto visita a Lucio, il fratello di Publio. Aveva pensato di andare a trovarlo quel giorno, ma l'incontro con Massimo e il dispiacere per l'insuccesso in Senato lo avevano trattenuto. C'era ancora tempo per le visite. Del resto lo stesso Lucio avrebbe informato il fratello di quanto era stato disastroso il suo intervento al Senato. Meglio cos. Le cattive notizie l'avrebbero preceduto e a lui non sarebbe rimasto che dare spiegazioni.
Era sfinito. Netikerty. Strano nome. Bellissima pelle. Dolce sguardo. Qualcosa aveva ottenuto da quel pomeriggio convulso. Qualcosa di buono, sapeva che era buono, ma il mondo della politica era troppo complicato per lui. Se la cavava meglio sul campo di battaglia che fra le strade e gli intrighi di Roma. Publio avrebbe dovuto mandare qualcun altro. Marcio o Mario. Senz'altro non Trebellio o Digizio, erano troppo rudi; mentre Marcio e Mario erano buoni parlatori in pubblico. Il vino iniziava a intontirlo. Volle riempire ancora il bicchiere, ma l'anfora era vuota. Pens di chiamare Calino, per aveva sonno.
Si addorment e sogn il vento, il mare e un lungo viaggio ben oltre tutte le guerre.

7. I DUBBI DI CATONE.
Roma, settembre del 209 a.C.

Catone entr nel giardino mentre la sagoma di Lelio, seguito dalla schiava ferita, ancora si stagliava sulla soglia dell'atrio. Fabio Massimo era di nuovo adagiato sul suo triclinio.
Non poteva essere comment il giovane, senza dissimulare una certa soddisfazione per aver avuto ragione.
Cosa intendi esattamente, mio caro Marco? domand il console con un tono sorprendentemente calmo, quasi distratto, occupato a sistemare i cuscini del triclinio per stare pi comodo.
A Catone sembrava inutile perdersi nei dettagli, ma non esit a chiarire il proprio commento.
Che non c'era modo di piegare la volont di quel soldato testardo.  evidente che  accecato dalla propria lealt a Scipione. Non abbiamo ottenuto niente.
Niente? Tu credi? Io sono piuttosto soddisfatto.
Il console sembr divertito nel vedere gli occhi spalancati per la sorpresa del giovane pupillo. Era chiaro che Catone non era del suo stesso avviso. Il vecchio senatore volle precisare la sua enigmatica affermazione.
Marco, questo pomeriggio non abbiamo raccolto,  vero, per abbiamo seminato, abbiamo seminato con buone sementi. Ti leggo in faccia che non segui il mio ragionamento, ma in realt  semplice. Questo pomeriggio abbiamo seminato il dubbio nel cuore di un uomo. Oggi si  presentato a noi come un ufficiale dalla volont ferrea, indomabile, inflessibile nella sua lealt, tuttavia ha appena detto no a un consolato e questo peser sul suo animo: si  sentito costretto a rinunciare alla sua massima aspirazione per seguire ciecamente chi lo ha inviato dalla Hispania, quello Scipione. Vedremo da quali sentimenti sar combattuto, quando Scipione continuer la sua folle campagna militare e la Fortuna smetter di favorirlo come ha fatto a Carthago Nova. Cosa pensi che passer per la mente di Gaio Lelio, allorch Scipione inizier a prendere decisioni discutibili e in conflitto con la volont del Senato? Fin dove pensi che lo seguir fedelmente, consapevole che in precedenza tale fedelt gli  costata l'accesso alla massima carica dello Stato che senza dubbio, con il mio appoggio, avrebbe presto ottenuto?
Marco continuava a scuotere piano la testa.
Credi davvero che lo seguir anche allora?
 ci che penso, ma il console di Roma ha pi esperienza di me.
Tu la pensi cos... capisco... Ma certo che ho pi esperienza di te. Parecchia. Non occorre che me lo ricordi, lo fanno le mie ossa in ogni momento. Sto diventando vecchio, ma non credere che abbia perso il mio intuito per certe faccende e, meno ancora, l'arte di giudicare le persone. Per esempio, so che da tempo dubiti delle mie capacit e, se mi segui,  per un misto di affetto e interesse, dove a ogni istante aumenta l'interesse e diminuisce l'affetto. No, Marco, non dire niente, non aggiungere al tuo disprezzo nei miei confronti il peso della menzogna. So come sono gli uomini: quelli che definisco miei nemici e quelli che stanno al mio fianco. Non sfinirmi con scuse o giustificazioni. L'unico di cui mi fido completamente  mio figlio. So che lui mi segue per sincero affetto, come dev'essere dato il nostro legame di sangue.
Massimo tacque e fiss il vuoto, pensando al figlio impegnato sul fronte in territorio italiano. Catone abbass gli occhi, poi l'anziano console concluse.
Oggi pomeriggio abbiamo seminato bene nel cuore di un uomo e quel seme germoglier al momento opportuno.
Marco Porcio Catone assent, anche se la sua anima non accompagnava quel gesto. Il console insistette perch si esprimesse.
Allora, amico mio, cos' che turba ancora il tuo spirito? Bench sia consapevole dei tuoi dubbi su di me, continuano a interessarmi le tue valutazioni perch, al contrario di te, io non sottovaluto n i miei nemici n chi mi circonda, che  poi l'inizio di ogni fallimento.
Incitato dal console, Catone os rivelare il proprio pensiero.
E se Gaio Lelio, nonostante tutti i dubbi che hai seminato nella sua anima, restasse comunque al fianco di Scipione?
Il vecchio si adagi nel suo triclinio e inspir a pieni polmoni, poi espir con forza.
In tal caso, mio stimato Marco, avvieremo un secondo piano per demolire alla radice la fiducia di Scipione verso lo stimato vice al suo comando, l'ineffabile Gaio Lelio. Quando non si riesce a rompere una corda a un capo, conviene provare a tagliarla all'estremit opposta. In realt, l'ideale sarebbe tentare di spezzarne allo stesso tempo entrambi i capi. E, bench tu non te ne sia reso conto,  proprio quello che abbiamo iniziato a fare stasera. Ora non ci resta che aspettare e svagarci nel provare a indovinare quale estremit di questa amicizia si spezzer per prima. O meglio, pi che svagarmi, quello che penso di fare  divertirmi nel vedere come ogni ingranaggio del meccanismo da me avviato oggi si attiver in modo tale da segnare inesorabilmente il destino di quei due uomini, Scipione e il suo fedele Gaio Lelio.
Fabio Massimo sottoline le ultime parole con una sonora risata che echeggi tra le pietre e i mattoni del peristilio dell'enorme villa a sud di Roma. E tra le risate il console conged il suo giovane interlocutore.
Catone scomparve tra le ombre degli archi che introducevano all'atrio, concentrato e confuso, ma con la viva curiosit di sapere se si trovava agli ordini di un pazzo o del pi geniale dei capi. In entrambi i casi era buona politica mostrarsi cauto, come gli aveva insegnato lo stesso Fabio Massimo. Fu in quel momento che Catone decise di prendere qualche misura supplementare per assicurarsi che Lelio non tornasse a fianco di Publio Cornelio nella lontana Hispania. Avvolto dalle ombre della sera, si concesse un timido sorriso che le sue labbra faticarono ad accennare, tanto poco erano abituate a quel movimento.
Quinto Fabio Massimo, princeps senatus e ugure a vita di Roma, usc dal ciclopico nucleo della sua domus e passeggi tra le costruzioni di quella grande villa, lasciandosi da un lato le porcilaie, dall'altro i piccoli alloggi degli schiavi. Sal per uno stretto viottolo orlato di alti cipressi, che svettavano come sentinelle del passato. Il sentiero, da cui non passavano i carri, lo port su una collina che sovrastava la sua immensa tenuta. Nella salita si aiutava di tanto in tanto con un lituus, un lungo bastone dall'estremit curva, necessario per la cerimonia che intendeva celebrare.
Una volta in cima, lasci vagare lo sguardo: tutt'intorno poteva vedere le sue terre, circondate da mura poderose e, oltre, la grande muraglia di Roma, al cui confronto la sua fortezza era piccola cosa. Ma in quel momento Massimo non era interessato ai paesaggi terreni. Con il lituus tracci una lunga linea per terra, il cardo, che andava da nord a sud e con cui divise lo spazio celeste in due regioni, poi tracci un'altra linea perpendicolare da est a ovest, il decumano. Poi continu a disegnare linee parallele a quelle gi esistenti fino a ottenere un grande prisma, costituito da quattro quadrati, le quattro regioni celesti in cui divideva il mondo dal punto dove si trovava lui. Per finire si piazz al centro, dove s'incrociavano le linee centrali, cardo e decumano, a formare una croce. Inspir lentamente e chiuse gli occhi, mentre alzava la testa. Quello non era un terreno augurale propriamente detto, ma lui vi aveva gi fatto erigere un piccolo tempio a Giove affinch quell'altopiano fungesse da auguraculum, un luogo purificato, un posto dove leggere il futuro dal volo degli uccelli come si conveniva a uno dei pochi uguri eletti di Roma, per giunta il pi anziano.
Massimo gir piano, senza uscire dalla croce formata dalle due linee chiave tracciate per terra, finch si trov rivolto a sud, la faccia al sole del mezzogiorno. Il princeps senatus si lasci guidare semplicemente dall'intensit della luce che colpiva la pelle sottile e rugosa delle sue palpebre chiuse. Tutto ci che stava davanti a lui era antica, mentre quello che aveva alle spalle era portica. Di solito era accompagnato da qualcuno che gli affidava i propri voti agli di, ma quel giorno era lui, Quinto Fabio Massimo, che voleva consultare personalmente le divinit.
E sia, per Giove! disse a voce bassa, poi apr gli occhi e guard il cielo, evitando la luce diretta e accecante del sole. In silenzio. Qualsiasi rumore, qualsiasi scricchiolio di un ramo o il nitrito di un cavallo avrebbero segnato all'istante la fine della cerimonia, ma quel giorno gli di erano dalla sua parte e su quella collina arrivava solo il dolce soffio della brezza. Era fondamentale osservare il volo degli uccelli. Se arrivavano da sinistra, da oriente, l'augurio era buono, positivo per i suoi progetti, ma se venivano da occidente, dalla sua destra, i suoi piani sarebbero falliti senza rimedio. Non pot evitare un sorriso di disprezzo nel ricordare che per i greci era il contrario, poich si mettevano con gli occhi rivolti verso settentrione. Cosa ci si poteva aspettare da un popolo che non sapeva nemmeno predire il futuro in modo corretto? Era altrettanto importante che gli uccelli non volassero troppo bassi, come gli aves inferae, poich questi portavano con s soltanto cattivi auspici. Al contrario, gli aves praepetes, dal volo alto, confermavano un presagio positivo.
Richiuse gli occhi per un istante e si concentr sui suoi progetti riguardo Lelio, poi li apr di colpo e alz il lituus nell'aria. Quasi per incanto, nel cielo si stagli l'inconfondibile sagoma di uno stormo di uccelli. Potevano essere oche, o forse anatre, ma non era cos importante. L'essenziale era che venivano dalla sua sinistra, da oriente. I suoi piani erano confermati. Tutto si sarebbe svolto secondo i suoi progetti.
Fabio lasci ricadere il lituus. Che ingenuo  Catone! pens. Ingenuo ma leale, un servitore fedele, niente di pi. Aveva riposto grandi aspettative su Marco Porcio Catone, ma ora gli appariva sempre pi chiaro che poteva succedergli solo suo figlio, lui s che era in grado di comprendere in quale direzione doveva andare Roma. Un buon figlio, fedele alla loro citt. Sangue del suo sangue.
Quinto Fabio Massimo si mosse, in tre passi fu fuori dall'auguraculum tracciato per terra. Soddisfatto, s'incammin verso il sentiero che l'avrebbe riportato alla domus dove, perch no, si sarebbe sollazzato con una delle sue giovani e belle schiave egizie. Gliene rimanevano due, e per l'altra aveva ottenuto una cifra assurda.
Massimo sorrideva di buonumore quando, di colpo, inciamp in una pietra che gli fece perdere l'equilibrio. Stava per cadere, ma il lituus lo aiut a mantenersi diritto e gli diede un appoggio. Riavutosi dalla sorpresa, perch nonostante l'et non era solito inciampare, si sistem la trabea da ugure, la toga ufficiale con decorazioni color porpora e rosso scarlatto, e guard per terra. Ai suoi piedi, impertinente, c'era una pietra grande come un pugno. Le diede un calcio ben assestato con il sandalo e la pietra rotol gi per la collina. Strano non averla notata, dal momento che si vantava della sua vista eccellente che, nonostante gli anni, gli permetteva di scorgere nitido il volo degli uccelli pi lontani. Il princeps senatus ignorava che una parte del suo nervo ottico era danneggiato dall'et e, pur conservando una vista eccellente, aveva perso una piccola parte della visuale, per la precisione in basso a destra, proprio dove stava quella pietra inopportuna. Per lo stesso motivo l'anziano senatore e ugure, mentre osservava il lento ed elegante volo alto dello stormo di uccelli provenienti da est, non aveva visto come un piccolo passero, senz'altro meno esotico e interessante, stava volando rasoterra da occidente. Ma forse non era importante, perch cosa potrebbe mai fare un passerotto per ostacolare il corso della storia?

8. IL FIGLIO DI PUBLIO.
Tarraco, autunno del 209 a.C.

Largo, fate passare!
I legionari che agivano da lictores gridavano per le strade di Tarraco, mentre salivano verso il centro della cittadina alla volta della domus dove alloggiava il giovane Publio Cornelio Scipione, generale cum imperio delle due legioni distaccate in Hispania.
Dietro i lictores avanzava a passo veloce il giovane generale. Cos come aveva fatto quando erano partiti per il Sud qualche mese prima, Publio andava a piedi come i suoi legionari, per dare l'esempio e mostrare agli uomini che a passo leggero condivideva con loro il duro sforzo di quelle giornate eterne. Era cos che aveva abituato i legionari a spostarsi attraverso le agresti terre ispaniche. Il sudore che gli inzuppava la fronte testimoniava l'esercizio fisico a cui il generale sottoponeva le sue truppe e se stesso. Del resto l'esito della campagna di quell'anno, specie con la conquista di Carthago Nova, aveva dimostrato contro ogni pronostico che le durissime marce erano il modo migliore per sorprendere un nemico, quello cartaginese, ancora troppo fiducioso nella propria superiorit numerica e nelle alleanze con gli Iberi della regione.
Mentre saliva verso il suo alloggio in Hispania, a Tarraco, dove avrebbe trascorso l'inverno, acquartierato con il grosso delle truppe, Publio meditava su come affrontare i due seguenti problemi: la superiorit numerica dei tre eserciti punici dislocati nella penisola iberica, con venticinquemila uomini ciascuno, e le forti alleanze che il nemico intratteneva con un gran numero di trib celtiche e iberiche della zona. Per il primo dei due problemi poteva soltanto aspettare che le trattative di Lelio al Senato dessero i frutti sperati e che il suo secondo al comando rientrasse a Tarraco con un paio di legioni in pi. Gli uomini delle due legioni di cui disponeva, pi le truppe ausiliarie che aveva portato con s e i marinai della flotta romana di stanza a Tarraco, non raggiungevano infatti le trentamila unit, contando anche le truppe che aveva gi trovato al suo arrivo in Hispania, unit sopravvissute alle terribili battaglie in cui avevano perso la vita sia il padre che lo zio. La loro assenza continuava a pesargli, oscurando i lampi di felicit che a volte illuminavano la sua tribolata vita da generale romano in territorio ostile, nel bel mezzo della pi cruenta di tutte le guerre che lo Stato romano avesse mai dovuto affrontare. Sprazzi di felicit erano stati la conquista di Carthago Nova, in ambito militare, e la nascita del suo secondo figlio, un maschio stavolta, in quello famigliare. Un figlio. Il desiderio di conoscere l'erede neonato infondeva una forza sconosciuta alle sue gambe stanche.
I legionari ammiravano la sorprendente energia del generale, qualit di tutto rispetto, ma soffrivano nel mantenere il suo vigoroso ritmo di marcia. In ogni caso la vittoria di Carthago Nova, con la suddivisione del bottino tra i legionari e i marinai, aveva soddisfatto pienamente tutti gli uomini. Nessuno era scontento di sfiancarsi in lunghe giornate di cammino, se tutto ci culminava nella vittoria e nella ricchezza per tutti.
Ma Publio, oltre a pensare al figlio che era nato durante la campagna a sud e ancora non aveva visto, continuava a meditare sul secondo problema da affrontare: spezzare le alleanze tra i Cartaginesi e la popolazione indigena. Vi si era dedicato anima e corpo fin dalla presa di Carthago Nova. Proprio l aveva avviato la sua strategia di liberare decine di ostaggi iberici tenuti prigionieri nelle carceri della capitale punica in Hispania, per cercare in tal modo di ingraziarsi quelle trib che, fino ad allora, erano state al fianco dei Cartaginesi per volont o per convenienza, oppure si erano tenute ai margini del conflitto tra Cartagine e Roma. Con azioni come la sistematica liberazione di prigionieri, il giovane generale romano era sicuro di potersi guadagnare la simpatia di molte di quelle popolazioni. E se anche non avesse ottenuto che si schierassero dalla sua parte, sarebbe stata gi una grande vittoria che smettessero di combattere a fianco dei Cartaginesi ingrossando le fila del nemico con combattenti agguerriti che, per di pi, conoscevano a menadito il territorio. Aveva gi trattato con la maggioranza dei capi iberici del Sud, ma ora intendeva trattare con quelli dell'Est e del Centro dell'Hispania. Si aspettava che durante l'inverno giungessero a Tarraco inviati delle trib iberiche e celtiche: voleva trovare un'intesa con loro affinch si unissero a lui contro i Cartaginesi, o almeno non intervenissero nelle battaglie che avrebbero ingaggiato in futuro.
S, pens Publio mentre si passava una mano sulla fronte sudata, il peggio doveva ancora venire. Qualcosa come ottantamila cartaginesi, qualora avessero unito i loro tre eserciti, contro i suoi scarsi trentamila uomini. Era un'impresa impossibile. Certo, l'avevano detto anche dell'eventualit di prendere l'inespugnabile Carthago Nova con la forza, ma era un'altra cosa. Con Carthago Nova aveva un piano elaborato con cura per anni ed eseguito con grande baldanza dai suoi generali, da Lucio Marcio Settimio e, soprattutto, da Gaio Lelio. Senza dimenticare la gagliardia dei centurioni Quinto Trebellio o Sesto Digizio, come pure del tribuno Mario Giuvenzio. S, era stata una conquista epica, ma adesso tutto il coraggio di quegli uomini non sarebbe stato sufficiente, se non si riuscivano a equilibrare le forze in campo. I rinforzi che doveva portare Lelio erano necessari, assolutamente indispensabili.
Arrivarono a destinazione. La domus dove Publio Cornelio Scipione e la sua famiglia alloggiavano a Tarraco aveva subito vari ampliamenti da quando il generale era partito solo qualche mese prima. Era chiaro che sua moglie Emilia Terza, oltre a dare alla luce un figlio, non era stata con le mani in mano e si era dedicata alle migliorie della loro dimora in Hispania, che era poi la casa iniziata in fretta e furia dal defunto zio Gneo.
Il giovane generale entr nell'atrio accompagnato soltanto dai dodici lictores della sua scorta e dagli ufficiali di maggior confidenza: i tribuni Lucio Marcio e Mario Giuvenzio e i centurioni Quinto Trebellio e Sesto Digizio. L'impluvium traboccava di acqua chiara e fresca per la pioggia caduta la sera prima, le pareti immacolate rivelavano nuove porte che dovevano introdurre agli alloggi fatti aggiungere da Emilia. E, proprio al centro dello spazio, accanto all'impluvium, piccolo e nudo su una coperta di lana che lo proteggeva dalle pietre fredde del pavimento, giaceva il corpo di un neonato. Il piccolo agitava le minuscole braccia come se stesse combattendo contro un nemico invisibile: pareva sano e forte.
Con grande sorpresa dei presenti, eccezion fatta forse per la madre, il bambino piangeva con una tale forza che i suoi strilli colpivano le orecchie degli astanti come spilli. Aspettava qualcosa, spaventato, confuso. La madre, Emilia Terza, figlia del senatore Emilio Paolo, due volte console di Roma, caduto nella battaglia di Canne, era ferma sul fondo dell'atrio, accanto alla porta che dava accesso al tablinum. Anche lei, come il suo cucciolo, aspettava, ma in silenzio a differenza del piccolo.
I lictores e gli ufficiali di Publio restarono immobili accanto al vestibolo d'ingresso, mentre la servit e gli schiavi che si occupavano della famiglia si accalcavano sulle soglie delle porte laterali, cos che, quando il giovane generale mosse qualche passo in avanti per avvicinarsi al neonato di un mese soltanto, l'atrio rest tutto loro, padre e figlio. Il piccolo smise di piangere all'istante e con la manina afferr un dito del padre.
 sano e forte! esclam Publio con il cuore che batteva veloce. Sano e forte come un legionario! E scoppi a ridere.
I lictores accompagnarono il generale con fragorose risate da soldati orgogliosi di quel paragone. E alle loro seguirono le risa degli ufficiali, poi quelle di tutti i presenti.
Publio si stava avvicinando al piccolo altare dei Lari, numi tutelari della casa, quando la giovane e bella moglie gli si accost e lo trattenne per un braccio. Il tocco dolce della sua mano fece provare al generale un'irrefrenabile urgenza di stare da solo con la sposa, ma in mezzo a cos tanti presenti fu costretto a trattenersi. Non si baciarono. Le dimostrazioni d'affetto in pubblico, anche tra moglie e marito, andavano contro la tradizione romana ed entrambi sapevano quanto fosse importante rispettare le tradizioni. C'erano legionari fedeli al generale per pura lealt e legionari fedeli alle tradizioni di Roma. Rispettare le usanze, almeno in pubblico, poteva garantire la lealt incondizionata degli uomini.
Prima di accettarlo come figlio, ti supplico di promettermi una cosa gli disse Emilia.
Il generale rest immobile. Stringendo il bimbo tra le braccia, scrut gli occhi della sua incantevole moglie romana con intensit. E si perse in quegli occhi scuri che l'avevano fatto innamorare quando lei aveva appena sedici anni, nella villa di suo padre Emilio Paolo. Era passato cos poco e insieme cos tanto tempo da allora. Quello era il loro secondo figlio. Avevano avuto Cornelia. E ora un maschietto. Un maschio, finalmente. La famiglia degli Scipioni sarebbe esistita anche dopo di lui.
Che cosa ti devo promettere? Con grande sorpresa di tutti, Publio non lo chiese con tono adirato o indignato, come sarebbe stato naturale dinanzi all'intromissione di una madre nel momento in cui il pater familias stava per accettare il proprio figlio. Del resto Publio sapeva, come lo sapevano Marcio e gli altri ufficiali che avevano seguito il generale fino alla sua casa, che Emilia Terza non era una donna qualsiasi. Era una matrona romana patrizia, figlia di un console caduto nella guerra contro Annibale, un'autentica matriarca che, nonostante la giovent e la bellezza, sprigionava un'enorme aura di forza e potere. Una donna che, senza ombra di dubbio, esercitava la propria risoluta influenza su un uomo al comando di due intere legioni romane. Quella non era una donna comune. E, inoltre, aveva buona intuizione. Alcuni dicevano che prevedesse il futuro. Si mormorava che quando il generale riferiva di aver avuto un sogno premonitore, in realt era sua moglie Emilia ad aver sognato.
Mio signore, disse lei a voce alta ti chiedo soltanto di promettermi che questo bambino sar risparmiato dalla guerra contro Annibale.
Publio la guard. Era una strana richiesta. Tra l'altro perch il neonato aveva solo un mese e la guerra durava gi da nove anni. Non era prevedibile che il conflitto ne durasse ancora sedici o diciassette, fino a quando cio il piccolo avesse raggiunto l'et per combattere.
Non credo che la guerra contro Annibale duri tanto, Emilia.
Non importa. Tu giuramelo e basta, sui Lari della nostra casa e per Giove Ottimo Massimo. Giura che Annibale non far mai del male a nostro figlio.
Il generale sostenne lo sguardo intenso della moglie. Tutti seguivano con attenzione quell'inaspettato scambio tra i due coniugi. Il bimbo non piangeva, ma se ne stava aggrappato al padre e teneva gli occhi chiusi, il respiro tranquillo, lontano ormai dal freddo del pavimento. Ora voleva solo dormire.
Con Cornelia non mi hai chiesto di giurare niente.
Le bambine non vanno in guerra. I bambini diventano uomini, gli uomini vanno in guerra e molti non tornano.
 la vita, Emilia.
S, e lo accetto. Ma Annibale mi ha gi strappato un padre, mio fratello combatte contro di lui in Italia, tu combatti i suoi fratelli qui in Hispania, mio suocero - tuo padre - e tuo zio sono caduti anch'essi. Chiedo che gli di preservino almeno mio figlio. Giurami che questo bambino sar in salvo da Annibale.
Publio abbass gli occhi. Inspir ed espir. Sent il calore del lattante rannicchiato contro il suo petto e gli parve di percepire il perdurare del proprio sangue nel tempo.
Questa guerra, dichiar rialzando la testa questa guerra terminer prima che il bambino sia un soldato. Molto prima. E Annibale non sar mai un pericolo per lui. Lo giuro sui nostri Lari e su Giove Ottimo Massimo.
Emilia chiuse gli occhi e si inginocchi davanti al marito.
Publio le pass il bambino, annunci che di l a quindici giorni si sarebbe tenuto un grande banchetto di celebrazione e poi fece le offerte opportune per ringraziare le divinit della felice nascita di quel piccolo che inaugurava una nuova generazione.
In ginocchio davanti all'altare, trattenne a fatica le lacrime. Non era pi l'ultimo degli Scipioni. Deglut a vuoto. Si alz e, senza versare una sola lacrima, si volt verso gli ufficiali che si avvicinavano per congratularsi. Allora non riusc pi a controllarsi e li abbracci, uno per uno.
Primo di tutti Lucio Marcio, mentre gli diceva: Ho un figlio, Marcio, un figlio!.
Poi fece lo stesso con Mario Giuvenzio. Un figlio, Mario, un figlio!
E ripet la scena con i rudi Quinto Trebellio e Sesto Digizio, imbarazzati ma contenti dinanzi alle dimostrazioni d'affetto del loro generale in capo. Per finire Publio si rivolse a tutti.
Ho un figlio! Poi si gir con il viso felice e pieno di gratitudine verso la giovane moglie. Abbiamo un figlio! Tra quindici giorni, non appena ci saremo stabiliti nei nostri quartieri e ci saremo assicurati le provviste per l'inverno, celebreremo questo avvenimento con un banchetto. Marcio, Mario, Quinto, Sesto, vi voglio tutti qui. Dovremmo aspettare Lelio, ma se sar necessario celebreremo un altro banchetto al suo ritorno. Cos festeggeremo anche l'arrivo dei rinforzi di cui abbiamo tanto bisogno.
Emilia, in apparenza pi tranquilla dopo il giuramento del marito sulla protezione che avrebbe ricevuto il loro bambino, ordin che fossero serviti acqua, vino, mulsum, che fossero disposti vari triclini e che, in attesa dell'annunciato banchetto, si portasse tutto il cibo a disposizione per festeggiare il felice ritorno del marito e dei suoi ufficiali, dopo aver conquistato l'inespugnabile fortezza di Carthago Nova. Supervision personalmente gli schiavi mentre servivano gli ufficiali del marito, ma nella sua testa rimaneva il tarlo di un dubbio: sarebbe bastato quel giuramento a salvaguardare il suo neonato dalla lunga mano di Annibale e dalla sua guerra infinita contro Roma?

9. L'ESERCITO DI ASDRUBALE.
Accampamento principale di Asdrubale, nei dintorni di Castulo, Sierra Morena, Iberia, autunno del 209 a.C.

I barriti degli elefanti svegliarono Asdrubale. Erano animali giovani che avevano bisogno di addestramento. Non si erano ancora adattati al clima pi freddo dell'Iberia centrale. Il fratello di Annibale si alz e si vest da solo, senza l'aiuto di alcuno schiavo. Gli piaceva fare da s. Secondo lui, ricorrere troppo agli schiavi fiaccava lo spirito di un guerriero. Aveva una missione da portare a termine, una promessa da mantenere: seguire la strada del fratello maggiore, attraversare la Gallia e le Alpi per sferrare un attacco a Roma da nord. Era un buon piano, come tutto ci che ideava Annibale. Un paio d'anni prima era riuscito a farla finita con i due generali romani che impedivano la sua avanzata verso nord. Ed era tutto pronto per dare inizio al grande viaggio, quando era comparso un nuovo generale, figlio e nipote dei due generali morti. Un nuovo Scipione. Un giovane guerriero che li aveva sorpresi con la conquista di Qart Hadasht. Il suo primo impulso era stato di partire in tutta fretta e vendicare la caduta di Qart Hadasht, ma i suoi generali gli avevano fatto comprendere che prima era meglio raggrupparsi, riunire i tre eserciti per raggiungere in tal modo una superiorit numerica totale che avrebbe permesso loro di massacrare le due legioni di quel nuovo e inopportuno generale romano con una battaglia in campo aperto. I suoi ufficiali avevano ragione. Annibale gli diceva sempre che aveva un carattere troppo focoso, per aveva imparato ad ascoltare. Ci che non poteva evitare era il nervosismo. Erano quindici giorni che aveva inviato i suoi messaggeri verso sud e a ovest. Il fratello minore Magone gli aveva gi inviato una risposta da Gadir, nel giro di qualche settimana l'avrebbe raggiunto a Castulo; ma come sempre non era arrivata alcuna risposta da Giscone. Giscone si faceva sempre pregare. Lo divertiva esasperarlo e, per Baal e Tanit, ci riusciva benissimo.
Asdrubale usc dalla sua tenda e si rivolse alle due sentinelle appostate all'ingresso.
 arrivato qualche messaggero dalla Lusitania?
Niente, generale rispose una delle due guardie africane con gli occhi bassi, temendo la reazione del superiore. Mi spiace.
Asdrubale si trattenne. L'Asdrubale di qualche anno prima se la sarebbe presa con il povero soldato. Adesso si limitava a sputare per terra e a imprecare tra i denti.
Miserabile Giscone, dovrai arrivare con i tuoi uomini o verr a cercarti io stesso, prima di vedermela con il romano...
Aggiunse qualche altra parola, ormai inudibile per i guerrieri. Il generale era rabbioso. Irritabile, teso. L'unico vantaggio, come tutti sapevano, era che presto avrebbe rovesciato tutta quella rabbia contro il giovane generale romano, non appena i tre eserciti si fossero riuniti. Nel fondo del loro cuore tutti i Cartaginesi accampati a Castulo davano quel generale per spacciato.

Lusitania, accampamento principale di Giscone, autunno del 209 a.C.

Giscone era un uomo corpulento, grossolano e deciso. Aveva un'andatura pesante, ma infondeva timore con quel suo sguardo a occhi socchiusi, quasi stesse studiando ogni particolare per sferrare un attacco. Solo lui era riuscito a farsi strada con successo nonostante il dominio crescente della famiglia dei Barca, e soltanto lui aveva ottenuto il comando di uno dei tre eserciti in Iberia senza essere fratello dell'onnipotente Annibale. No, non era stato facile. Ma nemmeno gli importava. Ci pensava solo come fa qualcuno che constata un dato di fatto. La folta barba e la fronte corrugata sottolineavano i tratti feroci del viso e tutti, ufficiali, soldati e schiavi, si guardavano dall'importunarlo con domande futili. Il problema era che per Giscone tutto sembrava futile, escluse tre cose: in primo luogo, sconfiggere il nuovo generale romano; secondo, dove possibile, sconfiggerlo da solo, senza collaborare con i Barca, per superarli cos in prestigio e proseguire la sua ascesa al potere; e tre, sua figlia Sofonisba, una ragazza bella e di singolare intelligenza. Giscone aveva i suoi piani e la figlia era il nucleo di tutte quelle macchinazioni, ma al contrario di molti altri casi la ragazza stessa ne era al corrente ed era d'accordo. Non solo, sembrava divertirsi nel confabulare con il padre, anche se in quei piani si faceva commercio della sua persona.
Il generale termin la passeggiata e si ferm davanti alle tende che ospitavano le due donne a suo carico. In una c'era Imilce, la moglie iberica di Annibale che lo stesso Barca aveva lasciato l prima di marciare sull'Italia. Annibale in persona aveva insistito affinch Imilce fosse affidata a lui. In un certo senso aveva pensato che fosse una sorta di incentivo da parte dei Barca. Avevano abilmente arguito che era meglio allontanarla dalla sua citt, Castulo, per tenerla quasi in ostaggio e assicurarsi la fedelt di quella fortezza vicina alle miniere d'oro e d'argento della Sierra Morena, sfruttate dai Cartaginesi guidati da Asdrubale. Ma non era nato ieri. Era convinto, infatti, che Asdrubale e Magone desiderassero che abboccasse all'amo e si tradisse facendo del male a quella donna, ma Giscone aveva deciso ormai da tempo di rispettare il proprio impegno, prendendosi cura della moglie iberica di un potente marito assente. N bisognava dimenticare che Imilce rappresentava un legame con le trib iberiche, quindi causarne il male o umiliarla avrebbe portato solo a una perdita di potere in Iberia e non era ci che voleva. Del resto, Giscone stesso si era sorpreso nel vedere come quella ragazza iberica si comportasse con discrezione, senza dare problemi e senza pretese esose o assurde. No, era una donna silenziosa e semplice. Usciva poco nell'accampamento, il che era meglio, perch la sua bellezza agitava le fila dei guerrieri eternamente insoddisfatti nei loro appetiti carnali. No, Imilce non forniva motivi per importunarla o materia per i pettegolezzi. Giscone aveva deciso di ricompensare quella discrezione trattandola con rispetto e benevolenza. In fin dei conti non aveva colpa per avere un marito simile. Era stata moneta di scambio in un mondo in guerra e aveva accettato quel ruolo con dignit. Proprio come sua figlia Sofonisba, disposta a seguire i progetti a cui stava lavorando negli ultimi anni.
Tuttavia, e qui Giscone tir un profondo sospiro, laddove Imilce si mostrava discreta, sua figlia rappresentava il polo opposto: altezzosa, indipendente, decisa, in giro per l'accampamento di giorno e di notte, facendo s che tutti i soldati iberici, numidi o africani smettessero di bere, mangiare, giocare, lottare o qualunque cosa stessero facendo per osservarla sbavando in un silenzio gonfio di bramosia e del puro desiderio di possederla. Eppure, com'era logico, nessuno osava rivolgerle la parola, perch tutti sapevano che una parola di troppo avrebbe significato la morte. Cos tutti guardavano e tacevano. Tutti tranne uno.
Giscone si volt verso la tenda della figlia. Tutti tranne uno. Era un pensiero che non riusciva a togliersi dalla testa. Il generale cartaginese Asdrubale Giscone corrug la fronte e con quella espressione sulla faccia entr nella tenda di Sofonisba.
La trov seduta, di schiena all'ingresso, dove quattro fieri africani scelti da lui dischiusero i teli che separavano la ragazza dagli sguardi lascivi di quanti la desideravano. Una schiava anziana la stava spazzolando.
Ahi! esclam la giovane. Per Tanit, sei una bestia! Vattene da qui e smetti di torturarmi, stupida!
La matura schiava, magra, quasi macilenta, pos spaventata la spazzola su un tavolino l accanto e, ancora pi terrorizzata nel vedere l'imponente figura del generale Giscone sulla soglia, tra gli inchini svan dietro la cortina di entrata della tenda.
Se quella schiava non  di tuo gradimento, posso portartene altre disse Giscone con un tono che per lui era di tenerezza.
La figlia si gir.
Padre, sono tutte stupide rispose con voce dolce e melliflua, una voce che come quella delle sirene faceva sentire onorati gli uomini a cui si rivolgeva. Solo tu, padre, sai capirmi e sai come trattarmi, ma certo non hai tempo per me, sempre impegnato con le tue guerre, le tue battaglie.
Giscone si accomod su una grande sedia di legno ricoperta di pelli di lupo. Il suolo era trapuntato di morbide pellicce d'orso e in un angolo l'incenso ardeva in una piccola ciotola, mentre sul tavolino accanto alla figlia una lucerna a olio supportava la sottile luce del giorno che filtrava dagli spiragli delle cortine all'ingresso.
Sofonisba era bella come sempre: pelle scura, quasi d'ebano, grandi occhi come due lune incastonate in una notte nera, il naso piccolo, grazioso e tondeggiante, una folta chioma riccia che ricadeva sulle spalle nude, curve e provocanti. A volte, per Giscone, aveva un solo difetto: essere sua figlia.
Sei arrabbiato, padre, ma non so se con me, con i romani o con i Barca.
Arrabbiato?
Padre, ce l'hai scritto in fronte.
Giscone rilass i muscoli della faccia. O almeno ci prov.
Un po' con tutti, suppongo. Asdrubale Barca mi ha scritto di preparare le truppe per unirmi a lui e a Magone, e attaccare tutti insieme questo nuovo generale romano.
Il nuovo Scipione? chiese la giovane mentre afferrava la spazzola e riprendeva il lavoro che la schiava, secondo lei troppo maldestra, aveva lasciato a met su suo ordine.
Esatto.
Ma quanti sono in quella famiglia? Non ne uccidesti due pochi anni fa?
Erano il padre e lo zio.
Per Tanit! Sembra che gli Scipioni si riproducano come i Barca.
Giscone sorrise al commento della figlia. Poi, sul tavolino, i suoi occhi individuarono qualcosa che lo turb.
E quello? domand indicando l'oggetto con un dito accusatore.
Sofonisba s'innervos. Ma rimase impassibile. Continu a spazzolarsi i capelli attenta a non farsi male. Era davvero difficile non tirare quei ricci.
 un braccialetto, padre rispose senza aggiungere altro.
Giscone si alz e si avvicin piano. Era un braccialetto che riproduceva il corpo sinuoso di un serpente e terminava con una larga testa, come quella del cobra.
Te l'ha regalato lui, vero?
S, padre,  del principe Massinissa, il comandante della cavalleria numida, l'unico uomo a parte te che osa rivolgermi la parola non appena ne ha l'occasione e che insiste per farmi ogni genere di regalo.
Giscone s'accorse che la figlia si divertiva a torturarlo. Qualsiasi altro uomo sarebbe stato infilzato dalla sua spada, ma Massinissa era un principe, o tale si considerava, figlio del re Gala, in competizione con il re Siface per il trono di Numidia. Massinissa insisteva che quel trono era suo per lignaggio e, se necessario, sarebbe stato suo con la forza. Il re Siface, ovviamente, era di opinione piuttosto diversa.
 un principe senza regno aggiunse lui, per umiliare l'autore di quel regalo e disprezzarlo cos davanti alla figlia, anche se in modo meno diretto.
Lo so, padre, ma lui giura e spergiura che la Numidia sar sua e che io devo essere la sua regina.  un temerario, e questo mi piace. Mi sorprende che tu non l'abbia ancora punito per la confidenza che si prende con me. Anzi, ti dir che si fa ogni volta pi audace.
Ma la passivit del padre, in realt, non sorprendeva Sofonisba. Sapeva bene, come del resto Giscone, che la cavalleria numida agli ordini di Massinissa era la chiave di tutte le operazioni militari condotte in Iberia. Se i romani avevano un punto debole era la cavalleria, e gi a Canne si era visto quanto potesse risultare determinante il suo contributo. Giscone era legato mani e piedi per tutto ci che riguardava quel maledetto principe numida. Massinissa, benedetto dal Senato cartaginese fin da quando aveva contribuito a frenare un attacco di Siface contro Cartagine, era protetto dal potere punico in Africa. In altre parole, era intoccabile. Il gran porco lo sapeva e se ne approfittava, corteggiando in modo sfacciato Sofonisba. Ma il peggio era l'apparente connivenza della ragazza. Del resto la politica delle alleanze di Cartagine con i re numidi era mutevole e bisognava vedere fino a quando sarebbe durata l'immunit di Massinissa.
Sai che in futuro dovrai sposarti con Siface, non con Massinissa.  questo il piano.
Sofonisba si volt verso il padre e gli sorrise. Poi gli parl come si fa con un bambino.
Lo so, padre, lo so. Far il mio dovere e mi sposer con quel vecchio grasso e brutto di Siface, una bestia, se cos aiuto te e Cartagine, ma non vedo perch almeno adesso non possa divertirmi un poco a torturare quel Massinissa che tanto odi. Lo ricevo, lo ascolto, accetto i suoi regali: ci lo illude, accresce il suo desiderio per me e lo fa soffrire ancora di pi che se lo avessi disdegnato fin dall'inizio.
Suo padre la guardava a occhi spalancati. Non l'aveva mai considerata cos. S'accorse di condividere, per una volta, qualcosa con quel presuntuoso di Massinissa: entrambi amavano Sofonisba ed entrambi, per motivi diversi, non potevano averla, solo che il numida avrebbe sofferto di pi per il fatto di aver nutrito delle speranze. S, sua figlia aveva ragione come al solito: parlando con il numida, lasciando che la corteggiasse, apprezzando le sue attenzioni, incoraggiando il suo desiderio, senza dubbio la sofferenza, la bramosia avrebbero raggiunto insospettabili limiti d'angoscia. Vide come la figlia s'infilava il braccialetto al braccio destro.
Inoltre, stimato padre, devi riconoscere che questo regalo meritava osserv Sofonisba esibendo il suo bottino sul braccio allungato che, dal gomito fin quasi alla spalla, era ora avvolto dalle tre spire del serpente dorato.
Giscone si avvicin per esaminare il capolavoro con l'attenzione che meritava.
Oro puro disse tra s e s e ben lavorato. Ogni squama  tracciata con delicatezza e precisione sull'oro ammorbidito a colpi di martello per renderlo sottile e flessibile. Un'opera eccellente. Quell'uomo ti ama, non c' dubbio.
E ancora non lo hai visto per intero aggiunse la giovane torcendo un po' il braccio affinch suo padre potesse osservare bene la testa del serpente che costituiva il coronamento del braccialetto. La testa di un cobra, cesellata in modo meticoloso nell'oro, che lo guard con due occhi brillanti all'apparenza iniettati di sangue, anche se in realt si trattava di due scintillanti rubini tanto superbi quanto la figlia o lo stesso principe Massinissa.
Vedo che alla fine sono riuscita a sorprendere mio padre. Credo che questo gioiello meritasse di essere accettato. Bisogna ammettere che Massinissa mi apprezza. S, di sicuro mi ama anche, come amano gli uomini: vuole possedermi, ma gli ho gi detto che posso essere solo del re di Numidia.
E lui cosa ha risposto? chiese il generale, chiudendo finalmente la bocca che per tutto quel tempo era rimasta spalancata.
 questa la cosa curiosa prosegu Sofonisba, senza smettere di rimirare il gioiello appena ricevuto. Ha detto che questa faccenda si sistemer a tempo debito... ed  quello che io sar, la regina di Numidia.
Giscone tacque. Poi si accomiat dalla figlia, non senza averla prima pregata di evitare di mostrarsi ogni sera in giro per l'accampamento. La ragazza rispose che sarebbe stata pi discreta nelle sue passeggiate: una risposta appropriata per chi non fa mai ci che dice. Il padre sospir e usc dalla tenda. Una faccenda che si sistemer a tempo debito, pens. Corrug di nuovo la fronte. La sicurezza del giovane principe gli dava la nausea. Ma nel profondo un pensiero lo tranquillizz: le guerre rimettono tutti al loro posto, specie i superbi.
Massinissa vide come il generale Giscone usciva dalla tenda della sua bella e, insieme, terribile figlia. Sofonisba lo torturava, ma lo faceva con una grazia e un'eleganza tali che al contempo lo divertivano e lo eccitavano. S, era pazzo di lei e la bramava, ma c'era qualcosa che ancora non era riuscito a far capire a quella nobile punica capricciosa e viziata di appena diciotto anni: lui l'amava, sia nel corpo che nell'anima. Sarebbe stata una delizia divertirsi a letto con lei dopo un giorno di battaglia, di caccia o di viaggio, ma qualcosa gli suggeriva che al di l del fuoco, nello spirito di quella donna ardeva una fiamma pi profonda. Sofonisba era nata per essere una regina e lui avrebbe fatto s che i disegni degli di si compissero. Non si sarebbe accontentato di possedere il corpo della giovane: no, lui voleva molto di pi. Voleva tutto: i suoi pensieri e la sua volont. Tutti ne desideravano la pelle, le braccia, i seni, la bocca. Pure lui li desiderava, ma voleva anche i suoi sentimenti pi nascosti.
Tanta freddezza, tanti sorrisi frivoli, tanta alterigia verso tutti, tranne che verso il padre, erano solo una facciata dietro cui si nascondeva una donna vulnerabile come le altre, che si era costruita una muraglia di fredda pietra affinch nessun uomo, se anche l'avesse posseduta, potesse intravvedere il minimo barlume di autentica passione, di tenerezza, di amore. Lui, Massinissa, principe dei Massili, figlio del re Gala e futuro re di Numidia, in barba a Siface, in barba ai Cartaginesi e ai Romani, lui, e soltanto lui, avrebbe espugnato quelle mura e avrebbe avuto l'onore di affacciarsi al loro interno. E non aveva paura di farlo. Quell'assedio lo impegnava in modo sublime. Sofonisba credeva di saperla lunga, di sapere tutto di lui, eppure sapeva cos poco dei suoi piani...
Imilce era una regina lontana dal suo regno, una moglie separata dal marito, una donna distaccata dall'amore. Aveva avuto un'infanzia felice, coccolata dalla madre e con un padre che esaudiva ogni suo capriccio. Ora, nei lunghi giorni della solitudine, si aggrappava a quei ricordi con l'intensit della malinconia. Non si considerava una sventurata, ma anelava un ritorno al passato o, almeno, il ritorno di suo marito. La sua relazione con Annibale era stata brevissima. Lui l'aveva sposata che era quasi una bambina. L'aveva scelta perch era figlia dei re di Castulo, e a Castulo c'erano miniere d'oro e d'argento. Imilce non era un'ingenua. Aveva rispettato la volont del padre, ma in fin dei conti cos'altro poteva fare? C'era pi di un giovane guerriero iberico dell'esercito di Castulo che la corteggiava, e pi d'uno piaceva alla piccola Imilce, ma lei aveva il dovere di obbedire a suo padre e forse troppo poco coraggio per opporsi. Annibale, inoltre, era il signore di tutta l'Iberia, l'uomo pi potente di quei territori. E anche il pi temuto. Cos si era offerta a quello sconosciuto di ventotto anni, quasi il doppio dei suoi, un guerriero africano ancora giovanile e forte.
La giovane si sedette all'ingresso della sua tenda. Lasciava la cortina dischiusa e passava il tempo a osservare l'andirivieni degli uomini di Asdrubale Giscone. I suoi occhi erano fissi sui soldati, ma la mente viaggiava nel passato.
Annibale si era mantenuto distante e freddo durante la presentazione di Imilce da parte dei genitori, e anche per tutta la lunga cerimonia. Poi era arrivata la temuta prima notte. Il grande guerriero africano aveva mangiato e bevuto per ore con i suoi generali, gli ufficiali e i genitori di Imilce. Lei era rimasta rannicchiata, impaurita, ridotta a un gomitolo ai piedi del letto nuziale. Passata la mezzanotte, quell'uomo immenso era entrato nella stanza. Aveva detto qualcosa nella sua lingua e Imilce aveva sentito le sentinelle che sorvegliavano la camera da letto ridere mentre si allontanavano. Lei si era seduta sul letto. Non voleva mostrare quanto fosse terrorizzata. Aveva sentito lo sguardo dell'uomo fisso sul suo piccolo corpo coperto a stento da una sottile tunica di lana bianca, immacolata come la sua pelle, come tutto il suo essere. Annibale aveva mosso un passo, poi si era fermato di nuovo a guardarla. Lei ricordava come in quel momento si fosse aspettata di provare dolore. La madre le aveva spiegato che durante la prima notte di nozze si sentiva un po' di dolore, ma non le aveva spiegato n come n quando. La ragazza, nella sua ingenuit, pensava che la sola presenza del marito avrebbe portato con s quel dolore, ma per il momento non succedeva niente. Annibale le aveva parlato nella sua lingua, con un accento strano che per aveva compreso.
Ora sei mia moglie.
Lei aveva annuito in silenzio.
Sono un uomo di poche parole. Una virt per chiunque. Vedrai... E si era seduto al suo fianco. Il letto si era piegato sotto il peso di Annibale.
Rabbrividiva ancora nel ricordare come il suo corpo era caduto verso quello del grande guerriero, che l'aveva stretta passandole un braccio possente intorno alle spalle, senza fare altro, solo per sorreggerla.
Ti chiedo soltanto una cosa aveva detto la sua voce grave. Di essere fedele e di darmi un figlio. La prima cosa  fondamentale, perch se non mi sarai fedele penseranno che non mi rispetti. E se non mi rispetta mia moglie, nessuno mi rispetter pi e dovr rinnegarti. La seconda cosa  importante, perch ho bisogno di un erede. Sono questi i tuoi obblighi. Quanto al resto, mi prender cura di te. So che hai sempre avuto tutto, sei figlia di re e come tale ti hanno trattata. Far in modo che non ti manchi niente. Se vorrai qualcosa, dovrai solo chiedermelo. Hai capito tutto?
Imilce aveva annuito di nuovo senza parlare. Annibale aveva corrugato la fronte.
Stavolta il tuo silenzio non mi sta bene. Dimmi che hai capito tutto quello che ti ho detto.
La ragazza aveva parlato senza guardarlo. Una frase breve e rapida, ma semplice e chiara.
Ho capito tutto quello che hai detto, mio signore. So cosa devo fare e che cosa non posso fare. E... Aveva esitato.
E...? aveva indagato Annibale, gi pi rilassato in viso.
E... grazie di prenderti cura di me. Non farmi troppo male... per favore.
Allora l'uomo l'aveva guardata con attenzione. Imilce era in grado di valutare lo sguardo di un uomo con la coda dell'occhio e aveva intravisto nell'espressione di quel grande guerriero, suo marito, uno strano anelito che aveva gi notato nei suoi giovani corteggiatori, subito frustrati dall'opposizione del padre.
Non ti far male.
Ora Imilce ricordava in silenzio, mentre la sera calava sull'accampamento di Asdrubale Giscone. Annibale non le aveva fatto male. Aveva solo sentito per un istante uno strappo forte e secco, mentre era nuda sotto di lui. Ancora si sorprendeva che quell'uomo enorme quasi non le avesse fatto male. N quella volta, n le altre in cui era stata con lui. Poi, per, di colpo era arrivata la guerra. Dalla separazione dai genitori e dal suo regno, perch Annibale l'aveva portata a Qart Hadasht, era passata alla separazione dal marito. Ora Annibale si trovava lontano, in Italia, i suoi genitori a Castulo, Qart Hadasht era caduta in mano ai Romani e lei si trovava in un accampamento cartaginese nella remota Lusitania. Era andato tutto al contrario. Si sentiva sola, ma per qualche strano motivo non si sentiva abbandonata.
Ud un nitrito che la fece sorridere. Annibale, il mattino dopo la loro prima notte insieme, l'aveva condotta all'accampamento cartaginese acquartierato davanti a Castulo. L'aveva portata fino alle tende che fungevano da scuderia per i lucenti e agili cavalli africani.
Aspetta qui era stato tutto quello che le aveva detto. E lei aveva aspettato.
L'uomo era scomparso in una gigantesca tenda e ne era uscito con una bella puledra color nero corvino.
 il colore dei tuoi capelli, dei tuoi occhi le aveva detto Annibale. I tuoi genitori mi hanno detto che ti piace andare a cavallo.  tua.  la migliore delle mie bestie, con l'eccezione di Sirio, che per  un elefante e... Si era interrotto sorpreso perch Imilce aveva preso la cavalla per le redini e, di colpo, con un'agilit frutto dell'esperienza era saltata in groppa all'animale.
 magnifica, mio signore aveva detto lei con un sorriso. Era felice.
Anche Annibale aveva sorriso, e non lo faceva spesso.
Il nitrito cess. Il giorno successivo avrebbe fatto un giro con la cavalla dopo il tramonto, scortata da due guerrieri di Giscone, per evitare occhiate inopportune. Aveva solo ventitr anni ed era frequente che gli uomini le rivolgessero sguardi di desiderio.
Imilce non era riuscita a portare a termine il suo secondo compito: dare un figlio ad Annibale, ma era fermamente decisa a svolgere il primo in modo irreprensibile. Avrebbe vissuto da sola, sarebbe stata una regina senza regno, una moglie senza marito e una donna senza passioni, ma sarebbe rimasta fedele ad Annibale. Non aveva altro a cui aggrapparsi. Sentiva che, finch fosse stata fedele a quel guerriero che muoveva guerra al mondo intero, avrebbe avuto qualcosa, qualcosa di forte e potente, l'unico sentimento che alimentava un'esistenza monotona, qualcosa per cui tutti la rispettavano. Non avrebbe fatto nulla per alterare quella situazione, il suo unico tesoro.

10. IL NIMBUS.
Roma, autunno del 209 a.C.

Netikerty indossava una tunica blu di lana fine. Aveva fatto il bagno e i capelli erano ancora umidi. I nuovi abiti le coprivano il corpo con decenza, non sembrava pi una prostituta bens una schiava di qualche agiata famiglia romana. I lineamenti dolci del suo viso, il piccolo naso e le carnose labbra scure erano sempre l. Ancora s'indovinava la forma dei seni sotto la tunica, ma in modo pi vago. Lelio, tuttavia, continuava a provare per la ragazza quella tremenda attrazione che l'aveva spinto a contrattarne l'acquisto con il console appena qualche settimana prima.
Ti fa ancora male la ferita?
La giovane guardava per terra e non rispondeva.
Ti ho chiesto se ti fa male la ferita. Puoi rispondermi... e puoi guardarmi. Nessuno ti fruster per aver risposto a una semplice domanda, o per avermi guardato.
Netikerty esitava, non era certa di aver compreso bene. Ancora le sfuggivano molte parole in latino. La sua lingua materna era l'egizio. Capiva anche il greco, idioma parlato dai governanti del suo Paese, ma il latino l'aveva imparato solo a furia di botte del padrone e grida degli altri schiavi.
Lelio si avvicin alla ragazza e le pose una mano sotto il mento. Con dolcezza le fece alzare il viso a sufficienza perch lo guardasse negli occhi.
La ferita ti fa male? chiese a un paio di occhi a mandorla, dolci in un mare di tristezza per tutte le pene patite, uno sguardo intenso come il vento su quel mare.
A sua volta Netikerty guard gli occhi di quell'uomo e non vi percep n rancore n timore. Proprio il contrario di quanto era abituata a vedere negli occhi del vecchio padrone.
No rispose finalmente. Va molto meglio. Grazie, mio signore.
Lelio continu a fissarla e a sostenerle il mento, senza permetterle di abbassare la testa. Era sorpreso dalla sua intensa bellezza e dal suo forte spirito, nonostante le avversit che l'avevano colpita. Per un paio di settimane non aveva potuto vedere la ragazza perch si era dedicato alla preparazione del suo rientro in Hispania, impegnato in una serie di contrattazioni infinite per ottenere rifornimenti marittimi, viveri per il viaggio, nuove armi.
Netikerty, invece, non sostenne lo sguardo e, siccome non poteva abbassare il capo, chiuse gli occhi. Lelio allora la liber dalla presa, accarezzandole il mento con il dorso della mano. Sent la dolcezza infinita della pelle liscia e fu sopraffatto dal desiderio. Era una serata d'autunno ancora tiepida. Calino e gli altri schiavi erano usciti a comprare cibo e bevande per un banchetto che lui voleva dare, invitando qualche amico, prima di tornare in Hispania. Erano soli, al centro dell'atrio di una casa deserta. Lui era padrone e signore di quella schiava giovane e bella. Era sobrio e da molti giorni ormai non giaceva con una donna, per l'esattezza dalla settimana prima, quando aveva fatto visita a una prostituta in casa della pi grande lena di Roma. Non aveva voluto approfittare di Netikerty per un confuso groviglio di emozioni o sentimenti che lo avevano indotto a lasciarla tranquilla per qualche giorno, ma non poteva durare cos all'infinito. Quella schiava gli era costata una piccola fortuna ed era ora di trarre beneficio dal suo investimento.
Seduto su un piccolo sgabello senza schienale, Lelio si inclin di lato e afferr un cestino posato l nei pressi. Tenne la piccola cesta tra le mani e la pos davanti a Netikerty.
Aprila!
La giovane lo guard esitante, era pur sempre una schiava.
S, mio signore rispose e s'inginocchi dinanzi al padrone per prendere il cestino dalle sue mani. Quando fece per rialzarsi, sent la forte mano di Lelio sulla spalla. Il suo signore non desiderava che si alzasse. In ginocchio, apr l'involucro con le mani abbronzate. Guard all'interno. Qualcosa scintillava alla luce del sole che inondava il piccolo atrio della domus.
Prendilo disse Lelio.
La ragazza introdusse le mani nel cestino e ne estrasse uno splendido gioiello d'oro. Lo tenne tra i palmi, lasciando che il bell'oggetto brillasse in tutto il suo splendore. Era un'incantevole lamina d'oro da cui pendevano innumerevoli perle, il tutto legato a un sottile nastro di lino con cui senza dubbio la si cingeva intorno alla testa.
Sai che cos'? chiese il generale con curiosit.
Netikerty annu prima di rispondere e, mentre lo faceva, non distolse mai lo sguardo da quella sontuosa gioia.
 un nimbus, mio signore, da cingere intorno alla testa, in modo che penda sulla fronte. Il nome deriva dalla luce che circonda il capo dei vostri di.
Lelio era sorpreso.
Per essere una schiava proveniente da un Paese tanto lontano sai molto dei nostri costumi. E sai molto sui nomi.
I nomi sono importanti, mio signore, in modo particolare nel mio Paese, l'Egitto, dove...
Va bene, va bene la interruppe Lelio, gi annoiato da quella spiegazione. Non ti ho comprata per fare conversazione. Mettiti il gioiello.
La giovane tacque, annu e tenne il nimbus per il nastro di lino, se lo pass dietro la testa e leg le due estremit con un nodo lento. Aveva visto molte romane ricche, invitate in casa del suo precedente padrone Quinto Fabio, presentarsi ai banchetti con gioie simili, anche se nessuna lussuosa come quella che si stava provando ora davanti al nuovo padrone. Era sconcertata, ma si sistem bene il nimbus, in modo che la lamina d'oro con le perle pendenti le coprisse gran parte della fronte. A Roma le fronti piccole erano considerate un tratto di bellezza in una donna. Ecco perch le patrizie romane coprivano la fronte con qualche ricciolo o, quando se lo potevano permettere, con magnifici nimbi tempestati di pietre preziose.
Questa gioia mi  costata una fortuna, tu un'altra. Lelio la guardava con ammirazione. Suppongo che la cosa pi appropriata sia farvi rimanere insieme. Gli di sanno che non mento e sanno anche che, se continuo cos, dilapider tutti i miei guadagni ottenuti con la conquista di Carthago Nova in meno di due o tre mesi, ma devo riconoscere che la spesa  valsa la pena. Una bella gioia per una schiava incantevole. Averti mi fa stare bene.
Ci fu un breve silenzio che termin bruscamente con un ordine lanciato da Lelio, quasi fosse un ordine ai suoi uomini sul campo di battaglia.
Spogliati.
Le parole del nuovo padrone non parvero sorprendere Netikerty. Si ritrasse di un passo per potersi togliere la tunica, che cadde con pesante lentezza sul freddo pavimento di pietra dell'atrio. La ragazza non indossava altro, cos il suo corpo scultoreo rest completamente nudo davanti agli avidi occhi dell'uomo. Nonostante l'apparente tranquillit del suo gesto, lei curv un poco le spalle nel vano tentativo di proteggersi dall'inevitabile.
Far ci che desidera il mio signore, ma per tutte le divinit di Roma non mi picchiare riusc a sussurrare la giovane, guardando per terra.
Gli occhi di Lelio vagavano sulle spalle tornite e tonde, la pelle liscia, abbronzata, i seni come mele, il ventre piatto, la vita stretta, i fianchi generosi e le lunghe gambe che terminavano con due piccoli piedi infilati nei sandali romani. Quando sent la supplica della ragazza, esplor meglio il suo corpo con lo sguardo e, ben al di l della voglia fisica di possederla, not i lividi sulle gambe, le piccole cicatrici in vita e sui fianchi e, peggio ancora, le bruciature vicino ai capezzoli praticate probabilmente con qualche ferro affilato e incandescente. Erano ricordi del suo recente passato in casa del precedente padrone, il vecchio e crudele Fabio Massimo. Erano ferite che il corpo giovane e forte aveva saputo superare e dissimulare con la bellezza dell'insieme, cos come l'edera ricopre una casa nascondendo le crepe dei suoi muri fiaccati dal tempo. Quel secondo esame riemp di una densa amarezza il cuore di Lelio, i suoi appetiti per la giovane acquistarono un sapore aspro, le sue ansie sessuali furono sostituite dalla compassione.
Vestiti e lasciami solo.
Lesta, Netikerty si ricopr con la tunica blu e fu talmente veloce che Lelio si chiese se fosse stata davvero nuda davanti a lui per qualche breve istante. La giovane scomparve dall'atrio e lui rimase in compagnia del silenzio e dei potenti battiti del proprio cuore. Quella ragazza, nuda e indifesa davanti a lui, gli aveva ricordato un povero passerotto ferito, un piccolo passero senza rotta, n origini o destino.

11. UNA GRANDE FESTA.
Tarraco, novembre del 209 a.C.

Nella residenza di Publio Cornelio Scipione a Tarraco era tutto un viavai di schiavi, un trambusto continuo di persone cariche di piatti, vasellame, anfore, bicchieri, casseruole e ogni tipo di cibarie: carni, pesci, frutta. I primi invitati stavano gi arrivando e venivano ricevuti da tre schiave che, in ginocchio, pulivano loro i piedi e li profumavano, poi li aiutavano a liberarsi delle toghe in modo che tutti restassero solo con le tuniche, pi comodi e pi liberi per poter gustare i tanti manicaretti che si stavano preparando per loro.
All'invito del giovane Publio erano accorsi puntualmente tutti i suoi ufficiali, Marcio Settimio, Sesto Digizio, Quinto Trebellio, Mario Giuvenzio, per lo pi soli, tranne il primo. Marcio, che stava in Hispania da pi tempo degli altri, aveva fatto venire la sua famiglia da Roma. Sua moglie Claudia era una donna dall'aspetto fragile e delicato e dal carattere discreto, con la quale Emilia Terza, la moglie di Publio, amava conversare. Arrivarono altri ufficiali ancora, come pure rappresentanti delle autorit locali e persino alcuni capi iberici con i quali i Romani intrattenevano buone relazioni. Publio non sprecava nessuna occasione per mostrare agli Iberi della regione il proprio interesse a mantenere con loro la migliore delle amicizie, cercando di dare radici ai rapporti di fedelt che intendeva coltivare per assicurarsi il dominio, prima a nord dell'Ebro, poi nel resto dell'Hispania.
Scipione ricevette i suoi invitati nell'atrio della domus iniziata dallo zio Gneo e che poi, sotto la supervisione di Emilia Terza, si era trasformata in una residenza ragionevolmente confortevole per una famiglia patrizia romana costretta dalle circostanze belliche a risiedere fuori dalla capitale per un lungo periodo di tempo. Oltre a far aggiungere varie stanze, Emilia aveva insistito affinch si costruisse un lungo forno fisso sotto una parete laterale della casa, approfittando della pendenza naturale e scavando sotto il suolo della domus stessa, in modo che il calore della legna bruciata nel forno si diffondesse per tutta l'abitazione, passando attraverso spazi appositamente aperti fra le pareti divisorie e persino sotto i pavimenti. Era cos che la moglie del generale aveva ottenuto un sistema di riscaldamento simile a quello delle grandi residenze patrizie romane e, bench si stesse avvicinando l'inverno, tutti gli invitati poterono sentirsi a proprio agio senza la necessit di dover indossare tuniche pesanti.
Publio era travolto da un mare di sentimenti opposti. Si sentiva orgoglioso di quanto aveva ottenuto, la conquista di Carthago Nova, un grande trionfo per Roma in una Hispania essenzialmente punica, felice di avere infine un erede, ma al contempo alcuni commercianti gli avevano riportato voci sulla decisione del Senato di non inviare altri rinforzi nella penisola. I mercanti seguivano con attenzione tali decisioni, poich l'arrivo a Tarraco di altri legionari sarebbe stato un fatto molto positivo per i loro affari, dato che erano i fornitori ufficiali di ogni tipo di risorse per le insaziabili truppe in guerra. Allo stesso modo, per, spesso quelle informazioni giungevano deformate dai loro interessi economici e poteva anche essere che Lelio avesse ottenuto qualche rinforzo, ma non tanto quanto desideravano i mercanti. Il che bastava perch si propagasse la voce dell'assenza di truppe d'appoggio per le campagne romane in Hispania.
Il banchetto ebbe inizio con una lunga serie di antipasti a base di lattuga, menta, porri e tonno fresco, per passare poi alla prima mensa in cui si servirono fave e polpette, quindi come secunda mensa pollo e prosciutto, e molti altri piatti con tordi, cavoli, salsicce su farinata bianca e fagioli con lonza, per arrivare infine al fundamentum cenae, il piatto forte della serata, tre enormi capretti innaffiati da una squisita salsa a base di olio d'oliva e vino. Il tutto accompagnato dai migliori vini che Publio era riuscito a trovare nella zona e a scaraffare nelle anfore che si era portato da Roma. Poi arrivarono in tavola uva, pere, mele e fichi, prima di terminare con lunghi vassoi pieni di bellaria, un ampio assortimento di dolcetti leggeri per non appesantire i commensali gi oltremodo sazi. A quel punto entrarono in scena flautisti e musici che accompagnarono gli ultimi scampoli della cena, finch a notte inoltrata si ritirarono per la comissatio, le lunghe chiacchiere del dopo cena, durante la quale gli ufficiali di Publio, a uno a uno, alzarono le coppe e proposero i loro brindisi in onore dell'ultimo rampollo della famiglia degli Scipioni.
Quando andarono a dormire, Publio ed Emila erano stanchi ma felici. Il vino e il mulsum propiziarono al giovane generale delle truppe romane dislocate in Hispania un sonno sereno, libero per quasi tutta la notte dalle preoccupazioni della guerra. Ma verso l'alba i suoi sogni divennero turbolenti, agitati dal chiodo fisso dei rinforzi necessari per poter sopravvivere in quel Paese lontano e complesso, circondati com'erano da trib locali la cui lealt era vaga e sempre incalzati dai tenaci nemici cartaginesi che, con ogni certezza, si stavano preparando per contrattaccare e restituire il colpo subito a Carthago Nova.

12. LA NUOVA OPERA DI PLAUTO.
Roma, novembre del 209 a.C.

Lelio pens che fosse arrivato il momento di portare a termine il secondo incarico ricevuto da Publio Cornelio Scipione: andare a teatro per vedere la nuova opera di Plauto, l'autore che tanto gli interessava. And a cercare la schiava comprata da poco e la trov al suo posto, in cucina. Entr nella stanza e la ragazza, di spalle con un coltello in una mano e delle carote nell'altra, sussult nel sentire la potente voce del nuovo padrone.
Dov' Calino? chiese Lelio.
Netikerty si gir verso il padrone, senza lasciare il coltello e le carote che stringeva nelle mani.
 andato al mercato, credo, e non so se  tornato.
Capisco. Bene. Non importa. Lascia perdere quello che stai facendo. Finir di cucinare lui. Seguimi, andiamo. Andiamo a teatro, cos lo chiamano. Poi alz la voce. Calino, Calino!
Lo schiavo, un po' curvo sotto il peso degli anni, ma ancora robusto e vigoroso, comparve sulla soglia della cucina.
Stasera vado a teatro. La nuova schiava viene con me. E voglio che tu ci scorti, torneremo tardi.
Senza aspettare la sua risposta, Lelio usc in fretta dalla cucina e attravers l'atrio. Netikerty lo seguiva da vicino. L'ufficiale inizi a parlarle.
Ascolta, stasera andiamo a teatro.  una specie di... non saprei... ... insomma, si vedono delle persone... li chiamano attori... che rappresentano qualcosa... una storia, ecco, tutti insieme raccontano una storia. O almeno cos ho capito io, perch non ho mai visto una di queste rappresentazioni, ma stasera devo vederne una e cercare di ricordarmi la storia per raccontarla a... a un generale... a un amico. S, a un amico.
Lelio smise di parlare. Era confuso. Da un lato era piacevole avere qualcuno a cui raccontare i suoi andirivieni per quella citt, dall'altro si rendeva conto di parlare a una schiava che poteva capire ben poco dei suoi racconti. In ogni caso, per quanto fastidioso fosse quel compito, si sentiva pi a suo agio accompagnato che solo e, tenendo in conto il prezzo pagato per quella ragazza, aveva almeno un senso approfittare della sua compagnia. A dire il vero, la sensazione di solitudine che aveva avvertito fin dalla partenza da Carthago Nova si era stemperata soltanto da quando quella giovane si era rannicchiata ai suoi piedi, nel carro che li aveva riportati dalla casa di Fabio Massimo al Foro. Calino era un buon schiavo, ma non aveva mai provato nulla di speciale per lui. L'aveva acquistato gi adulto, quando la sua carriera militare, costellata di promozioni, gli aveva permesso di migliorare il proprio tenore di vita. Uscire con lui non significava uscire accompagnato, ma uscire pi protetto. Calino era formidabile con un randello in mano, un'abilit da non disdegnare nelle pericolose notti romane, ma non era certo la compagnia adatta per un'anima malinconica. Parlava a malapena e nemmeno Lelio era un gran conversatore. Forse per questo vivevano insieme da cos tanto tempo.
Procedendo a zigzag tra le strade di Roma, superando il Macellum e svoltando infine nell'Argiletum, arrivarono al Foro. L si stava riunendo, a poco a poco, una gran folla. C'era gente di ogni genere e condizione: liberti con umili stracci che bazzicavano da un luogo all'altro, mendicanti che chiedevano l'elemosina, commercianti che offrivano prodotti appena comprati al Macellum per approfittare del grande pubblico riunito intorno al recinto del teatro, patrizi accompagnati da scorte e schiavi, senatori soli, senatori con le mogli e senatori con le amanti.
Lelio si avvicin a un banco dove si potevano ritirare le litterae, i biglietti che permettevano di accedere al luogo della rappresentazione. L'ingresso era gratuito poich lo Stato finanziava quegli spettacoli come parte degli intrattenimenti offerti al popolo di Roma. C'era una lunga fila. Lelio e Netikerty aspettarono in coda, persi entrambi nei loro pensieri e intenti a osservare il corteo di personaggi vari che circondavano tutto lo spazio. Arriv il loro turno.
Due disse Lelio.
L'incaricato allung due litterae in silenzio.
Il generale prese due tavolette di pietra dove si leggeva quanto segue: Amphitruo di Plauto. Bene, era piuttosto chiaro, cos almeno si sarebbe ricordato il titolo dell'opera. Senza dubbio dovevano esserci dei vecchi militari tra quegli artisti, perch sembravano piuttosto organizzati. E quello gli piacque. Un po' d'ordine in mezzo a quel caos.
Avanzarono seguendo la ressa della gente che si accalcava alle porte del teatro. Prima l non c'era niente e d'un tratto, come per magia, in pochi giorni avevano eretto una notevole impalcatura di legno che recintava gran parte del Foro cittadino. Entrarono al suo interno e osservarono la struttura del recinto. A sinistra c'era una specie di proscenio innalzato su una base di legno che misurava una ventina di passi in lunghezza. A destra, solo un grande spazio vuoto dove si sarebbero distribuiti gli spettatori per assistere alla rappresentazione in piedi. Lelio si posizion vicino alla scena e nessuno tagli la strada al robusto veterano.
Netikerty lo seguiva da vicino. Aveva paura di perdersi nella calca. Di colpo, senza dire niente, lui le prese la mano. Lei gliene fu grata. Stavano in posizione laterale, ma piuttosto vicini al palco. Certo, Lelio avrebbe anche potuto ottenere una posizione migliore, proprio al centro di fronte agli attori. Ma non poteva evitare di sentirsi fuori luogo. Essere in compagnia della ragazza lo aiutava, dopo tutto molti potevano pensare che fosse l per lei, per la curiosit che la giovane provava verso lo spettacolo. Quel pensiero lo fece sentire pi rilassato. In pi di un'occasione Publio gli aveva riferito che in Grecia e in molte delle sue colonie c'erano autentici teatri in pietra, immensi, costruiti sui fianchi delle alture per approfittare al meglio della... com' che la chiamava? S, dell'acustica... Insomma, si sentivano meglio gli attori. Teatri enormi di pietra che potevano contenere migliaia di persone. In quello spazio aperto, ci nonostante, ci dovevano essere pur sempre duemila persone. Se quel fenomeno del teatro si fosse diffuso tra i romani, avrebbero senz'altro dovuto provvedere alla costruzione di qualche teatro come quelli di cui parlava Publio. Lui non ne aveva mai visto uno in vita sua. Si diceva che nel Sud della penisola italica, tra le colonie della Magna Grecia o nelle colonie greche di Sicilia, ci fossero teatri di quel tipo. A Siracusa ce n'era uno gigante, fatto costruire da uno dei tiranni di quella citt. E aspettando che la rappresentazione avesse inizio, prov la curiosit di visitare un giorno qualcuna di quelle immense costruzioni barbare. In ogni caso era divertente trovarsi l, gi solo per vedere tutta quella gente riunita.
Netikerty se ne stava in silenzio e pensava agli eventi pi recenti della sua movimentata vita. Solo pochi giorni prima era la schiava sessuale di Quinto Fabio Massimo, un importante nobile di quella citt. Tra le persone che aveva visto sfilare nella casa del suo vecchio padrone dovevano esserci gli uomini pi influenti di Roma. Eppure per lei tutta quella influenza e quel potere si erano tradotti solo in tormenti e umiliazioni. Aveva dovuto passare numerose notti con quell'anziano facendo ogni genere di cose per eccitarlo. E il peggio non era il sesso, ma le frustate e le torture. Sembrava che il vecchio godesse pi causando dolore che cercando il piacere. Poi, in un istante, era passata da quella vita di vessazioni alle mani di uno sconosciuto, preoccupato per le sue ferite, che le offriva un bagno e abiti degni di quel nome. Ora bisognava vedere come sarebbe stata una notte con il nuovo padrone prima di farsi un'idea precisa del suo futuro. Fino a quel momento si era trattenuto e non l'aveva posseduta, ma prima o poi sarebbe successo. In realt quel comportamento la confondeva. E adesso era stordita da tutta quella gente e dallo strano posto in cui si trovavano.
Il teatro ormai era pieno. Il sole della sera brillava ancora in quel lento crepuscolo autunnale. Comparve in scena un attore. Lelio cerc di capire se potesse trattarsi di Plauto, ma il trucco che il comico aveva in faccia rendeva impossibile identificarlo. Chiunque fosse, inizi a declamare con voce possente per farsi sentire dalle centinaia di persone che, non accortesi ancora della sua presenza, continuavano a intavolare le loro conversazioni.
...Volete che nei vostri commerci, nelle compere e nelle vendite, vi assicuri guadagni generosi e vi aiuti in tutto? Volete che sistemi per bene gli affari e i conti di voi tutti, all'estero e in patria, e riempia di buoni, grandi guadagni, senza fine, gli affari gi avviati e quelli da avviare? E volete che dia buone notizie a voi e a tutti i vostri, che io vi riferisca, che io vi annunzi, le novit per voi pi vantaggiose? Certo, voi lo sapete:  proprio a me che gli altri di hanno dato ogni potere sulle notizie e sul guadagno. Ma se volete che vi esaudisca, e mi dia da fare perch sia sempre a vostra disposizione un guadagno duraturo, allora dovrete fare un po' di silenzio per questa commedia, e cercare tutti quanti di esserne giudici giusti e imparziali. Ora vi dir per ordine di chi vengo e perch sono qua, e insieme vi riveler il mio nome: vengo per ordine di Giove, il mio nome  Mercurio...
A quel punto Plauto si ferm un istante, in parte per recuperare fiato, in parte per godere del silenzio che le sue parole avevano fatto calare sul pubblico e in parte ancora perch era preoccupato per gli alti coturni che, nelle vesti del dio Mercurio, gli toccava indossare. Gi una volta si era slogato una caviglia impersonando Giove e non voleva che gli accadesse di nuovo.
Lelio era ammirato. L'attore declamava la sua parte con viva passione ed era riuscito a catturare l'interesse del pubblico, lui compreso. Declamava da quei suoi alti coturni, ornati di nappe dorate, come si confaceva al suo ruolo divino, ma camminava con una certa goffaggine. Il militare decise di prestare la massima attenzione per comprendere la trama dell'opera fin dall'inizio, quand'ecco che una mano ferma si pos sulla sua spalla. Il maturo tribuno si gir infastidito, ma come vide il fratello di Publio, Lucio Cornelio Scipione, che gli sorrideva affabile, si rilass e salut il giovane senatore.

13. UNA LETTERA DA LUCIO.
Tarraco, dicembre del 209 a.C.

Stimato Publio, amato fratello,
 la terza lettera che ti scrivo. Altri due messaggeri sono partiti gi molte settimane fa, ma la tua ultima missiva mi ha fatto capire che non sono arrivati a destinazione. Le vie di collegamento sono pericolose, i Galli del Nord si stanno ribellando e i pirati fanno il bello e il cattivo tempo in mare. Temono solo le nostre navi da guerra e queste ultime sono occupate a combattere la flotta cartaginese. Spero che questo messaggio finalmente ti arrivi. Non ho voluto ricorrere ai messaggeri ufficiali per evitare che le mie considerazioni cadessero nelle mani sbagliate e fossero recapitate al nostro caro nemico Fabio Massimo.
Mi spiace, ma non ho buone notizie da comunicarti: Lelio non  riuscito a convincere il Senato affinch invii rinforzi in Hispania. Dovrai continuare la lotta con le due sole legioni di cui disponi. Lelio ha insistito molto. Di sicuro non  un grande oratore, ma la conquista di Carthago Nova, il bottino e i prigionieri avrebbero davvero potuto essere un motivo sufficiente perch il Senato cedesse. Purtroppo, come sempre, Fabio Massimo ha insistito sul fatto che abbiamo bisogno di tutte le risorse qui in Italia per tenere Annibale lontano da Roma. Come potrai immaginare, la paura ha fatto il resto. In realt non penso che un oratore migliore sarebbe riuscito a far cambiare opinione a un Senato guidato da Fabio Massimo, che ormai  diventato princeps senatus a vita.
So che Lelio, con l'aiuto mio e dei nostri amici, sta tentando di caricare le triremi con ogni genere di provviste e armi per non tornare a Tarraco a mani vuote. Ieri  venuto a cena da me ed  chiaro che teme la tua reazione. Come ti ho detto prima, non credo si possa incolpare lui per la debolezza e la paura dei senatori. Nostra madre  della stessa opinione e prega gli di perch ti proteggano in ogni momento. Come facciamo tutti. N c' bisogno di dirti quanto ci sentiamo orgogliosi di essere tuo fratello e tua madre.
Nel Foro, con sommo disappunto di Fabio Massimo, ancora si parla della presa in sei giorni soltanto di Carthago Nova. In tal modo si loda a malapena la conquista di Tarentum da parte di Fabio e dei suoi. Dal canto mio, posso assicurarti che non passa giorno al Foro senza che mi salutino vari patrizi e plebei rinomati, insistendo con me affinch ti faccia pervenire la loro gratitudine per la tua vittoria in Hispania.
Ora che mi viene in mente, ho visto Lelio anche a teatro. Immagino sia per la tua influenza. L'ho persino visto conversare con Plauto dopo la rappresentazione. A proposito, era accompagnato da una bellissima schiava egizia. Non mi sorprenderebbe se la portasse con s in Hispania. Al suo posto, io lo farei. Non so dove l'abbia comprata, ma se riuscirai a scoprirlo fammelo sapere.
Che gli di ti conservino in salute e ti proteggano dall'ira del nemico.
Tuo fratello,
Lucio Cornelio Scipione
Ebbene? domand Emilia con vivo interesse. Che cosa racconta Lucio?
Publio pos la lettera sul tavolo e sospir. Erano seduti nell'ampio giardino della loro domus di Tarraco. Emilia indossava un'aderente tunica verde. Publio la guardava con intensit. Era incredibile come una donna recuperasse in fretta il suo aspetto fiorente dopo il parto. Gi lo aveva sorpreso alla nascita della prima figlia, Cornelia, e ora di nuovo gli sembrava ammirevole quel pronto recupero dopo la nascita del piccolo Publio.
Dice che Lelio non  riuscito a convincere il Senato a inviare rinforzi. E pensa che non sia colpa sua. Non so... forse non dovevo mandare lui. Forse persino Marcio o Mario sarebbero stati pi convincenti, anche se Lucio sostiene che sarebbe andata cos con chiunque. In realt avevo pensato che i fatti, esposti con la concisione tipica di un militare come Lelio, sarebbero stati pi che sufficienti per ottenere quei rinforzi, ma sembra che Fabio Massimo abbia fatto prevalere la sua opinione: tutte le legioni debbono rimanere in Italia per salvaguardare Roma. Suppongo che dobbiamo essere grati di non perdere le nostre legioni. Non capiscono che la guerra si vincer se riusciremo a spostare il conflitto dall'Italia, non capiscono che in questo modo combattiamo la guerra che vuole Annibale. Non lo capiscono, non capiscono concluse Publio e scaric un pugno sul tavolo.
La tavoletta e una coppa posati l sopra caddero. La tavoletta si spezz e la coppa and in frantumi, spargendo il suo contenuto di vino e miele per terra.
Emilia lo guardava con una certa preoccupazione. Publio non era un uomo che si faceva trasportare dalle emozioni, tanto meno uno che si esibiva in dimostrazioni incontrollate di dolore o frustrazione. Fu la prima volta in cui si rese conto chiaramente che la guerra stava cambiando suo marito e, con la chiaroveggenza che d l'amore, comprese anche come quella trasformazione fosse gi cominciata. Era lenta e sottile, ma stava avendo luogo. A poco a poco l'obiettivo di porre fine a quella guerra, seguendo il piano di suo padre e suo zio, si stava trasformando in un'ossessione. Qualunque ostacolo si frapponesse al raggiungimento di quella meta lo turbava pi del dovuto, in modo eccessivo.
Publio fissava il pavimento zuppo di mulsum. Uno schiavo stava gi raccogliendo i resti del recipiente, mentre un altro posava sul tavolo i due pezzi della tavoletta.
Il giovane generale taceva, la moglie anche. Pochi istanti prima Emilia aveva creduto di vedere una scintilla di desiderio negli occhi del marito, ma se anche cos fosse stato ora quell'anelito era scomparso. No, lo sguardo di Publio si perdeva nel vuoto. Lei sapeva che stava calcolando, pensando, escogitando il modo di sconfiggere i Cartaginesi con le esigue truppe di cui disponeva, bench il nemico fosse tre volte pi numeroso. Emilia preferiva quell'altro sguardo, ma sapeva che almeno per quella sera questi pensieri avrebbero avuto il sopravvento. La questione era fino a quando.
La voce del marito la sorprese all'improvviso, rivelandole che la sua mente non era esattamente concentrata sul modo di battere i Cartaginesi bens su come superare un ostacolo anche peggiore: i nemici interni.
A volte mi chiedo disse Publio sovrappensiero, gli occhi fissi per terra fin dove sono disposti ad arrivare Fabio Massimo e i suoi seguaci per eliminarci tutti?

14. UNA NOTTE DI FUOCO.
Roma, novembre del 209 a.C.

Eodem tempore septem tabernae quae postea quinque, et argentariae quae nunc novae appellantur, arsere; comprensa postea privata aedificia - neque enim tum basilicae erant - conprehensae lautumiae forumque piscatorium et atrium regium. Aedis Vestae vix defensa est tredecim maxime servorum opera, qui in publicum redempti ac manu missi sunt. Nocte ac die continuatum incendium fuit, nec ulli dubium erat humana id fraude factum esse...
[Bruciarono nello stesso tempo le sette botteghe, che dopo diventarono cinque, e quelle dei cambiavalute che ora si chiamano tabernae novae; poi il fuoco si propag agli edifici privati - poich all'epoca non c'era ancora il recinto delle basiliche -, quindi alle fucine, al mercato del pesce e all'atrio degli di. Il tempio di Vesta fu salvato a stento, per opera soprattutto di tredici schiavi che vennero ricompensati con denaro pubblico e messi in libert. L'incendio dur una notte e un giorno, n c'erano dubbi sulla sua origine dolosa...]
TITO LIVIO, Ab Urbe condita, XXVI, 27, 1-4
Lelio si meravigli di trovare cos poca gente all'uscita dal Foro e quando svoltarono nell'Argiletum. Si ferm di colpo, e i suoi schiavi inciamparono tra loro per imitarlo. Aveva chiesto a Calino di venirlo a prendere, al termine dello spettacolo, in compagnia di altri schiavi, perch tornassero a casa tutti insieme. Nel caso di un brutto incontro poteva fidarsi solo della lealt di Calino, perch gli altri erano giovani acquistati di recente per compiti minori legati alla casa; tuttavia il fatto di circolare scortato da diversi servitori era spesso un modo efficace per scoraggiare i gruppi di malfattori notturni che si muovevano in silenzio tra le ombre delle strade di Roma. Netikerty, all'erta, si guardava intorno e camminava a pochi centimetri dal padrone, trattenendo il respiro. Senza saperlo, lei e Lelio avevano entrambi la sensazione che stesse per succedere qualcosa.
Per strada scendevano due carri che senza dubbio venivano dal Macellum, quello grande, a nord-est della citt. Lelio riprese a camminare in fretta, ma abbandon il grande viale dell'Argiletum e si addentr nel labirinto di vicoletti che si allungavano dietro le tabernae novae e passavano per le tabernae septem. Pensava che in quei vicoletti, man mano sempre pi vicini al mercato, avrebbe trovato la protezione di mercanti, pescatori e artigiani, che in quelle ore tarde stavano ancora trafficando con le mercanzie da esporre il giorno successivo. All'inizio fu cos, ma quando svoltarono di nuovo verso nord, ormai superato il Macellum, si trovarono di colpo in una via completamente deserta. Lelio non esit un istante e infil la mano nervosa sotto il sagum per cercare la spada. Era l. Fu contento di non indossare la toga. Una saggia decisione, come avrebbero confermato gli sviluppi di quella notte. La toga era un indumento scomodo per lottare, mentre il sagum permetteva pi libert di movimento.
La strada era avvolta nell'oscurit, se si escludevano le deboli ombre proiettate da una luna bianca. Poi, pian piano, a entrambe le estremit di quella viuzza stretta comparvero sagome scure, tremolanti alla luce delle fiaccole che portavano con s. Lelio cont cinque, sei, forse sette uomini a ogni lato. Troppi per lui, Calino e i due giovani schiavi che li accompagnavano. Su Netikerty in quel momento non si poteva contare, sarebbe stata pi un impedimento che un aiuto. Si pass il dorso della mano sulla bocca. Era secca. Si chiedeva chi potesse permettersi di organizzare un assalto contro un tribuno delle legioni di Roma, contro il generale in seconda di Scipione, eppure quella aveva tutta l'aria di essere un'aggressione premeditata, non era l'incontro fortuito con dei ladroni. Le idee che gli passavano per la testa non lo tranquillizzavano. Non si trattava di una banda di ladri, non era normale trovarne cos tanti insieme.
I loro inseguitori si facevano sempre pi vicini alle due estremit del vicolo. Lelio, al centro, con gli schiavi alle sue spalle, guardava ora da una parte ora dall'altra. Cercava rifugio in una delle pareti laterali. Quelle che li circondavano erano case di legno, mal costruite, ammucchiate tra loro, senza la magnificenza dei grandi edifici del Foro che, ironia della sorte, si trovavano tanto vicino ma adesso per loro erano tanto lontani. Sguain la spada. I due gruppi di assalitori si avvicinarono fino a trovarsi a una decina di passi da loro.
Sono Gaio Lelio, tribuno delle legioni d'Hispania, agli ordini di Publio Cornelio Scipione. Non sapete quello che fate. Per Ercole, andatevene prima che arrivino i triumviri o finirete tutti crocefissi.
Non ci fu nessuna risposta, gli uomini rimasero dov'erano. Non erano banditi: una simile minaccia sarebbe bastata a dissuadere qualsiasi banda di malintenzionati. Nella notte risuon il suono di una dozzina di spade sguainate. Dal rumore, inconfondibile per le sue orecchie esperte, il tribuno riconobbe i gladi militari. E seppe con chi aveva a che fare: vecchi legionari assoldati da un privato. Non era gente disposta a tirarsi indietro davanti alle parole, chiunque le pronunciasse. Avevano una missione da compiere e denaro da riscuotere, che non sarebbe stato nelle loro mani finch non avessero eseguito gli ordini.
Lelio guard i suoi schiavi: erano terrorizzati, in particolare i giovani. Calino, pur mantenendo il sangue freddo, lo era altrettanto, forse perch era l'unico a comprendere la gravit della situazione. Netikerty stava aggrappata a lui. Cos non avrebbe potuto combattere.
Prendete la ragazza e proteggetela.
Non aveva senso chieder loro di aiutarlo in quella lotta. Nessuno sapeva combattere: sarebbe stato come gettare carne in pasto ai lupi affamati. Lelio opt per l'unica strategia che poteva sorprendere i suoi nemici: l'attacco. Non era disposto a farsi ammazzare in mezzo a quel fetente olezzo di pesce marcio che aleggiava nelle vicinanze del Macellum.
Gli uomini videro la sua ombra muovere cinque passi rapidi verso il gruppo che gli tagliava la strada a nord del vicolo. Quasi non li aveva ancora raggiunti, che la spada del tribuno infilz a sorpresa uno degli assalitori, poi in un istante Lelio estrasse l'arma dal corpo trapassato per affrontare i colpi di due dei cinque uomini rimasti del gruppo. Lelio ferm quell'attacco, si gir verso gli altri tre e nel girare si pieg e tronc due gambe di due aggressori diversi. Quelli caddero per terra ululando, fuori combattimento, e si trascinarono verso il muro opposto. Uno dei due abbandon la sua fiaccola nella polvere della strada. Restavano tre uomini armati.
Lelio retrocedette per attaccare il gruppo che stava a sud della via. Non erano intervenuti, sorpresi com'erano ma anche divertiti, perch si aspettavano una rapida fine della loro preda. Quando per videro il tribuno che si avvicinava, due di loro gli andarono incontro. Lui ripet il movimento di chinarsi per tentare di tagliare qualche gamba ai suoi aggressori, o almeno ferirla, ma si trov di fronte le spade degli avversari, ormai consci della sua destrezza militare. Il tribuno fren il proprio attacco e si piazz al centro, vicino alla fiaccola rotolata a terra. La faccenda si complicava. E iniziava ad assomigliare anche troppo alla presa delle mura di Carthago Nova, ma ora non aveva a disposizione Sesto Digizio o i suoi uomini. In quel momento, mentre gli si avvicinavano due uomini da nord e due da sud, Calino si mise al suo fianco, afferr la fiaccola e si lanci contro gli aggressori da nord, il che permise a Lelio di scagliarsi nuovamente su quelli a sud, stavolta senza abbassarsi ma con rapide stoccate, finch la sua spada fer al viso uno degli avversari mentre con il braccio libero colpiva l'altro al petto facendolo cadere. Quando quello fece per alzarsi, si ritrov la spada del tribuno infilata nello sterno. Due in meno, ma in totale ne restavano in piedi ancora sette, tre da una parte e quattro dall'altra.
Lelio si volt e vide Calino difendersi brandendo la fiaccola con furia e mantenendo a distanza i tre di quel lato, ma non avrebbe potuto resistere a lungo e cos si mosse in suo aiuto. Uno degli assalitori tronc di netto la fiaccola, che salt via come una palla di fuoco e fin tra le case di legno addossate alle tabernae septem. Anche cos Calino riusc a colpire con l'asta della fiaccola, rimastagli in mano, e a infilzarla nella spalla di uno dei tre nemici, ma n la sua audacia n l'intervento di Lelio lo salvarono da una gelida spada che lo trafisse nella schiena. Lo schiavo cadde senza un grido. Un istante dopo Lelio uccise chi lo aveva giustiziato. Restavano solo un uomo a nord, pi i due feriti alla gamba accovacciati in un angolo, e un altro intento a strapparsi dalla spalla l'asta della fiaccola. Era quella la loro via di fuga. L'estremit sud della via era infatti ancora difesa da quattro uomini.
Deciso. Guard verso Netikerty, raggomitolata sotto il porticato di una delle botteghe del vicolo. Gli schiavi giovani erano partiti di corsa: uno era riuscito a scappare verso nord, perch non era l'obiettivo degli assalitori; l'altro, che si era mosso verso sud, era stato invece infilzato da due spade che non desideravano testimoni. La ragazza era stata pi intelligente e aveva aspettato di vedere cosa avrebbe fatto il padrone. Lelio apprezz quel comportamento, e al contempo si sentiva grato e sorpreso - perch negarlo - per l'intervento coraggioso e leale di Calino. Ora per non aveva tempo di piangere la sua morte. Fece un cenno alla giovane schiava che, senza esitare, si alz e si avvicin. Il militare affront di nuovo l'avversario che veniva da nord, sicuro che Netikerty l'avrebbe seguito per scappare, quando a un tratto sent un dolore pungente alla coscia sinistra: uno dei feriti si era girato e gli stava aprendo la gamba con la spada. Furioso, Lelio lo fin infilandogli la propria lama nella nuca. Quello sussult come un bue al macello e poi rest immobile.
Torn ad attaccare il nemico da nord, senza perdere di vista l'avanzata dei quattro avversari che stavano risalendo il vicolo per circondare lui e Netikerty, ma all'improvviso accadde qualcosa che li lasci tutti paralizzati. Di colpo una delle tabernae septem inizi a bruciare. La fiaccola caduta aveva appiccato un fuoco che, con un colpo di vento, si era ravvivato causando un incendio. Sopraffatto dalla sorpresa, Lelio riusc a vedere le facce degli uomini che lo circondavano alla luce delle fiamme. Erano guerrieri di mezza et, veterani di una delle molteplici campagne di Roma. Per lo pi avevano i volti affilati, abituati alle ristrettezze, di uomini che non avevano assaporato ancora i vantaggi di essere assassini prezzolati per un tempo sufficiente a riempire le pance e a perdere destrezza con le armi. Un peccato, pens mentre zoppicava alla volta del suo avversario a nord, ma l'andatura adesso era pi lenta e ben presto lui e Netikerty si ritrovarono circondati dai cinque uomini rimasti in piedi.
Lelio si pass una mano sulla barba. La giovane schiava stava sempre dietro di lui. Le cose si mettevano male. Era stanco e ferito, ormai non era pi possibile sorprendere gli assalitori con vecchi trucchi da militare. Inizi a retrocedere, Netikerty al suo fianco, verso la bottega in fiamme. Gli uomini che l'accerchiavano si avvicinavano, le spade alzate, puntando alla gola della loro preda.
Intanto l'incendio si stava estendendo e anche la seconda taberna inizi ad ardere. L'aria era satura di fumo e scintille. Lelio fece mezzo giro su se stesso, prese Netikerty tra le braccia, si gir per vedere un'ultima volta i suoi aggressori nell'atto di scagliarsi contro di loro, poi diede una spallata alla porta in fiamme della seconda bottega incendiata.
Gli uomini tentarono di seguirli, ma una delle travi di legno cedette per il fuoco e imped loro il passaggio. Lelio attravers a tutta velocit gli alloggi della bottega, trattenendo il respiro, finch dal retro usc in una specie di cortile con un impluvium pieno d'acqua. Vi si gett dentro con la ragazza tra le braccia, inzuppando gli indumenti fumanti; respirarono entrambi a pieni polmoni. Non c'era per tempo per fermarsi. Erano tutte case di legno e l'incendio acquistava sempre pi forza. Si udivano le urla di decine di persone e le voci autoritarie dei triumviri che, allarmati dalle luci delle fiamme, erano infine accorsi dal Foro.
Il militare si fece strada, gi pi sicuro con gli abiti bagnati, attraverso un altro gruppo di botteghe in fiamme. Forzando porte e ignorando il dolore della gamba ferita, riemerse con la sua giovane schiava atterrita all'altra estremit della via. Non vi era pi traccia dei loro aggressori, solo soldati delle legiones urbanae, liberti e schiavi, che portavano secchi d'acqua per cercare di fermare l'incendio che si propagava senza freni e minacciava di avvicinarsi agli edifici sacri del Foro. Il tumulto e la confusione avvolsero Lelio e Netikerty, che ora camminava di nuovo al fianco del padrone, nella loro fuga lenta ma decisa verso la casa del tribuno.
Raggiunsero la casa a mezzanotte passata. Nell'ultimo tratto Netikerty aiut il robusto tribuno a camminare. Entrarono nell'atrio e Lelio si lasci cadere sul triclinio, supino, gli occhi persi nel cielo notturno. Sopra la casa si vedevano passare le scintille dell'incendio che l'aria portava con s.
Qui saremo al sicuro, mio signore? chiese la giovane schiava inginocchiandosi accanto a lui.
L'uomo annu e, come se si sentisse obbligato nei suoi confronti per l'aiuto fornitogli negli ultimi metri di fuga, aggiunse una spiegazione.
Il vento... va verso sud. Noi siamo a nord. Le fiamme si propagheranno a sud, per di pi l, prima di arrivare al Foro, troveranno altra legna. Tutta Roma ora sta lottando per arginare l'incendio. Qui siamo al sicuro... almeno per qualche ora. Assicurati che la porta sia chiusa bene e bloccata dall'interno. Non c' pi Calino ad aiutarci.
Netikerty si alz subito per controllare. Era un portone spesso e pesante, di legno, rinforzato con ribattiture di ferro.
La porta  chiusa bene, padrone.
D'accordo. Allora passeremo la notte qui e domani lasceremo Roma. Questa citt inizia a essere pi pericolosa di un fronte di battaglia. In Hispania saremo pi al sicuro.
La ragazza avrebbe voluto chiedere chi potevano essere gli uomini che li avevano assaliti, poi cambi idea e tacque. In qualche modo sapeva che sia lui sia lei pensavano la stessa cosa. Era ancora un po' frastornata: nessuno l'aveva aggredita personalmente, ma si chiedeva cosa sarebbe successo se Lelio fosse stato ammazzato. Ora, per, non doveva occuparsi di quello, bens di curare il suo padrone.
Di nuovo in ginocchio accanto al triclinio, la giovane estrasse alcuni rotoli dalla sua tunica bagnata e li pos a terra con attenzione.
Tutto a posto? chiese Lelio.
S, mio signore. Li ho preservati dal fuoco e dall'acqua. Tutto a posto.
Lelio si lasci cadere sul triclinio, sospirando sollevato. La ragazza sollev piano piano il sagum del tribuno.
Bisogna curare questa ferita, signore.
Lui si rialz un poco, puntando i gomiti, e studi il taglio: non era troppo profondo, ma piuttosto doloroso. Non s'intendeva molto di medicina, ma lavare bene le ferite con acqua era il chiodo fisso del medico greco delle legioni in Hispania.
Porta acqua e panni puliti. Pulisci bene la ferita, poi mettimi una benda.
Netikerty annu e nel giro di un attimo ritorn con tutto il necessario. Pos un bacile con acqua fresca ai piedi del triclinio e con un panno pulito lav la ferita sfregandola dolcemente. Sentiva come il suo padrone tendeva i muscoli, stringeva con forza le labbra e non diceva niente. Lei prov a lavarlo con maggiore dolcezza, ma senza smettere di pulire bene la ferita con l'acqua e di asciugare poi il sangue con un altro panno pulito. Il padrone gir la testa di lato e fiss lo sguardo su una delle pareti, contemplando una lunga serie di simboli latini per lo pi in inchiostro nero, alcuni invece rossi, che per la ragazza non avevano alcun significato. Riconosceva le lunghe colonne di lettere dell'alfabeto latino che dovevano seguire un qualche modello, ma non era riuscita a decifrarlo. Era in grado di leggere qualche parola sciolta in latino, poco altro.
Padrone, cosa sono queste lettere?
Lelio si volt piano, sorpreso dalla domanda.
 un calendario, un calendario romano.
Ah rispose la giovane, mentre posava lo straccio umido e si impegnava ad asciugare la ferita.
 un calendario. In cima ci sono i mesi, Ianuarius, Februarius, Martius, Aprilis, Maius, Iunius, Quintilis, Sextilis, September, October, November, December, pi un mese addizionale o intercalaris... per completare l'anno. Parlare gli faceva bene, lo distoglieva dal dolore, forse Netikerty domandava proprio per questo. La ragazza ascoltava attenta, mentre continuava a tamponare la ferita.
Ma...
S? la incoraggi Lelio. Provava curiosit per i dubbi della sua giovane schiava.

Ecco, se quintilis significa il quinto e sextilis sta per sesto e cos via, come mai Quintilis  il settimo mese del vostro elenco e Sextilis l'ottavo? Cos non ha senso.
Lui sorrise. Era vero.
 che nell'antichit il nostro calendario aveva solo dieci mesi... iniziando da Martius. Ma siccome erano insufficienti per l'anno agricolo e le stagioni... si aggiunsero due mesi all'inizio: Ianuarius e Februarius. Poi fu aggiunto anche il mese da intercalare per completare i giorni che, secondo i sacerdoti, erano necessari a mantenere il calendario in accordo con le raccolte e le stagioni... Lelio mise fine alle sue spiegazioni. Era stanco.
Netikerty ascoltava ma non sembrava soddisfatta.
Quindi ai giorni nostri i nomi da Quintilis in avanti hanno perso il loro significato. Ma i nomi devono avere un senso.
Lelio la guard. I nomi devono avere un senso? Gli egiziani erano gente stravagante. La ragazza continuava a premergli dolcemente la ferita con il palmo delle mani. Il dolore stava scemando e sentiva il calore di quella pelle giovane anche attraverso il panno sottile. Era un calore vitale, proprio come lo sguardo della ragazza con le sue pupille brillanti e indagatrici intente a studiare la parete dove stava il calendario. La vita era strana. Erano appena stati aggrediti da sconosciuti nelle strade di Roma, sul punto di perdere la vita, circondati da un mondo in guerra, lui reduce da una missione che non era riuscito a portare a termine, fallendo nel suo tentativo di ottenere rinforzi per la lotta in Hispania, e riusciva a pensare solo al corpo caldo e scuro di quella schiava.
Guardavo il calendario prosegu Lelio perch volevo sapere quale sarebbe il giorno propizio per partire da Ostia e tornare in Hispania.
E si pu sapere guardando quelle lettere? domand Netikerty abbassando lo sguardo sul panno e sulla ferita. Quando vide la tela insanguinata, cambi il panno con uno nuovo e lo mise intorno al taglio a mo' di benda.
A ciascun giorno corrisponde una lettera, dalla A alla H. La H indica che  giorno di mercato. E cos si succedono i giorni del mese. Poi, la K indica che sono le kalendae, il primo giorno del mese, e NON sta a significare le nonae, cio quando la luna si trova nel quarto crescente. EIDVS segnala il tredicesimo o il quindicesimo giorno di ogni mese e coincide con la luna piena. Poi noterai che in alcuni giorni sono segnate una C, una N o una F: la C sta per giorni comitiales, nei quali si pu celebrare qualsiasi atto pubblico; i giorni N sono nefasti e in essi non  legale far nulla in pubblico perch sono riservati alla venerazione degli di, mentre al contrario mi interessano i giorni F, poich sono i giorni fasti, quelli in cui  permesso intraprendere qualunque cosa. Sono giorni buoni per partire. Per i soldati e gli equipaggi delle imbarcazioni al mio comando tutto ci  importante.
Netikerty bendava piano la ferita del suo padrone. Lui la guardava. Per bendargli la gamba, lei gli posava i palmi delle mani sulla coscia o sul polpaccio. Lelio sentiva il tocco della sua pelle liscia e intuiva che, nonostante la condizione di schiava, Fabio non l'aveva utilizzata per le pulizie o la cucina. Le aveva evitato quei compiti per mantenerne intatta e soffice la pelle, e godere di lei in altre attivit.
La ragazza, all'apparenza ignara degli intensi sguardi del suo paziente, di tanto in tanto guardava la parete.
Alcuni giorni ci sono anche altre parole, no?, come LEMVR o AGON o anche TVBIL.
Lelio rispose senza smettere di guardarla e senza voltarsi verso il calendario.
LEMVR, AGON, TVBIL...? Allora sei nel mese di Maius, dedicato alla dea Maia, e cos sono indicate le feste principali: le Lemuria, quando adoriamo i lemures o spiriti dei defunti; Agonium Veiovis, quando sacrifichiamo un agnello a Veiovis, una divinit degli inferi; e Tubilustrium, quando purifichiamo le trombe di guerra. E cos via, per ogni nome che vedi nel calendario.
Netikerty aveva terminato di bendare il padrone. Lui la vedeva in ginocchio, le piccole mani che premevano incrociate sulla sua gamba ferita come per calmare il dolore, e si sorprese, perch sembrava davvero che la ragazza assorbisse la sua sofferenza.
E i giorni in rosso? domand la giovane.
Sono giorni speciali, i primi della settimana, di ogni ciclo lunare o feste particolari. Con il rosso segniamo i giorni di particolare importanza.  un'abitudine come un'altra. Non so quando inizi n quando si smetter di usarla.
Stava ancora parlando, quando allung il braccio destro e cinse la ragazza per la vita stringendola con fermezza ma senza farle male. La fece alzare finch fu in piedi accanto a lui, poi la fece sedere accanto a s. La guard negli occhi. Lei abbass lo sguardo, ma senza togliere le piccole mani dalla gamba di Lelio. E proprio l, tra le cosce dell'uomo, qualcosa sembr muoversi. La giovane sent come il membro del suo padrone cresceva. Non pensava che quell'uomo ferito avesse energie sufficienti per possederla. Si sbagliava.

15. CATONE E FABIO.
Roma, dicembre del 209 a.C.

A Fabio Massimo le notizie arrivavano con rapidit, ma persino Catone si stup che fosse gi a conoscenza di quanto stava succedendo quella notte a Roma, pertanto non pot evitare che una certa sorpresa si manifestasse sul suo viso quando il vecchio console gli fece quella domanda a bruciapelo.
 vero ci che ho sentito? Che Roma  in fiamme?
Catone annu e, sotto lo sguardo pungente del suo interlocutore, complet l'informazione con i dati a sua disposizione.
C' un incendio nel quartiere del Macellum. Sembra che ormai sia sotto controllo, per sono bruciate le tabernae septem e dicono che sono state lambite dalle fiamme anche le tabernae novae, e persino l'edificio della Regia, anche se questo non  confermato. Il tempio di Vesta si  salvato per l'intervento di un gruppo di schiavi.
Quegli schiavi dovranno essere ricompensati.
Offrendo loro la libert? chiese Catone.
S. Questo piacer al popolo.
E cos sar fatto. Me ne occuper io.
Si conosce l'origine dell'incendio?
Il giovane rimase in silenzio per un istante, poi rispose.
No. Forse dei piromani.
Massimo non chiese altro. Aveva la pungente sensazione che Marco non gli stesse dicendo tutto ci che sapeva. In ogni caso, il vecchio console decise di non insistere. A volte  meglio che la verit resti nascosta, e Catone, con il suo silenzio, sembrava condividere quella visione. Fabio Massimo credette persino di vedere un certo sollievo sulla faccia del suo discepolo politico, quando quest'ultimo cap che non gli avrebbe posto altre domande in proposito.
Vado a occuparmi della faccenda di quegli schiavi disse Catone e se ne and senza dire altro.
Massimo rimase da solo. Bisognava ricostruire velocemente quanto era bruciato. Si trovavano nel pieno di una guerra atroce e un centro urbano devastato da un misterioso incendio era l'ultima cosa di cui avevano bisogno per risollevare il morale al popolo. Perch loro avevano bisogno del popolo. Avevano bisogno di soldati.
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LIBRO Secondo.
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PUBLIO CORNELIO SCIPIONE IMPERATOR
208 a.C.
Cuius aures veritati clausae sunt, ut ab amico verum
audire nequeat, huius salus desperanda est.
[Chi ha le orecchie cos chiuse alla verit da non poterla sentire nemmeno dalla bocca di un amico, costui  perduto.]
CICERONE, Laelius, de amicitia, XXIV, 90

16. IL RITORNO DI LELIO.
Tarraco, gennaio del 208 a.C.

Publio si alz dal triclinio e lo ricevette a braccia aperte. Lelio sospir di sollievo nel sentire l'abbraccio del suo generale, del suo amico, del giovane patrizio che aveva promesso di difendere e proteggere per sempre. Sapeva di averlo deluso non ottenendo le due legioni supplementari che lui aveva tanto sollecitato, ma quell'abbraccio affettuoso stemperava i suoi dubbi e gli rasserenava l'animo. O forse Publio ancora non sapeva quanto era successo? No, non aveva alcun senso, perch lo stesso Lucio gli aveva detto che avrebbe scritto al fratello per informarlo degli esiti di quella perfida riunione al Senato. Che altro sapeva o non sapeva l'amico di tutti i suoi andirivieni a Roma? Quanto poteva raccontargli?
Ma entra, Lelio, entra nella nostra casa e riposati. Hai l'aria sfinita. La voce di Publio risuonava sincera, pacifica e intendeva rassicurarlo. Dimmi, com' Roma? Di cosa si parla? Del Senato mi ha gi raccontato mio fratello per lettera, ma vorrei sentirlo anche da te. Che cosa  successo esattamente?
Emilia venne in suo soccorso.
Se non gli lasci nemmeno il tempo di respirare, come speri che ti risponda, Publio?
Hai ragione, Emilia, come sempre. Vieni, Lelio, entra e siediti insieme a noi. Rivolgendosi a uno schiavo che si trovava in fondo all'atrio, vicino ai triclini, ordin: Portateci del vino, vino puro e mulsum, ma in fretta, per tutti gli di! Abbiamo in casa un amico, il migliore degli amici, che di sicuro  assetato dopo il suo lungo viaggio.
Lelio prese posto alla destra dell'anfitrione sul triclinio riservato agli invitati di rango. La conversazione ebbe inizio e prov a rispondere alla lunga sfilza di domande lanciate da Publio. Narr il proprio insuccesso al Senato, come per un attimo si era illuso di aver ottenuto i rinforzi cos necessari l in Hispania, finch non era intervenuto Quinto Fabio Massimo facendo valere la sua carica di princeps senatus e la sua grande capacit oratoria per persuadere tutti che il vero nemico era Annibale e che non si potevano inviare altre truppe fuori dall'Italia. Publio ascoltava con attenzione annuendo di tanto in tanto e mostrando il suo interesse per i fatti descritti. Poi Lelio, nel tentativo di cambiare argomento, introdusse il tema dell'Amphitruo, l'ultima rappresentazione di Plauto, fornendo un riassunto assai scarno degli eventi narrati nell'opera del popolare scrittore.
C'era uno schiavo, ingannato dagli di, da Mercurio e anche da Giove, perch in tal modo Giove poteva giacere con la moglie del padrone dello schiavo, o qualcosa del genere, ma la cosa curiosa  che bench gli di apparissero in scena non si trattava di una tragedia bens di una commedia, o almeno cos mi  sembrato.
Una commedia con gli di presenti in scena? lo interruppe Publio, incredulo. Vedo che con il teatro ti confondi ancora pi di quanto mi aspettassi.
Lelio si difese con audacia.
Sapevo che se non ti avessi portato delle prove non mi avresti creduto, cos mi sono munito di prove inconfutabili. Tieni e giudica tu stesso, Publio.
Dalle pieghe della toga estrasse i rotoli della copia consegnatagli dallo stesso Plauto.
L'amico prese i rotoli con un gesto di ammirazione.
Un originale, scritto dall'autore di suo pugno? In tal caso hai superato te stesso, hai superato tutto ci che mi aspettavo fu il commento di Publio mentre dispiegava uno dei rotoli con autentica ansia nello sguardo.
Trascorse un minuto di silenzio nel quale tanto Lelio quanto Emilia rispettarono il piacere della lettura di Publio senza dire niente. Lelio si decise infine ad aggiungere qualche parola.
Avevo una tale confusione in testa con la trama che dopo la rappresentazione sono andato a parlare con Plauto e gli ho chiesto una copia dell'opera. All'inizio mi  sembrato stupito, ma quando gli ho detto che era per te si  mostrato tra il sorpreso e il lusingato, o cos credo. Insomma, l'essenziale  che mi ha dato questa copia.
Publio annuiva mentre continuava a esaminare il primo dei rotoli. Lelio, dal canto suo, omise di menzionare il miracoloso contributo di Netikerty per conservare intatti quei rotoli dalle fiamme e dall'acqua durante la loro fuga notturna tra i vicoli del Macellum. Per finire Publio pos i rotoli sul tavolo ripiegandoli con cura, poi esit, li riprese e fece un cenno con la mano a uno degli schiavi presenti. Quello si avvicin all'istante.
Porta questi rotoli al tablinum e lasciali l, sul mio tavolo, ma fa' molta attenzione a non danneggiarli perch sono preziosi. Guardando ora Lelio ora la moglie aggiunse: Non  ancora il momento perch mi diverta con una lettura pi attenta di quest'opera e verifichi cos quanto ci ha raccontato Lelio. Ma, comunque sia, devo gi ammettere che gli di escono in scena e tuttavia nel prologo dell'opera intuisco un tono sarcastico improprio per una tragedia... Ma lasciamo stare, raccontaci qualcosa in pi della tua permanenza a Roma, mio caro Lelio. Mi hanno detto che non sei tornato da solo. Non avrai portato con te un esercito, ma non sei nemmeno tornato solo come quando partisti per Roma.
Lelio corrug la fronte. Non sapeva bene a cosa si riferisse Publio con quelle parole. Pens subito a Netikerty, ma lo sorprendeva che l'acquisto di una schiava potesse suscitare tanto interesse, sebbene fosse consapevole che la bellezza e la sensualit della ragazza egizia non erano passate inosservate tra i marinai della quinquereme con cui erano tornati da Roma. Lui stesso le aveva proibito di salire in coperta, se non la sera per prendere un po' d'aria, in modo tale da non essere costantemente guardata da tutti. Era possibile che la fama della sua bellezza fosse gi arrivata alle orecchie dell'amico?
Dinanzi al silenzio di Lelio, Publio continu.
Mi hanno detto... ci hanno detto si corresse guardando la moglie che sei tornato in compagnia di una schiava bellissima.
Lelio bevve un po' di vino dalla sua coppa. Non voleva nascondere niente a proposito di Netikerty, ma spiegare tutto quanto risultava imbarazzante. Forse poteva evitare l'imbarazzo non precisando il luogo dove l'aveva comprata.
A mio fratello Lucio continu Publio interesserebbe sapere dove l'hai comprata. Credo che ne voglia una come lei per s.
Al militare and di traverso il vino. Sput grumi di vino e saliva per terra. Chiese un po' di acqua. Non perch ne avesse davvero bisogno ma per guadagnare tempo. Ci non fece altro che acuire l'interesse di Publio, perch Lelio non chiedeva mai acqua. Ci nonostante il generale decise di rimanere in silenzio e di offrire al suo grande amico il tempo per riaversi e decidere se parlare dell'argomento o meno. Sapeva che Lelio era molto preoccupato per quel loro incontro a causa della penosa questione delle legioni non ottenute in Senato, cos non volle opprimerlo con altre domande su quello che incredibilmente sembrava un tema sensibile per il pi fedele dei suoi ufficiali.
 solo una schiava egizia. Molto bella, s, questo  vero, per  soltanto una schiava.
Publio sapeva che una simile spiegazione meritava una domanda del tipo E allora perch ti strozzi?, ma scelse la discrezione. Nel denso silenzio che segu, Lelio, che si dibatteva tra l'aprirsi sinceramente o tacere del tutto, decise che con Publio solo l'onest avrebbe incrementato la forza della loro alleanza, perci prese di nuovo la parola e narr in modo conciso ma con particolari sufficienti la sua uscita dal Senato, il modo in cui il giovane Catone lo aveva avvicinato, l'incontro con Quinto Fabio Massimo nella sua gigantesca villa, compresa l'offerta di appoggio politico per abbandonare Publio, il proprio rifiuto a lasciarsi comprare, l'episodio dell'acquisto di Netikerty e l'aggressione notturna nelle vie anguste prossime al Foro, come pure l'incendio della citt. Narr quegli avvenimenti come un fiume in piena.
Publio ed Emilia capirono subito che il loro amico si stava sfogando e che il fatto che avesse volutamente taciuto su quell'incontro gli pesava sull'anima. Solo allora, nel rivelare tutta la verit e riversarla su di loro come una brocca che si vuota di colpo, il suo spirito si stava riappacificando.
Cos questa  la storia di dove e come ho comprato la mia schiava. E questa  stata la mia visita a Roma.  tutto.
Publio ed Emilia lo guardavano attoniti. Fu il generale a intervenire per primo e a esprimere i propri sentimenti.
Fabio cerca di comprarti, ti offre tutto, compreso il consolato, e tu lo rifiuti!
Lelio annu in silenzio.
Publio lo guard ammirato. Restarono cos per qualche secondo finch il giovane Scipione scoppi a ridere.
E non contento, inizi tra le risate nel bel mezzo di una trattativa per comprare la tua fedelt, tu gli fai un'offerta per una delle sue schiave. Sono sicuro che Fabio Massimo non credeva facessi sul serio.
Lelio sorrise timidamente.
All'inizio no, poi ha cambiato idea. Si vede che al vecchio senatore il denaro interessa ancora.
Non bisogna mai disprezzare il potere del denaro,  proprio vero conferm Publio e scoppi di nuovo a ridere. Il vecchio Fabio ti offre il consolato e tu ribatti con l'offerta per una delle sue schiave. Dopodich invia una banda di assassini prezzolati per farti fuori e tu, per salvarti, incendi l'intera Roma. Per Giove e per tutti gli di, sei insuperabile, Lelio, insuperabile. Levo la mia coppa in tuo onore e propongo un brindisi: sei qui con me, con noi, e questa  l'unica cosa che importa. Gaio Lelio, tu mi sei fedele. Mi offri la tua fedelt ogni giorno e se, dopo tutte le fatiche che hai affrontato per me, hai ottenuto una bella schiava, te la sei guadagnata: goditela in salute, mio buon amico. Ho ancora in mente quando brindammo alla nostra amicizia, quella sera vicino al fiume Trebbia, ricordi?
Non lo dimenticher mai. Credo che quel brindisi mi leghi a te almeno quanto il giuramento a tuo padre.
Publio annu con orgoglio.
E dunque brindiamo di nuovo tutti insieme all'amicizia. Credo che qualsiasi altro uomo avessi inviato a Roma, non sarebbe tornato: si sarebbe alleato con Fabio Massimo oppure sarebbe morto. E alz la sua coppa, appena rabboccata di vino, questa volta senza miele.
Emilia e Lelio lo imitarono e i tre bevvero con piacere, assaporando sui loro palati il sapore di un'amicizia sincera.
La conversazione, condotta ora da Emilia con alcune domande sulla vita quotidiana a Roma che tanto le mancava, prosegu rilassata, mentre Publio si perdeva in pensieri pi cupi. Aveva vicino a s un grande amico, che aveva appena vinto la tentazione del successo politico e del lusso offerti da Fabio. Era qualcosa di cui sentirsi soddisfatti, ma di nuovo la dura realt della mancanza di truppe sufficienti ad affrontare o perfino a difendersi dai Cartaginesi lo colp in tutta la sua crudezza. Com'era possibile che Fabio Massimo e il Senato non vedessero la necessit di trattenere i Cartaginesi l, in Hispania? Che cosa pretendeva Massimo? Di colpo una sensazione sorprendente e tragica insieme invase la sua anima: l'anziano senatore era disposto a rischiare Roma, a permettere addirittura che i Cartaginesi si impadronissero dell'Hispania e che avanzassero attraverso la Gallia, come aveva gi fatto Annibale, per poter eliminare i suoi nemici politici, e cio lui stesso, Publio Cornelio Scipione, e quanti lo appoggiavano. La certezza rese amaro il vino, ma Publio mantenne un sorriso di apparenza mentre Lelio cercava, in modo alquanto maldestro, di descrivere come si vestivano le donne di Roma e come acconciavano i loro capelli.
Forse dovrei parlare con la tua schiava comment Emilia divertita, dinanzi alle sconnesse spiegazioni di Lelio. Di sicuro sapr essere pi precisa di te per tutto ci che riguarda gli abiti e le pettinature femminili. Ma ha un nome questa ragazza?
Netikerty rispose Lelio con le guance leggermente arrossate, forse per il vino, forse perch imbarazzato.
Publio inarc un sopracciglio nel sentire quel nome e pens al suo significato. Netikerty. Per non disse nulla. Era curioso che le cose apprese da bambino, sotto la tutela dei precettori greci scelti da suo padre, di colpo diventassero interessanti. Aveva sempre compreso l'utilit di parlare in greco, per non aveva mai capito il senso di studiare l'egizio e altre lingue barbare. Emilia si rivolse a lui tra le risate.
Per Castore e Polluce, Publio, devi chiedere a Lelio che la prossima volta si faccia accompagnare da quella schiava. Devo parlare con lei, ho bisogno di notizie fresche da Roma su argomenti in cui chiaramente il tuo migliore ufficiale  assai poco ferrato.
Publio annu sorridendo. E anche Lelio fece di s con la testa. Tutti erano felici di stare insieme, anche se a ciascuno di loro il cuore batteva con intensit per motivi differenti. Publio, gi dimenticato lo sgomento di fronte a quel nome egizio, continuava a preoccuparsi soprattutto per la mancanza delle due legioni di cui aveva tanto bisogno; Lelio non sapeva se avesse fatto bene a parlare tanto di Netikerty ed era in dubbio su come l'avrebbero trattata Emilia e Publio; Emilia, dal canto suo, era piena di curiosit e voleva conoscere quella schiava che aveva catturato il cuore del pi fedele ufficiale di suo marito. Perch qualcosa era risultato evidente in quella cena, anche se i due uomini sembravano ignorarlo: Gaio Lelio si era innamorato.

17. LA RIBELLIONE DELL'ETRURIA.
Roma, febbraio del 208 a.C.

Il nuovo anno port a Marcello la quinta carica come console. Ancora una volta il Senato cercava qualcuno con esperienza per garantire una difesa adeguata di fronte all'incontenibile furia di Annibale. L'anno prima quella responsabilit era toccata a Quinto Fabio Massimo e ora si eleggeva un altro senatore che, al pari di Fabio, raggiungeva il suo quinto consolato. L'altra carica fu assegnata a Crispino, pi giovane, senza troppa esperienza in guerra ma con una qualit fondamentale: Roma stava cercando di preparare uomini nuovi in previsione di continuare quel conflitto bellico il cui inizio sembrava ormai remoto e la cui fine nessuno riusciva a intravedere, n gli uguri ufficiali n gli auspices pi famosi.
Quel mattino il Senato era stracolmo. Man mano si erano aggiunti nuovi senatori per rimpiazzare i caduti sul campo di battaglia. Fabio Massimo, in qualit di princeps senatus, osservava i colleghi dalla sua posizione privilegiata nella prima fila di banchi della Curia Hostilia. Quel giorno c'erano argomenti pi importanti che mai di cui occuparsi. Gi si era deliberato sulla suddivisione delle legioni: due a ogni console per agire in Italia, incalzare Annibale o difendersi a seconda dei punti di vista; il resto delle legioni doveva mantenere le posizioni dell'anno prima, distribuite com'erano tra le guarnigioni di Capua, Tarentum, della Sardegna, della frontiera con la Gallia, oltre alle forze distaccate in Hispania sotto il comando di Publio Cornelio Scipione. A Terenzio Varrone fu concesso il comando delle legiones urbanae e, dopo il suo disastroso operato nella battaglia di Canne, nessuno sembrava disposto a concedergli missioni di maggior prestigio.
Fabio osservava il collega caduto in disgrazia: Terenzio mostrava dignit, con la sua toga virilis bella stretta; senza dubbio non gli mancavano gli schiavi nemmeno in piena catastrofe personale. Almeno, pensava Fabio, Emilio Paolo, l'altro console al comando del disastro di Canne, si era immolato nella terribile battaglia con epica devotio. Se non fosse stato perch la famiglia di Emilio Paolo si era alleata in modo tanto stretto con gli Scipioni - il giovane Publio Cornelio si era sposato con Emilia Terza, figlia di Emilio Paolo - Fabio si sarebbe persino mostrato pi rispettoso nei confronti delle azioni di Emilio. Di fatto la sua devotio aveva lavato l'immagine dei patrizi agli occhi del popolo e salvato, in misura minima, l'onore del Senato.
Fabio guard per terra. In ogni caso gli argomenti all'ordine del giorno erano altri: la questione dell'Etruria e l'eventuale concessione di ricompense a Livio, il centurione al comando della guarnigione della cittadella di Tarentum allorch la citt era caduta nelle mani di Annibale.
Il dibattito inizi con la questione dell'Etruria. Era un argomento importante dal punto di vista militare, poich si trattava di una ribellione che si estendeva da Arretium per tutta la regione etrusca, dove le citt si rifiutavano di offrire rinforzi a Roma; in piena guerra contro Cartagine non se lo potevano permettere, soprattutto perch bisognava evitare che quella ribellione si diffondesse in altre regioni, come gi era accaduto anni prima con il sollevamento di varie citt latine. Alcuni sostenevano che si dovesse negoziare, dato che non era conveniente affrontare militarmente regioni alleate, tuttavia l'opposizione dei senatori di Arretium a cedere altri uomini, viveri e risorse a Roma si faceva sempre pi grande. Tutte le regioni che appoggiavano i Romani ormai erano esauste.
Massimo ascoltava e, a ogni nuova relazione che veniva letta, comprendeva sempre meglio l'intelligenza con cui stava lottando Annibale: un assedio a Roma era una follia e il cartaginese l'aveva solo minacciato, come manovra diversiva, affinch i Romani trasferissero le truppe che assediavano Capua; s, era da tempo che Fabio Massimo lo intuiva ma ora era chiaro: Annibale cercava di sconfiggere Roma per puro sfinimento. I Cartaginesi stava portando tutti gli alleati dei Romani alla stessa estenuazione: da l alla ribellione mancava solo un passo. Aveva gi dovuto sedare la rivolta delle citt latine e poi passare ad arruolare schiavi, persino condannati a morte, per proseguire il combattimento contro l'invasore cartaginese e, nonostante tutti gli sforzi, Annibale era ancora l. Se la dea Fortuna ancora non li aveva abbandonati definitivamente in favore dei Cartaginesi, era solo perch non avevano ancora ricevuto i rinforzi necessari sia da sud, da Cartagine, che da nord, non appena Asdrubale fosse riuscito a piegare le legioni di Scipione in Hispania. Ora, per, il problema era l'Etruria. Fabio Massimo condivideva l'opinione di cercare di evitare la guerra aperta contro Arretium e tutta la regione, ma accettava anche il fatto che chi proponeva la mano dura potesse avere ragione: bisognava controllare quella rivolta in modo rapido, prima che si estendesse in tutta Italia.
Fabio Massimo si alz, raggiunse il centro della Curia e attese che calasse il silenzio. Tutti attendevano con ansia il parere del pi veterano di loro, del princeps senatus.
Avete tutti ragione: sia coloro che sostengono si debba attaccare l'Etruria e punire la rivolta, sia quelli che si mostrano pi cauti. Avete tutti ragione e, ci nonostante, dobbiamo decidere rapidamente, perch la malattia che presuppone una sollevazione si contagia in modo rapido da un paese all'altro e da una regione all'altra. Ed  proprio ci che desidera Annibale e non dobbiamo permettere in alcun modo che accada. Cosa fare? Massimo guard a lungo i senatori, lasciando che il silenzio pesasse sulle loro anime. Vi dir io che cosa fare. Provava piacere nel trattarli come bambini; la sua condizione di principe del Senato glielo permetteva, cos come l'ammirazione degli uni e il timore degli altri fomentavano la sua attitudine paternalista e insieme cinica. Non attaccheremo ma invieremo una legione, e quella legione fermer la rivolta senza spargimento di sangue, o almeno senza guerra aperta. La legione prender ostaggi tra i figli dei senatori di Arretium o tra altri probiviri della citt. Centoventi mi sembra un numero sufficiente per garantirci la volont del loro intero Senato. Gli ostaggi saranno giovani, meglio se bambini. Li porteremo a Roma e li tratteremo come si conf alla loro nobile origine, con dignit, persino con generosit, perch dobbiamo far intendere che Roma paga in modo generoso la lealt, allo stesso modo in cui paghiamo con crudelt estrema le rivolte. Se l'Etruria rimane fedele a noi, i padri degli ostaggi non dovranno temere niente, se l'Etruria invece si ostina nella sua defezione, prima squarteremo i bambini, non come senatori ma come traditori di Roma, e poi... poi stermineremo Arretium, ma questo come ultima ratio, perch sono sicuro che non sar necessario. Saranno infatti gli stessi senatori della citt a far s che ci non accada, e noi potremo restituire il dominio dell'Etruria dal nostro esercito ai suoi stessi governanti, liberando cos una legione, indispensabile per ci che  davvero importante: la guerra con Annibale.
I senatori accettarono di buon grado il consiglio di Fabio. Restava solo da decidere chi si sarebbe fatto carico di quella memorabile missione: catturare bambini, usarli come merce di scambio. Non c'era troppo onore in una simile tattica, per quanto efficace potesse essere, come in effetti risult; tutti si scambiavano occhiate, ma nessuno si proponeva volontario.
I patres conscripti guardarono di nuovo Fabio Massimo e questi rispose loro in silenzio, gli occhi fissi su Terenzio Varrone. Il messaggio fu captato e Varrone venne messo al comando della legione che si sarebbe recata ad Arretium. Era un uomo marchiato dalla sua disastrosa condotta a Canne, ormai senza possibilit di carriera politica e militare poich la fiducia di tutti verso di lui era nulla. Rapire bambini sembrava qualcosa di assai appropriato per il suo livello di abilit. Gli fu offerto l'incarico con parole ufficiali e roboanti, poi Terenzio Varrone si alz e lo accett di buon grado, se con ci poteva essere utile alla sua patria. E ingoi la vergogna.
Fabio Massimo lo aveva innalzato fino a dargli il comando di otto legioni e a partire per Canne; ora lo affondava e tutti condividevano. Cos era la politica a Roma e cos era Quinto Fabio Massimo. In quei giorni per di pi correva voce che Fabio avesse messo tutto il proprio impegno nel promuovere suo figlio Quinto e un giovane avventizio che lo seguiva ovunque: Marco Porcio Catone. Erano temuti entrambi, non per loro stessi, ma perch tutti sapevano che dietro di loro si nascondeva lo stesso Fabio Massimo.
Il Senato prosegu la sua lunga seduta e passarono alla seconda questione per cui si erano riuniti quel giorno. L'argomento era di minore importanza: premiare Livio, ufficiale al comando della cittadella di Tarentum. La questione toccava tuttavia l'orgoglio di Fabio in forma diretta e personale, poich era stato lui a liberare Tarentum dal dominio cartaginese e non intendeva condividere tale onore con nessuno. In effetti aveva tentato di troncare alla radice il pettegolezzo che la citt fosse stata conquistata soltanto grazie al tradimento di un reparto di Bruzi, che avevano disertato dalle fila cartaginesi ed erano passati ai Romani, aprendo le porte della citt per far entrare le truppe di Fabio. Tutti davano per certo che dovesse essere successo qualcosa del genere, del resto lo stesso Annibale aveva usato una strategia simile per prendere la citt; ma comunque fosse, menzogna o meno, Fabio Massimo era stato attento a non lasciare testimoni, in modo che nessuno potesse sostenere una simile versione in pubblico.
Quanto a Livio, il suo caso era singolare: si trovava al comando della citt quando Annibale era stato aiutato dai cittadini di Tarentum che anelavano a liberarsi dal giogo romano e perci avevano collaborato con il generale cartaginese affinch prendesse la citt. Livio aveva resistito quanto possibile, per era stato tradito e la porta Temenida era rimasta aperta, permettendo ai Cartaginesi di irrompere nella citt. Allora Livo, anzich combattere fino alla morte, aveva deciso di trincerarsi nella fortezza interna, una piccola cittadella all'estremit nord-occidentale che controllava l'accesso al porto. Con quella manovra il romano aveva di fatto ceduto la citt, ma al contempo aveva anche fatto s che Tarentum non potesse essere usata da Annibale come porto dove ricevere rinforzi.
Il Senato era diviso tra famigliari e amici di Livio, che sostenevano che quella era stata una manovra intelligente e aveva reso un miglior servizio allo Stato pi che se il comandante si fosse immolato dinanzi al nemico; mentre dall'altra parte stavano quanti vedevano nella perdita della citt una sconfitta funesta che non aveva fatto che aumentare il potere di Annibale nel Sud, incoraggiando molti insediamenti bruzi e della Magna Grecia a passare dalla parte dei Cartaginesi. Di conseguenza Livio non doveva essere ricompensato per essersi nascosto vari anni, anzi, al contrario, doveva essere punito con severit.
La discussione si protrasse per varie ore senza che nessuna delle due parti cedesse sulle sue posizioni. Durante tutto quel tempo, come sempre nei casi dubbi, i senatori continuavano a interpellare Fabio Massimo. Il vecchio senatore aveva meditato a lungo su quale dovesse essere la sua posizione. Le voci che Tarentum fosse tornata nelle sue mani per un tradimento dei Bruzi era troppo forte per essere ignorata: se decideva di appoggiare la mozione che intendeva punire Livio per codardia, i suoi nemici avrebbero avuto buon gioco a istigare il popolo con l'idea che si trattasse di invidia, poich non desiderava condividere con nessuno la gloria di aver recuperato una citt tanto importante. Alimentare simili voci e pettegolezzi non era positivo. La mozione opposta, favorevole alla premiazione di Livio, gli faceva per rivoltare le budella. Del resto non era facile trovare una posizione intermedia.
Massimo si pass la mano rugosa sui capelli biancastri e radi, lasciando che le dita scendessero fin sulla nuca. Tuttavia non bisognava perdere di vista ci che era importante e ci che lo era meno. Erano trascorsi vari anni di guerra in cui aveva sempre spinto il Senato nella direzione che riteneva pi opportuna, ma, bench lo ferisse nel suo amor proprio, quanto si dibatteva ora era assai meno importante, non aveva alcuna implicazione militare e scarso valore politico. Cedere un po' ora significava investire nel futuro. I suoi nemici avrebbero perso forza: non potevano pi descriverlo come un uomo sempre arroccato sulle sue posizioni, inflessibile. Gli adepti avrebbero rispettato qualunque sua decisione, come pure le banderuole: lo avrebbero considerato un uomo non retto dalla propria ambizione personale bens dall'interesse per lo Stato. Strinse a pugno la mano destra e annu, poi si alz e prese la parola.
 ormai lungo tempo che stiamo dirimendo su cosa sia opportuno fare in relazione al comportamento di Livio. Tutti mi osservate di sottecchi, no, non dite di no, mi guardate tutti, sia quelli che sono soliti concordare con il mio modo di analizzare le cose, sia quelli che di solito non sono d'accordo con me. Abbozz un tenue e amabile sorriso che si propag per il Senato, persino tra alcuni membri della famiglia di Emilio Paolo, nemici acerrimi di Fabio Massimo. E mi guardate perch, in fin dei conti, ho riconquistato io Tarentum. Questo senza dubbio d alla mia opinione un valore speciale. Tacque e fece passare qualche istante. Ritengo che si debba premiare Livio. Gli amici lo guardarono sorpresi, i nemici corrugarono la fronte confusi e insieme sospettosi. Vi prego, vi prego, premiate Livio e fatelo con la mia benedizione, con la benedizione di tutti gli di, perch senza dubbio Livio  stato l'uomo chiave per il recupero della citt da parte mia: se infatti lui prima non l'avesse persa, io non avrei potuto riconquistarla per lo Stato in un secondo momento.
Centinaia di risate risuonarono all'interno della Curia Hostilia e provenivano dagli alleati di Fabio; sulle facce dei suoi nemici, invece, i vaghi sorrisi scomparvero.
Anzi, per Castore e Polluce, quanto pi lo premierete tanto pi mi farete felice.
Quinto Fabio Massimo riprese posto al suo banco. Vari amici si avvicinarono e formarono intorno a lui un cerchio percorso dalle risate.
Trascorsero alcuni minuti prima che la seduta potesse riprendere. Si concord dunque di mantenere Livio nel suo rango militare, concedergli il comando di una guarnigione e una gratificazione economica, temi che avrebbero dovuto essere precisati in una futura sessione, ma ormai non aveva importanza. Le parole di Fabio corsero per Roma come sospinte dal vento. Senza dubbio Livio  stato l'uomo chiave per il recupero della citt da parte mia: se infatti lui prima non l'avesse persa, io non avrei potuto riconquistarla per lo Stato in un secondo momento. E Livio in effetti ricevette le sue ricompense, ma pochi premi avevano generato tante battute e beffe pubbliche nella citt di Roma.

18. ANNIBALE RISORGE.
Puglia, in prossimit di Venusia. Alla fine dell'inverno del 208 a.C.

Una collina ricoperta di boschi, alta e scura alla luce dell'alba. Il sole iniziava a palesarsi sulla terra d'Apulia, ma i suoi raggi al momento lambivano solo lievemente i fianchi di quel promontorio verde. Claudio Marcello, console di Roma per la quinta volta, un onore che condivideva con Fabio Massimo, osservava quell'altura. Marcello era circondato da un nutrito gruppo di lictores, ufficiali legionari che lo avevano accompagnato attraverso l'accampamento acquartierato nei pressi di Venusia fino a raggiungere la porta praetoria. L si ferm a contemplare la collina di cui tanto gli avevano parlato e che sembrava frapporsi tra loro e le forze di Annibale. Bevve un po' d'acqua mentre, con la fronte distesa, attendeva il suo collega al comando, il console Crispino, con il quale aveva unito le forze in uno dei tanti tentativi di affrontare Annibale e di farlo una volta per tutte, sul campo di battaglia, ponendo fine a quella guerra.
Sapeva che tutti lo osservavano. Conservava una figura diritta, nonostante avesse pi di cinquant'anni, e andava fiero del portamento distinto e allo stesso tempo terrificante, che metteva a disagio gli ufficiali e risvegliava l'ammirazione tra i legionari. Tutti lo guardavano con stupore: era l'unico generale che in qualche occasione aveva sconfitto Annibale, bench fossero state piccole vittorie. Era il conquistatore di Siracusa ed era stato eletto cinque volte console. Nemmeno Fabio Massimo poteva eguagliarlo, almeno non sul campo di battaglia.
Marcello pens qualche secondo a Fabio Massimo. Non lo considerava un pusillanime, come dicevano alcuni, n un debole. No, per Marcello era uno stratega, per troppo cauto. Seguendo le sue regole, quella guerra sarebbe durata all'infinito. All'altro estremo stavano gli Scipioni e la loro idea temeraria di spostare il fronte di guerra in Africa. Su quel punto Marcello concordava con Fabio Massimo: la guerra doveva essere vinta in Italia, sconfiggendo Annibale in modo definitivo, prendendolo vivo se possibile e non abbattendolo nel bel mezzo di un combattimento. No, la strada da seguire non era n l'esagerata precauzione di Massimo n l'audacia senza limiti del giovane Scipione. Marcello sentiva che in lui risiedeva la speranza del popolo romano.
I suoi pensieri passarono da lontano al punto pi vicino e tornarono su quella collina, che si frapponeva tra gli eserciti consolari e le truppe mercenarie e africane di Annibale.
 quella la collina? chiese il console Crispino mentre si avvicinava a Marcello.
L'interpellato si gir e lo salut con cortesia. Claudio Marcello rispettava in modo scrupoloso la forma. Pass quindi a esporre il suo piano.
I rapporti dei ricognitori sono confusi. Non si sa ancora se quella collina faccia per noi o se  meglio allontanare l'accampamento da qui.
Capisco convenne Crispino. Hai qualche suggerimento? Sono disposto a seguire ci che la tua esperienza intuisce come la strategia pi appropriata.
Marcello bevve un ultimo sorso d'acqua e gett la coppa di lato. Un calon la raccolse e la ripose insieme all'anfora che trasportava sulla schiena.
Credo che la cosa migliore sia esplorarla insieme. Solo cos potremo ricavare un'opinione adeguata su quanto convenga fare. Forse  una mossa un po' rischiosa, per non so che altra decisione prendere.
Crispino assent piano.
Pu essere la cosa migliore. In questo momento i Cartaginesi sono tranquilli. Non abbiamo ricevuto informazioni su truppe puniche in movimento. Quanti uomini pensi che dovranno accompagnarci?
Duecento cavalieri saranno sufficienti per proteggerci nel caso di un attacco a sorpresa e non troppi per muoverci con rapidit.
D'accordo. Duecento cavalieri. Partiamo convenne Crispino.
Era una mattina di densa bruma. I cavalli numidi scalpitavano tra gli alberi. I cavalieri si affannavano a calmarli, accarezzando loro il collo e sussurrando parole quasi magiche di consolazione. Il vacuo suono del silenzio, proprio come lo spesso vapore dell'alba, avvolgeva quelle ombre sulle loro cavalcature. Sembravano statue di tempi remoti, imprigionate nel bosco della collina. Videro passare i cavalieri romani sul sentiero che s'inerpicava verso la cima di quella dolce altura, ma rimasero impassibili, in silenzio. Guardavano il capo della cavalleria Maarbale, nobile cartaginese, il viso bruciato dal sole, con il cavallo leggermente avanzato rispetto alla linea delle altre bestie e se possibile ancora pi immobile dei suoi uomini, quasi che l'animale e l'uomo fossero stati congelati da un'alba fredda.
I Romani salivano in una colonna di quattro. Faceva strada una turma ampliata a quaranta cavalieri di Fregellae. Seguivano i due consoli con i lictores della loro guardia personale e quindi il resto dei cavalieri di origine etrusca. I primi sembravano fiduciosi, gli Etruschi tuttavia diffidavano dei boschi, che ricordavano loro le lotte contro i Galli della regione cisalpina. Alberi e colline non avevano portato mai nulla di buono, tuttavia seguivano i loro generali, fedeli e attenti. Forse erano solo paure e brutti ricordi, niente di cui preoccuparsi. N si poteva combattere una guerra come donne impaurite. Alcuni Etruschi provavano vergogna per i loro timori, altri continuavano a scrutare nervosi da una parte all'altra del sentiero.
I consoli sono saliti in cima alla collina rifer un ufficiale africano veterano al suo comandante in capo.
Annibale si volt e lo guard con aria incredula.
I due consoli?
Entrambi, mio generale. Come confermano le loro uniformi color porpora.
Non poteva combattere contro due eserciti consolari. In realt il suo piano era continuare con le piccole scaramucce e poi ritirarsi di nuovo verso sud, verso il Bruzio, oppure assediare un'altra volta Locri, ma i due consoli erano un'avanguardia... Quello era un regalo degli di, Baal, Melqart e Tanit tutti insieme.
Il mio cavallo, presto! ordin Annibale con decisione. Voglio mille uomini a cavallo su per quella collina!
L'ufficiale svan come una saetta. Annibale sent il tuonare della sua cavalleria che usciva dall'accampamento in meno di un istante, aizz il proprio cavallo e in un attimo fu con loro al gran galoppo. Si sentiva giovane nonostante i suoi quarant'anni passati. Era l'alba e presto sarebbero entrati in combattimento. Se fosse andata bene, sarebbe stato un duro colpo per il morale dei Romani. Una stoccata riuscita che avrebbe trapassato il cuore di Roma. Un terribile fendente che avrebbe fatto anche pi male perch i Cartaginesi erano in inferiorit numerica e privi di risorse. Era ci di cui aveva bisogno per rifarsi degli ultimi anni di indecisioni e per incoraggiare i suoi mercenari a dilatare la contesa fino all'arrivo del fratello Asdrubale da nord.
Claudio Marcello percep qualcosa di indefinito, soffuso, nell'aria. Di colpo comprese ci che lo turbava: il silenzio. Non era un silenzio normale ma denso, pesante, quasi stagnante; stava sorgendo il sole e non si sentivano fischiare gli uccelli, come se fossero volati via spaventati da qualcosa o qualcuno. Fu allora che sent le prime grida nella retroguardia. Il generale, cinque volte console di Roma e unico membro della nobilitas ad aver messo in difficolt Annibale sul campo di battaglia, fece un mezzo giro sul suo cavallo. I lictores lo imitarono e lo seguirono, mentre si avviava al trotto verso il punto d'origine di quelle urla. Crispino e i suoi lictores fecero altrettanto, dopo aver ordinato alla turma di Fregellae di rimanere in prima fila, vigile, pronta per la difesa in caso di un attacco frontale.
Marcello raggiunse in un lampo la retroguardia romana, che ormai non era pi una formazione bens una battaglia in corso, dove i cavalieri etruschi attaccati a sorpresa su entrambi i fianchi avevano perso una decina di uomini, mentre altrettanti erano feriti, trapassati da dardi e giavellotti. Marcello sent il sibilo inconfondibile che annunciava la morte, ma il suo istinto guerriero fece s che sollevasse lo scudo e piegasse il corpo mentre si aggrappava al collo del cavallo. La lancia colp lateralmente la sua arma di difesa e si perse sopra di lui ormai priva di slancio, senza ferire nessuno.
Non ci fu tempo per respirare e per dare ordini. Dai rami bassi degli alberi vicini saltarono fuori due numidi che si lanciarono ululando come selvaggi contro il console, tradito dal vistoso color porpora della sua uniforme. Marcello li ricevette con la spada sguainata, il primo lo abbatt in un colpo solo e l'altro lo schiv, ma non ebbe il tempo per girare il cavallo alla ricerca di quello che gli era sfuggito, perch erano gi comparsi altri tre assalitori.
Gli di ebbero piet per un istante del console e i lictores della sua guardia attaccarono i tre nuovi cavalieri numidi. Marcello ebbe qualche istante per guardarsi intorno: ormai non c'era pi alcuna formazione, tutta la colonna veniva attaccata sul retro e sui fianchi, l'unica via di fuga era verso la cima della collina. Marcello esitava, non sapeva se ricompattare i suoi effettivi e lanciare tutti i cavalieri sopravvissuti all'attacco verso la retroguardia, nel disperato tentativo di avvicinarsi all'accampamento nel modo pi diretto, o se ordinare che salissero al galoppo verso la sommit della collina per poi scendere girando intorno alla montagna fino a trovarsi al riparo delle quattro legioni accampate a cinquemila passi appena da quel posto.
Non era il momento dei dubbi.
Verso la cima della collina! Per Giove, ripiegate sulla collina! Seguitemi tutti!
Quanti poterono si liberarono dei loro aggressori e fecero in modo che i cavalli seguissero il grande Claudio Marcello nell'ascesa su quel sentiero che sembrava condurli tutti alla salvezza. Crispino non era sicuro che quella fosse la manovra migliore, ma non era nemmeno il momento di discutere n di dividere le forze e segu il collega verso l'alto.
Di colpo i Numidi si ritrovarono senza nemici con cui combattere, ma incitarono i loro animali e partirono all'inseguimento dei cavalieri etruschi e di Fregellae, dei lictores e dei due consoli lanciati in una fuga disperata.
In fretta, seguiteli! ordin Maarbale, bench l'ordine fosse gi stato eseguito prima che la sua voce risuonasse sui fianchi dell'altura con l'annuncio di un inseguimento senza quartiere.
Gli occhi di Claudio Marcello videro la fine della sua vita alcuni minuti prima che avvenisse, quando nell'avvicinarsi alla sommit di quella nefasta collina indovin il profilarsi contro l'orizzonte di centinaia di cavalieri cartaginesi, senza dubbio il grosso della cavalleria punica. Non c'era altro rimedio che girarsi di nuovo e lottare contro i Numidi che li inseguivano, approfittando del vantaggio di attaccare da una posizione pi elevata. Era una follia, ma le alternative erano la resa o la morte.
Guard il collega e senza dire una parola i due uomini si capirono, in mezzo a quella disgrazia senza limiti: un console di Roma combatte o muore, non si arrende mai.
Di nuovo contro i Numidi? chiese Crispino, ma era una domanda retorica.
In effetti quella era stata la prima idea di Marcello, ma ora il console veterano, vedendo salire al gran galoppo i Numidi, si rese conto che nemmeno quella era la strada da seguire.
Buttiamoci nella macchia, scendiamo in diagonale: ci cacceranno come cinghiali tra gli alberi, ma forse qualcuno di noi sopravvivr rispose con gli occhi scintillanti mentre un sudore freddo gli imperlava la fronte.
Crispino lo guard, stupito per la freddezza con cui parlava di quanto stava per accadere. Ormai erano rimasti in centocinquanta cavalieri contro trecento o quattrocento almeno che salivano dal sentiero, e pi di mille che li aspettavano sulla cima della collina. Annu.
Cos sia e che gli di siano dalla nostra parte.
Marcello non aggiunse altro. L'unica cosa cui riusciva a pensare era che molto probabilmente di l a poco si sarebbero ritrovati ad attraversare l'Acheronte, diretti agli inferi.
La discesa tra gli alberi fu come aveva predetto il cinque volte console di Roma: Numidi e Cartaginesi si impegnarono a cacciare i cavalieri romani in aperta fuga con lance e frecce. I cavalieri di Fregellae si arresero senza seguire gli Etruschi. In tal modo restarono in centoventi a addentrarsi nella macchia, e caddero a uno a uno sotto il fuoco incrociato di dardi e giavellotti.
Una lancia fer il console Crispino, che per si mantenne in equilibrio sul cavallo e continu a cavalcare insieme ai sei lictores sopravvissuti della sua guardia. Marcello fece per seguirli, ma un giavellotto gli s'infilz nella gamba e un altro nella spalla.
Il suo cavallo continuava a galoppare, ma il console veterano avvertiva un dolore atroce a tutta la spalla destra e una grande debolezza che si impadroniva di lui. Lasci le redini e si aggrapp alla criniera della cavalcatura. L'animale fece un salto per evitare un tronco secco che si trovava sulla sua strada e il console di Roma cadde. Mentre rotolava per terra, i giavellotti si spezzarono e si mossero con violenza all'interno del suo corpo, tagliando muscoli, vene e pelle. Marcello trov ancora la forza per rimettersi in piedi, appoggiato contro un albero, anche se un po' chino e in preda a un tremito incontrollabile.
Due lictores scesero da cavallo e si piazzarono ai lati del generale. Il console li guard con gratitudine e rispetto. Il resto della sua guardia personale ormai non esisteva pi. Dagli alberi piovvero sei lance e i due lictores caddero infilzati come frutta matura senza aver avuto nemmeno l'opportunit di difendere il loro generale.
Marcello, ferito a morte, si teneva ancora in piedi. Era l'unica cosa che poteva fare: morire con dignit. Pregava solo di avere la forza sufficiente per non ricevere il colpo di grazia in ginocchio. Lui no!
Venne circondato da una decina di cavalieri africani. Quello che sembrava un ufficiale al comando smont e lo guard negli occhi. Lo vide sorridere. L'ufficiale disse qualcosa nella sua lingua e i cavalieri risposero con una risata. Claudio Marcello, console di Roma, si mantenne fermo, appoggiato contro l'albero. Dentro di s implorava che la fine fosse rapida. Non sapeva quanto tempo avrebbe potuto resistere, ma quegli uomini ridevano e ridevano e non sembravano decidersi a dargli l'ultima stoccata. Intorno, il fragore della battaglia si stava allontanando. Se qualcuno si era messo in salvo, ormai era lontano.
Di colpo le risate tacquero e Marcello vide i cavalieri numidi smontare e spostare i cavalli per fare strada a un uomo coperto da pelli di lupo. Era un uomo ferreo, con una faccia seria ricoperta da una folta barba e una benda sull'occhio sinistro. Marcello cap subito chi aveva di fronte.
Annibale avanz fino a mettersi davanti al console di Roma. L'ufficiale disse ancora qualcosa e i cavalieri africani iniziarono a ridere, ma Annibale lanci un urlo potente e secco, seguito da una frase nella sua lingua che Marcello non pot intendere e che fece subito zittire tutti gli uomini. Non sapeva se fosse per lo sfinimento e il sangue perso, ma al console parve di vedere alcuni dei cavalieri spaventati nel sentire l'urlo del loro generale al comando. L'ufficiale mormor qualcosa che sembrava una scusa.
Marcello non ne poteva pi, cos si lasci cadere seduto, sempre evitando di finire in ginocchio. Teneva ancora in mano la spada sguainata in segno di lotta, senza avere pi la forza di sollevarla. Il sangue usciva a fiotti dal suo corpo e la vita lo stava abbandonando.
Annibale si avvicin al console di Roma moribondo e gli rivolse la parola in greco.
Questi uomini... i miei soldati... non si burleranno mai pi di te disse e attese qualche segno del suo interlocutore.
Marcello annu muovendo piano la testa, capiva quello che gli stava dicendo. Annibale gli rivolse ancora la parola: Vuoi morire in piedi o seduto?.
Claudio Marcello fece per parlare ma dalla bocca usc solo sangue. Allora, in un ultimo sforzo, cerc di puntare i piedi per alzarsi, le forze per gli mancarono e dopo essersi alzato di appena qualche centimetro dal suolo ricadde per terra. Nel cadere la mano lo trad e lasci andare la spada.
Annibale guard con intensit quell'uomo. Si erano affrontati in numerose occasioni. Era l'unico generale che aveva osato muovergli battaglia, faccia a faccia, e che in alcune occasioni lo aveva messo in difficolt.
Il comandante supremo delle truppe cartaginesi in Italia diede un ordine nella sua lingua, due dei cavalieri africani si avvicinarono e, prendendo il console moribondo e ormai dissanguato per le braccia, lo misero in piedi. Poi Annibale si inchin, afferr la spada del console e la prese per il filo in modo tale da porgerne l'elsa al proprietario.
Marcello, nel sentire l'impugnatura dell'arma nel palmo della mano, la strinse con forza. Allora guard il suo mortale nemico e di nuovo annu.
Annibale sguain la sua arma. Il filo stridette all'alba di una nuova sconfitta romana e un attimo dopo infilz la corazza ormai rossa del console. Claudio Marcello smise di respirare quando il generale cartaginese estrasse la spada dal suo corpo. Annibale allora guard gli uomini che lo sostenevano e costoro, al suo segnale, depositarono il corpo di Claudio su quel suolo boschivo.
Il cartaginese contemplava il cadavere dell'avversario in modo enigmatico per i suoi uomini, con un'intensit e un'attenzione strane, come se cercasse qualcosa. Poi si accovacci e prov a prendere la spada del console. Dovette tirare con forza per levarla dalla mano di Marcello. Esamin le dita esanimi e non trov ci che cercava. Prese l'altra mano, che era serrata. Prov ad aprirla ma non pot, gir il pugno di Marcello ma non si vedeva nulla. Era strano. Doveva essere l.
Annibale corrug la fronte e, accovacciato accanto al cadavere del suo grande avversario ormai abbattuto, medit un istante. Poi si volse verso i guerrieri africani che lo osservavano in silenzio. L'atteggiamento del generale sembrava loro bizzarro, ma nessuno osava aprire bocca.
Un pugnale ordin Annibale.
Diversi soldati si avvicinarono con i loro coltelli stretti in mani nervose, che allungarono per avvicinare la loro arma al grande generale di Cartagine. Annibale prese quello che gli sembr pi affilato e torn a concentrare la propria attenzione sul cadavere di Marcello. Afferr di nuovo il pugno serrato del console morto con una mano, sostenendo il braccio per il polso, mentre con l'altra affondava il pugnale tra le dita del generale nemico. Il sangue, ancora caldo ma ormai esiguo di Marcello, inizi a fluire. Annibale si sorprese nel vedere che il nodo delle dita del console non cedeva. Allora affond con potenza l'arma per una decina di centimetri tra le dita ferite. Una volta infilzato il pugnale proprio al centro del pugno serrato del console, lo gir nel tentativo di separare le dita di Claudio Marcello, ma il filo dell'arma si spezz e il generale cartaginese, sorpreso, si ritrov col manico in mano senza aver ottenuto il suo obiettivo.
Si sedette e gett via l'arma ormai inservibile. Si pass il dorso della mano sotto il naso. Quel mattino faceva piuttosto fresco e si stava trascinando un raffreddore che gli rendeva difficile respirare. Sput per terra, lontano dal cadavere. Pens di prendere una roccia e di scagliarla contro il pugno, poi ebbe paura di danneggiare ci che stava cercando, allora prese il dito indice del console con una mano e con l'altra spinse verso il basso per fare pi forza e tir con tutta la furia della sua anima. Per finire si sent lo scricchiolio delle falangi spezzate e l'indice del console rimase floscio, come slegato dal resto. Annibale ripet l'operazione con l'anulare. Niente. Ancora non si vedeva nulla. In quel modo ruppe altre due dita finch, tra sangue e dita rotte, ancora imprigionato dal pollice fermamente ripiegato, intravvide ci cui tanto anelava. Per finire spezz anche il pollice e il suo trofeo apparve.
Il generale cartaginese, con molta cautela, prese l'anello d'oro del console di Roma, l'anello di Claudio Marcello, inzuppato del suo sangue, si rimise in piedi e alz nell'aria il gioiello per osservarlo in tutto il suo splendore: il sangue gocciolava all'interno dell'anello, ma l'esterno in oro risplendeva alla luce del sole. Annibale lo sfreg un poco contro le sue pelli di lupo e, senza preoccuparsi del sangue di Marcello rimasto, s'infil l'anello all'anulare destro. Gli andava perfettamente.
All'indice e al dito medio di quella stessa mano esibiva altri due anelli simili; erano appartenuti ai condottieri Gaio Flaminio ed Emilio Paolo, abbattuti nelle campagne precedenti. Portava anche un altro anello d'argento pi piccolo, con incastonato un turchese che splendeva al suo mignolo. Solo allora i soldati che lo circondavano parvero comprendere. Annibale li guard con seriet.
Voi ridevate di un uomo capace di lottare anche da morto. Se ciascuno di voi avesse nel cuore la met dello spirito di questo console morto, da molto tempo ci saremmo accampati al centro del Foro di Roma. Gli uomini abbassarono lo sguardo. Ma adesso questo non importa. Prendete il suo corpo e portatelo in cima a questa collina: farete una pira di legna e brucerete il cadavere. Un uomo capace di affrontarmi per cos tanti anni sul campo di battaglia non merita che il suo corpo vada in pasto a lupi e avvoltoi. Mostrategli, almeno da morto, il rispetto che non avete saputo mostrargli quando lottava, da solo e ferito, contro dieci di voi.
Ci vollero quattro, cinque, persino sei guerrieri africani per sollevare il cadavere di Marcello. Annibale li osservava quando arriv Maarbale con le ultime notizie.
L'altro console, Crispino, disse l'ufficiale della cavalleria punica  scappato.  ferito, credo gravemente, a una gamba e al costato, per  riuscito a fuggire.
Annibale annu. Non si dispiacque troppo.
Non importa. Crispino  un secondo. Quello che importa  che abbiamo abbattuto Marcello. Roma tremer. Ora restano loro soltanto generali inesperti e Fabio Massimo, ma quest'ultimo ormai  troppo vecchio per combattere. Oggi  un grande giorno. Un grande giorno, Maarbale. Quando Asdrubale arriver da nord e noi saliremo da sud, non ci sar pi Marcello a muoverci contro le sue truppe. E inoltre... alz la mano mostrando con orgoglio gli anelli ...inoltre abbiamo il suo anello.
Maarbale sapeva cosa significasse e sorrise condividendo l'allegria del suo generale.
Il console Quinzio Crispino giaceva gravemente ferito sul letto insanguinato nella tenda del praetorium dell'accampamento romano. Il corpo gli doleva e lo spirito era a pezzi. Marcello era caduto. Quello era un fatto terribile, desolante, definitivo. Crispino era cosciente della sua posizione in quella guerra, al Senato, nella vita, e sapeva di non essere un grande generale. Sapeva anche un'altra cosa. Era consapevole che stava per morire. A rivelarglielo non era solo il dolore che provava e il sangue che non smetteva di scorrere, inzuppando tutti i panni con cui i medici tentavano di tamponare l'emorragia mortale, ma le facce stravolte dei dottori dell'accampamento, le cui smorfie disperate parlavano da sole. Gli mentivano e cercavano di fargli coraggio, per lui sapeva che ormai era finita. Annibale era riuscito di nuovo a ingannare tutti, incluso Marcello, sempre cos diffidente: si era fidato una volta soltanto ed era bastato perch il cartaginese gli tendesse una folle imboscata.
La notizia doveva arrivare a Roma e, cosa ancora pi importante, a tutte le citt dei dintorni, perch se Annibale aveva abbattuto Marcello era anche entrato in possesso del suo anello consolare. Avrebbe potuto usarlo come sigillo per falsificare documenti e lettere con cui ingannare le guarnigioni romane pi vicine e confonderle, seminando il disordine pi assoluto. Quinzio Crispino sapeva che la storia non gli riservava un posto molto importante, per aveva una grande virt romana: era un comandante disciplinato.
Cerc di alzarsi un po' e ordin che fossero convocati i tribuni dello stato maggiore. Fosse stato anche il suo ultimo gesto, avrebbe fatto in modo che fossero inviati messaggeri a tutti gli insediamenti vicini e alla stessa Roma. Tutti dovevano essere informati che Annibale aveva l'anello di Marcello.
In meno di un'ora si scrissero le lettere e i messaggeri uscirono dalle porte praetoria, decumana, principalis sinistra e principalis destra in direzione di Salapia, Forentum, Numistro, Luceria, Arpi, Canne, Herdonea, Compsa, Geronium, Nola, Beneventum, Capua e la stessa Roma. Quindi Crispino ordin che lo lasciassero riposare e si occup di respirare, solo di respirare. Respirare. Dormire.

19. BAECULA.
Tarraco, Hispania, primavera del 208 a.C.

L'accampamento delle legioni romane nei dintorni di Tarraco era in fermento per i preparativi. Ai legionari, su espresso mandato di Publio Cornelio Scipione, era stata aggregata gran parte della marina, perch quella sarebbe stata una campagna all'interno, dove la flotta non era necessaria, ma dove occorreva il maggior numero possibile di uomini. Publio aveva quindi deciso che i marinai fossero integrati nelle legioni e che fossero distribuite tra loro le armi catturate a Carthago Nova. Era un modo per procurarsi rinforzi, incrementando le truppe con qualche migliaio di uomini.
Publio Cornelio Scipione aveva dato ordine di marciare verso sud puntando all'interno del vasto territorio. Tutte le truppe, legionari e marinai, incoraggiate dalla conquista di Carthago Nova durante la campagna dell'anno precedente, si mostrarono ben disposte e diligenti nell'eseguire gli ordini ricevuti. Cos, quando Publio e Lelio arrivarono all'accampamento, non si sorpresero che i manipoli fossero in perfetta formazione e che ricevessero i loro generali colpendo gli scudi con i pila e i gladi.
Il morale delle truppe  alto comment Lelio a un emozionato Publio, mentre davanti a loro sfilavano i manipoli in formazione.
Il generale annu. Da una parte si sentiva commosso per quella dimostrazione di lealt e per il giubilo di fronte a una nuova campagna, dall'altra non poteva evitare di sentire il pesante fardello della responsabilit. L'energia di tutti quegli uomini l'avrebbe seguito alla cieca, quello era chiaro. Nessuno aveva conquistato prima una citt come Carthago Nova, praticamente inespugnabile, in sei giorni soltanto. Quell'evento aveva sbalordito i suoi uomini. Era stata senza dubbio un'impresa notevole, frutto della sua intelligenza e della sua strategia, ma concretizzata anche grazie all'amor proprio di quei legionari che avevano confidato in lui per il solo fatto che portava il nome Scipione ed era figlio e nipote di due Scipioni.
Camminando in mezzo al fragore degli scudi, il giovane generale ebbe la sensazione che quel clamore di rispetto e furia non fosse solo per lui, ma dedicato anche a suo padre e a suo zio morti per mano di Asdrubale e dei suoi generali solo tre anni prima. I legionari sembravano leggergli nella mente e sapevano che questa campagna sarebbe stata diversa da quella dell'anno precedente: era come se sapessero che ben presto si sarebbero trovati di fronte il fratello di Annibale, i suoi nuovi elefanti, la sua fanteria africana, la sua cavalleria numida e i suoi mercenari iberici. Chiunque avrebbe provato terrore a muovere contro di loro, eppure quegli uomini colpivano i loro scudi con entusiasmo e salutavano il loro generale. In modo del tutto spontaneo il grido di guerra che era risuonato per le strade di Carthago Nova, dopo la sua caduta, torn a risuonare con forza nell'accampamento delle legioni di Tarraco.
Anche all'inferno! Anche all'inferno! Anche all'inferno!
Ecco fin dove erano disposti a seguirlo. Publio pens di fare un discorso, ma comprese ben presto che non era necessario. Non aveva animi da accendere, soltanto uomini da guidare. Il tribuno Lucio Marcio gli offr un incantevole cavallo bianco con cui mettersi alla guida delle truppe, ma Publio declin con parole di gratitudine.
Grazie, Marcio, ma no. Andiamo tutti al fronte. Lelio, tu e gli altri tribuni, a piedi. Marce forzate. All'interno di questo Paese. Spazzeremo via Asdrubale. Riferite l'ordine ai legionari.
L'ordine corse di bocca in bocca, dai tribuni al primus pilus e da questi al resto degli ufficiali, fino a raggiungere ciascuno dei legionari delle due legioni. Marce forzate. Contro Asdrubale. Con il comandante supremo a piedi come loro, alla stessa velocit del resto delle truppe proprio come aveva fatto l'anno passato. Tutti i legionari sapevano che nessuno sarebbe andato a velocit maggiore o minore del loro generale. A sud, all'interno, a stanare Asdrubale.
Migliaia di sandali sollevarono la polvere della strada tortuosa che scendeva verso l'Ebro. Una spessa nuvola biancastra annunciava l'inesorabile avanzata delle legioni romane.

Castulo
Coloro che portavano quelle informazioni erano Iberi e Celti del Nord-Est della Carpetania. Erano rimasti appostati nei pressi dell'Ebro. Parevano informazioni inconcludenti. Il nuovo Scipione stava marciando, e stavolta verso l'interno. Non si dirigeva verso nessuna citt, come nella campagna dell'anno precedente, bens puntava dritto verso le miniere d'oro e d'argento della Sierra Morena, verso Castulo.
Asdrubale Barca medit a lungo. Passeggiava per le vie dell'insediamento e studiava le mura della citt. A mezzogiorno prese una decisione.
Ce ne andiamo da qui dichiar al suo stato maggiore. In questa citt non possiamo utilizzare la nostra fanteria e nemmeno gli elefanti, il terreno  troppo piatto per una battaglia campale. Ci sposteremo a Baecula, sulle colline che circondano quella citt,  un insediamento vicino, in un paio d'ore ci potremo installare l, prendere una posizione di vantaggio e lasciare che gli uomini riposino, mentre i Romani si sfiniscono in una rapida avanzata verso sud. Nel frattempo invieremo messaggeri a mio fratello Magone, a Gadir e ad Asdrubale Giscone, in Lusitania, perch si uniscano a noi come avevo chiesto alcuni mesi fa. Quando i Romani combatteranno saranno gi esausti e li batteremo al primo scontro, o semplicemente resisteremo fino all'arrivo di Giscone e di mio fratello. A quel punto, riunite le nostre forze, li massacreremo. Quel generale romano  un uomo morto. Un nuovo Scipione che irrigher col proprio sangue questa terra, che ci appartiene da quando mio padre e mio fratello Annibale la sottomisero al potere di Cartagine. Poi, ristabilito l'ordine naturale nella regione, Giscone assedier e riprender Carthago Nova, mentre Magone e io marceremo verso nord per radere al suolo Tarraco e gli alleati dei Romani a settentrione dell'Ebro. Infine riuniremo i nostri tre eserciti e organizzeremo la campagna contro l'Italia, mantenendo la promessa fatta a mio fratello di riunirci a lui e attaccare Roma.  questo il nostro futuro. In marcia.
Tutti gli ufficiali annuirono con fermezza. C'era un nuovo esercito romano da sterminare e un nuovo generale, rampollo dei precedenti, da giustiziare. Gli avvoltoi presto avrebbero saziato il loro infinito appetito con brillante e rosso sangue romano sparso sulle colline di Baecula.

Nel territorio degli Ilergeti, a nord dell'Ebro
Gli iberici Indibil e Mandonio, capi degli Ilergeti e degli Ausetani del Nord della penisola, andarono incontro alle truppe romane. In quell'occasione il giovane generale accett il cavallo offertogli dal tribuno Marcio. Accompagnato da Gaio Lelio e da una turma di cavalieri esperti, Publio cavalc al gran galoppo per incontrarsi con i capi iberici. In pochi minuti si trovarono faccia a faccia: il giovane generale e i due maturi capi iberici. Gli Ispanici avevano fatto avanzare una ventina di cavalieri, che circondavano i loro capi, a fronte della trentina di cavalieri romani che cavalcavano a fianco di Publio e Lelio.
Il generale romano alz una mano e la turma di cavalieri si ferm. Lui smont da cavallo e si rivolse a Lelio.
Vieni con me. Il resto degli uomini aspetter qui, per stiano attenti ai nostri segnali.
Lelio assent e trasmise gli ordini. Nel tono vibrante della voce del generale aveva intuito un certo nervosismo. Sapeva che Publio aveva passato l'inverno a preparare quell'incontro, per nel palpitare della voce del giovane generale aveva avvertito la tensione. Non poteva certo dimenticare che quei capi iberici avevano fatto parte delle alleanze strette dai Cartaginesi per annientare il padre e lo zio pochi anni prima.
Publio Cornelio Scipione e Gaio Lelio avanzarono fino a trovarsi a pochi passi da Indibil e Mandonio, che imitando i movimenti del generale romano si erano staccati dal gruppo, a piedi anch'essi, per discutere.
Publio dapprima prov a parlare in greco, ma non ebbe fortuna. Prov allora in latino, ma i capi iberici si guardarono e non dissero niente. A quel punto furono loro a parlare nella loro lingua, ma n Publio n Lelio riuscirono a comprendere qualcosa. Il generale romano non disper e fece un segnale. Uno dei cavalieri della turma si avvicin, smont da cavallo e arriv di corsa. I capi iberici non si mostravano nervosi e attendevano di vedere come si sarebbe sviluppata l'apparizione del nuovo interlocutore.
Lelio vide che si trattava di Mario Giuvenzio Tala, centurione della legione, testimone della morte di Publio in Hispania e messaggero delle terribili notizie in casa degli Scipioni a Roma. Sapeva che era un uomo con una lunga esperienza nella guerra in Hispania ed era possibile che avesse imparato qualche frase nella lingua di quei barbari. Le parole che Publio rivolse a Mario confermarono le supposizioni di Lelio.
Di' loro che noi romani non vogliamo fare la guerra agli Iberi... Che i nostri nemici sono i Cartaginesi.
Mario annu e tradusse lentamente. All'inizio i capi iberici corrugarono la fronte, ma si mantennero concentrati. Publio prosegu, mentre Mario traduceva.
Dovete giudicarmi per quello che sapete delle mie azioni, non per quello che sentite quando parlano di me i Cartaginesi. Abbiamo conquistato Carthago Nova e abbiamo liberato tutti gli ostaggi, che sono stati scortati ai loro villaggi. Abbiamo rispettato tutte le donne. E sar sempre cos con tutti quelli che ci aiuteranno a scacciare da questa terra i Cartaginesi. Loro attaccano le nostre citt in Italia: abbiamo dovuto venire a lottare qui per indebolirli e obbligarli ad abbandonare la nostra terra.
Mario termin la traduzione, sia Publio che Lelio rimasero in attesa. Che effetto avrebbero avuto quelle parole sui rudi uomini abituati alla guerra e sconosciuti ai Romani come negoziatori?
Indibil, che sembrava il pi anziano dei due, guard l'altro; a un suo cenno, inizi a parlare. Fu una risposta breve, tre semplici frasi. Voleva farsi capire. Mario ascoltava con attenzione e traduceva con la maggior precisione possibile.
Dicono, mio generale, che vi rispettano per le vostre azioni a Carthago Nova e per quelle di quest'inverno, che non vogliono n i Cartaginesi n i Romani in queste terre poich sono le loro terre e che, se vi limiterete a combattere contro i Cartaginesi, non si opporranno a noi e ci lasceranno passare.
Bene assent Publio. Riferisci che attraverseremo questo territorio per affrontare i Cartaginesi e dopo ci ritireremo. E che sapremo ricompensare la loro neutralit con generosit.
Mario torn a parlare in iberico.
Stavolta i capi iberici si separarono un poco dai tre romani e parlarono tra loro a voce bassa. Quindi tornarono vicino agli interlocutori e Indibil annunci le loro condizioni.
Chiedono cavalli disse Mario. Dicono che vogliono duecento cavalli come i nostri. Solo allora ci faranno passare e non combatteranno contro di noi.
Per Castore, Polluce e per tutti gli di! esclam Lelio indignato. Questi sono dei grandi...!
Publio lo fece tacere.
Silenzio gli disse e lo afferr per un braccio. Lelio si trattenne.
Si rivolse di nuovo a Mario.
Di' loro che avranno non duecento, bens trecento cavalli uguali ai nostri dopo che avremo sconfitto i Cartaginesi.
Mario tradusse. I due capi iberici spalancarono gli occhi, poi si guardarono tra loro e scoppiarono a ridere con forza. Era una risata fragorosa, potente, temibile. Si rivolsero ancora a Mario e poi, senza aspettare una risposta, tornarono sui loro passi.
Publio e Lelio, in tensione, guardavano Mario.
Dicono che sono d'accordo. Ci lasceranno passare.
Di cosa ridevano? domand Lelio.
Non so... non hanno detto altro. Credo li abbia divertiti che il generale offrisse loro pi di quanto chiedevano, oppure...
Oppure? indag di nuovo Lelio. Era chiaro che non si sentiva a proprio agio nelle conversazioni in lingue a lui incomprensibili.
Mario stava per rispondere, ma Publio lo interruppe.
Oppure li ha divertiti il fatto che dicessi dopo che avremo sconfitto i Cartaginesi. In ogni caso, per Giove, che importa? Facciamo come hanno fatto loro e torniamo dai nostri uomini.
Una volta sui loro cavalli, sembr che Lelio si fosse accorto di un altro dettaglio e domand a Publio: Dove ci procureremo i trecento cavalli con cui pagare questi selvaggi?.
Dalla vittoria su Asdrubale.
Gi... per... E se non vincessimo?
Allora fu Publio che scoppi a ridere.
Se non vincessimo, caro Lelio, gli Iberi saranno l'ultimo dei nostri problemi, non credi? Di sicuro non saremo pi vivi.
Il generale parl con calma, aveva quasi le lacrime agli occhi per quella risata forzata. Lelio lo conosceva bene. Fingeva di essere allegro ma aveva paura. Era un timore profondo quello che corrodeva il giovane generale, qualcosa di diverso dal suo nervosismo quando si erano avvicinati a Carthago Nova l'anno precedente. Avrebbero affrontato l'uomo che aveva tolto la vita a suo padre e a suo zio. Nel caso di Gneo, poi, era stata proprio la spada di Asdrubale a trapassarlo. Era logico che provasse paura e anche appropriato che dinanzi ai legionari cercasse di mostrarsi sicuro. Restava da sapere che cosa gli riservava la dea Fortuna.
Lelio guard all'orizzonte: il sole stava calando a ovest, proprio dove si intravedevano le sagome dei cavalieri iberici che si allontanavano al trotto.
Baecula

Posti di guardia cartaginesi
L'ufficiale cartaginese osservava dall'alto della sua cavalcatura la sinuosa linea che il sentiero di terra disegnava in lontananza. Gli era sembrato di vedere polvere sospesa, una nube che, avrebbe giurato, cresceva di momento in momento. Anche gli altri cavalieri al suo comando si sforzavano di scrutare l'orizzonte, ma al momento nessuno vedeva niente con chiarezza. Potevano essere i rinforzi delle trib iberiche alleate nella regione, potevano essere i Romani. L'ufficiale era per sua natura scettico dinanzi alle azioni a sorpresa. Secondo tutte le notizie che arrivavano loro, il giovane generale romano era partito da Tarraco solo una settimana o dieci giorni prima. Era impossibile che avesse attraversato gi mezza Iberia, meno ancora con le diverse trib iberiche ostili alla sua causa. Bench fosse vero che gli Iberi, dopo la caduta di Carthago Nova l'anno prima, sembrassero tentennare. Era gente incostante. L'ufficiale li disprezzava. Sput al suolo. Quando alz di nuovo lo sguardo, quel mare di polvere aveva lasciato il posto a figure di soldati che avanzavano. Erano armati di tutto punto, con i pila e gli scudi degli eserciti di Roma. Incredibile. Non aveva senso, ma si riprese e reag. Il senso lo avrebbero dovuto trovare i suoi superiori. La sua missione era avvisare Asdrubale in persona dell'avanzata romana, trattenere in quel punto le truppe nemiche e rimanere in attesa di rinforzi.
Tu, veloce disse rivolto a uno dei sottoposti. Raggiungi subito la retroguardia e sollecita rinforzi, poi proseguirai per Baecula: dirai ad Asdrubale che sono arrivati i Romani.
Il cavaliere incit la sua bestia, il cavallo nitr nervoso e part come se gli avessero conficcato una lancia nel costato. L'ufficiale si sentiva sicuro. In pochi minuti il messaggio avrebbe raggiunto le varie postazioni della cavalleria che Asdrubale aveva ordinato di distribuire lungo tutte le strade che portavano a Baecula, per essere informato dei movimenti di quel nuovo giovane generale romano e intercettarne al contempo l'avanzata. Inoltre i Romani che si avvicinavano a piedi erano soldati di fanteria leggera, un'avanguardia delle legioni distaccate in Iberia, che senza dubbio avevano alle spalle giorni e giorni di marce forzate. Di sicuro erano sfiniti.
Saranno una facile preda! grid ai suoi uomini.
Quelli risero mentre si sistemavano su due file di venti cavalieri ciascuna, gi predisposti all'attacco, estendendo la loro formazione molto oltre i limiti del sentiero sull'erba secca di quella pianura.

Alto comando romano
Gli uomini hanno bisogno di riposo disse Lelio.
Marcio, Mario e gli altri ufficiali sembravano d'accordo.
Publio, dalla collina sulla quale tutti i suoi tribuni lo avevano accompagnato, osservava il paesaggio. Una piccola pattuglia di cavalieri numidi e cartaginesi impediva l'avanzata delle prime linee di velites. Bisognava decidere il da farsi.
Gli uomini vogliono combattere. Lo vedo nei loro occhi disse il giovane generale.
I tribuni si guardarono tra loro. Fu di nuovo Lelio a parlare, ma sembrava che lo facesse per tutti.
 possibile. Gli uomini ti ammirano. Dalla presa di Carthago Nova hanno una fede cieca in te. Un motivo ancora maggiore per fare un uso adeguato delle loro forze.  prematuro lanciare un attacco.
Guardate! esclam Lucio Marcio indicando il punto in cui si trovavano i Cartaginesi. Stanno arrivando altri distaccamenti di cavalleria. Cento, duecento, forse stanno gi riunendo diverse centinaia di cavalieri. Avremo bisogno di lanciare contro di loro tutti i velites, appoggiati da truppe ausiliarie di fanteria leggera e anche dagli hastati, se vogliamo che abbiano qualche opportunit. La nostra cavalleria  in posizione troppo retrocessa per arrivare cos in fretta.
Publio annu. Torn a guardare l'orizzonte e diede un ordine.
Attaccheremo, oppugnatio repentina disse senza alzare il tono della voce ma con fermezza.
Lelio sembrava disperato e si gir verso gli altri ufficiali. Trov sguardi complici, ma nessuno osava assecondare apertamente i suoi dubbi.
Ho dato un ordine... insistette Publio.
E andiamo allora disse Lelio, e tir un profondo sospiro. Andiamo all'attacco di quei Cartaginesi, ma in fretta.
Publio non si rivolse pi ai suoi ufficiali, si limit ad abbozzare un leggero sorriso che spunt agli angoli delle labbra. Avevano ragione a manifestare dei dubbi su uno scontro con quei distaccamenti di cavalleria punica, ma c'era qualcosa che andava al di l della logica e che tutti avevano dimenticato: la passione degli uomini. I legionari erano ancora infiammati dalla conquista di Carthago Nova e, fin da quel giorno, mesi prima, aspettavano solo il momento di battersi con i nemici cartaginesi in campo aperto. Bene: quel giorno era arrivato. I suoi ufficiali si preoccupavano del riposo e della preparazione di un combattimento, i legionari no. Per qualche motivo Publio aveva iniziato a sentire che esisteva un vincolo diretto tra i soldati e la sua persona, un vincolo che sembrava passare sopra qualsiasi cosa, persino sopra le teste degli ufficiali. Quelle erano le sue legioni. Avrebbero eseguito qualunque suo ordine. E adesso era fondamentale riportare la vittoria nel primo scontro: avrebbe rafforzato ancora di pi la fiducia cieca del suo esercito in lui. Era rischioso, si poteva perdere molto. Lanciare quell'attacco improvvisato sembrava un colpo di testa, per in realt era la forza del cuore degli uomini freddamente filtrata dalla mente e dal ragionamento. Che gli di fossero dalla sua parte! Non c'era tempo per fare sacrifici.

Avanguardia della fanteria romana
Quinto Trebellio, centurione, si trovava in posizione avanzata con i velites. Non era frequente vedere il primus pilus della legione tra i fanti pi giovani, ma avere al comando un ufficiale di rango tanto alto senza dubbio impressionava i legionari e dava l'idea dell'importanza dell'azione che stavano per intraprendere.
La cavalleria punica si lancer contro di noi! grid Trebellio. Resisteremo con i piedi ben saldi per terra, protetti dagli scudi e dalle lance! Dopo l'impatto del primo attacco, lotteremo corpo a corpo. Ferite i cavalieri alle gambe, se non riuscite ad arrivare alla gola, e infilzate il ventre dei cavalli! Un cavallo ferito del nemico  il nostro migliore alleato! E, per Giove, mantenete la formazione! Restate uniti o ci massacreranno! La vita di ciascuno di noi dipende dagli altri! E, per tutti gli di, se qualcuno retrocede di un passo soltanto, sar io personalmente a ucciderlo alla fine della battaglia! Sempre che rimaniamo vivi,  chiaro! E qui il centurione scoppi a ridere come posseduto da una delle temute divinit infernali.
I giovani legionari dapprima provarono paura di fronte a quelle parole. C'era tuttavia qualcosa di enigmatico e contagioso nella profonda risata gutturale dell'ufficiale veterano che impregnava i loro spiriti. Di colpo tutta la formazione scoppi a ridere, generando un fragore che sembr scuotere il vento.

Avanguardia della cavalleria cartaginese
Non si ritirano osserv un giovane ufficiale numida, rivolto al cavaliere al comando dell'avanguardia punica.
Non importa. Passeremo sopra i loro cadaveri.
Cos' questo rumore portato dal vento? domand incuriosito un altro cavaliere.
Tutti tacquero.
Stanno ridendo borbott l'ufficiale numida, sorpreso.
 proprio cos! Stavolta l'ufficiale al comando us un tono pi energico. E dunque moriranno ridendo! Per Baal e Tanit, alla carica! Al galoppo!
Centinaia di cavalieri assestarono secchi colpi di tallone ai ventri dei loro cavalli. Gli animali nitrirono e, come proiettili di catapulta, partirono verso il loro destino.

Avanguardia romana
I giovani velites sudavano sotto il sole. Erano gocce fredde, conseguenza del calore della primavera ispanica e dei loro nervi. La cavalleria cartaginese e numida si lanci contro di loro a tutta velocit. La terra inizi a vibrare, prima in modo dolce poi sempre pi intensamente. Le risate cessarono. Appoggiarono gli scudi per terra. Si nascosero dietro di essi. Spiegarono le loro lunghe lance a mezza altezza, puntando cavalli e cavalieri. Alcuni si aggiustarono l'elmo con rapidit. Molti rivolsero un pensiero ai loro famigliari a Roma, altri pregarono Marte, Giove o i Penati. La sagoma dell'esercito punico si trasform in un'immensa nube di rumore e polvere, dove brillavano le lance affilate dei cavalieri africani e numidi. Qualche legionario chiuse gli occhi.
Non vi muovete! Tutti ascoltarono Quinto Trebellio, sforzandosi di mantenere la formazione senza arretrare neanche di un passo. Per Giove, non vi muovete! Rimanete tranquilli! Prendete le armi! Stringetele con forza! Appoggiatele per terra! Proteggetevi! Ormai sono qua, arrivano! Per Roma! Per il nostro generale! Per Publio Cornelio Scipione! Per tutti gli di! Non vi muovete, no...!
La sua voce continuava a risuonare, ma le parole smisero di essere comprensibili. La cavalleria era arrivata.
L'impatto fu terribile. Uomini e bestie cozzarono tra loro con la forza eccezionale della follia collettiva. I Cartaginesi, convinti che i Romani avrebbero ripiegato a breve; i Romani, decisi a non fare un solo passo indietro. L'impatto dur solo pochi istanti. Uomini e bestie volarono per aria. Mucchi di cavalieri africani furono disarcionati nel momento stesso in cui i loro cavalli vennero infilzati dal mare di picche della fanteria romana. Altrettanti legionari caddero trafitti dalle lance dei Cartaginesi che avevano trapassato i loro scudi o erano riusciti a trovare dei passaggi tra gli stessi. Grida e orrore. Sulla linea di impatto delle avanguardie di entrambi gli eserciti si contorcevano decine di soldati insanguinati, alcuni nel tentativo di mettersi al riparo dal tumulto, altri trascinandosi e lasciando rigagnoli di sangue sulla terra del sentiero e sull'erba della prateria.
La voce di Trebellio, primus pilus della legione, risorse tra i feriti e i morti.
Per Giove e per Marte! Per Roma! Caricate, caricate con tutto ci che avete!
I giovani fanti romani cercavano di reagire come potevano, recuperavano scudi, picche, pila, spade e si lanciavano contro i Cartaginesi, confusi dalla pertinace resistenza incontrata, storditi dal numero dei compagni caduti. Gli ufficiali punici si sforzavano di riorganizzare le linee, ma i Romani caricavano con tanta forza e a una tale velocit che disarcionarono molti cavalieri a colpi di spada o pilum, o squarciando il ventre dei cavalli. Attaccavano come posseduti dagli spiriti maligni. I Numidi non conoscevano una simile furia. Avevano alle spalle anni di campagne vittoriose in tutta l'Hispania, contro i guerrieri della regione o contro altre legioni romane. Fino a quel momento non avevano mai incontrato niente di simile.
Iniziarono a retrocedere.
La cavalleria cartaginese batteva in ritirata. Trebellio manteneva l'ordine dell'avanzata romana. Non voleva una sbandata senza controllo dei differenti manipoli. In quell'istante arriv un cavaliere dalla retroguardia romana.
Il primus pilus? grid, cercando tra i fanti insanguinati della legione.
Quinto Trebellio alz la spada e il cavaliere gli si avvicin.
Il generale dice di fermare l'avanzata.
Quinto annu.
Fermi tutti, fermatevi! url a pieni polmoni. Le trombe della legione sottolinearono i suoi ordini. I velites arrestarono la loro carica. All'orizzonte si vedeva soltanto un mare di polvere sollevato dalla cavalleria punica, in fuga verso l'accampamento di Asdrubale.
Trebellio si scosse la polvere di dosso e si guard le braccia. Erano coperte di sangue. Si palp gli avambracci con le mani, senza lasciare la spada. Non era sangue suo. Bene. Per quella mattina poteva bastare. Non disse niente, ma dentro di s era grato per l'ordine del generale. Aveva fame. Si erano guadagnati il pasto e anche un po' di vino. Era sicuro che il generale lo avrebbe tenuto presente.

Accampamento generale cartaginese
Asdrubale ricevette la notizia della sconfitta delle avanguardie della sua cavalleria, schiacciate dalla furia e dalla fermezza della fanteria romana. Ascolt senza dire niente e quando i cavalieri entrati nell'accampamento principale sulla sommit della collina nei pressi di Baecula terminarono di informarlo, il generale cartaginese rimase sovrappensiero. Sapeva che i suoi uomini si aspettavano un'azione di rappresaglia, una risposta rapida, persino una battaglia campale. Questo i soldati... ma i suoi ufficiali?
Che cosa pensate? chiese Asdrubale ai membri del suo stato maggiore dopo che i cavalieri numidi ebbero abbandonato la tenda.
Io attaccherei!
 meglio aspettare.
Opinioni contrastanti. Attaccare o attendere i rinforzi. Asdrubale era cauto. La cautela gli veniva da quella gola dove Nerone lo aveva rinchiuso anni prima. S, la prudenza era la politica migliore.
Aspetteremo l'arrivo da sud delle truppe di mio fratello Magone e di quelle del generale Giscone dalla Lusitania. Una volta riunite tutte le nostre forze, massacreremo questo nuovo Scipione e di lui non lasceremo nemmeno le ossa per gli avvoltoi. Lo ammazzer proprio come ho fatto con suo zio Gneo. E sguain la spada che anni prima aveva trapassato il cuore di Gneo Cornelio Scipione.
Gli ufficiali guardarono ammirati l'arma che in passato si era bagnata del sangue di un generale nemico. Pochi potevano esibire spade tanto cariche di gloria per la causa cartaginese. Solo lo stesso Annibale superava il fratello.

Turma romana in missione esplorativa
Era una notte chiara di luna piena. La pallida luce dell'astro notturno bagnava le praterie di Baecula. Il cielo limpido lasciava intravedere le stelle. I cavalieri si fermarono nell'ultimo posto di guardia dell'esercito romano. Publio e Lelio smontarono e affidarono i cavalli ai lictores del generale. Avanzarono di qualche passo. In lontananza si intravedeva la sagoma della collina su cui Asdrubale aveva stabilito il proprio accampamento. Era una meseta con una terrazza inferiore e un secondo altopiano dove il cartaginese aveva fatto sistemare le tende.
 una posizione di forza disse Lelio.
S, ma difensiva precis Publio. Lass a poco gli valgono i suoi elefanti. Per questo gli toccher scendere in pianura.
Non lo far, non l'ha fatto in questi giorni e continuer a non farlo.
Questo  vero concesse Publio.  disposto ad attendere l'arrivo degli altri due eserciti cartaginesi. E qui il giovane generale romano tir un profondo sospiro. E noi non possiamo aspettare.
Ma non possiamo nemmeno attaccare, lo interruppe Lelio non finch continua a essere il pi forte, rifugiato tra quelle terrazze che lo proteggono come muraglie.
Publio esamin di nuovo con cura la collina. Erano passate gi due giornate senza battaglia. Aveva trascinato i suoi uomini fin nel cuore della Hispania, avevano il morale alto. Desideravano attaccare, desideravano combattere. Ora o mai pi.
Domani all'alba parler agli uomini concluse Publio. Domani attaccheremo.
Suppongo che debba essere cos. O questo o ritirarsi prima che arrivino Magone e Giscone.
Esatto. Questo o ritirarsi. E Publio guard Lelio come chi cerca una risposta.
Attaccare rispose il tribuno veterano.
E sia, e che gli di ci accompagnino.
I due uomini ritornarono ai loro cavalli e, scortate dai lictores, le loro sagome si persero in direzione dell'accampamento romano.

Accampamento principale romano
La luce dell'alba spuntava tra le querce del vicino bosco, che si allungava dal Nord della collina e si perdeva in lontananza. Le ombre erano tenui e allungate. Un istante quasi fantasmagorico del giorno. I legionari videro la sagoma del loro generale in cima a una pedana di legni e tronchi che era stata eretta in gran fretta da un gruppo di velites durante il turno di guardia notturna. Publio Cornelio Scipione, generale cum imperio delle due legioni distaccate in Hispania con una missione impossibile, fermare i Cartaginesi e impedire che avanzassero verso l'Italia, aspettava mentre le sue truppe si dispiegavano mostrando tutta la loro forza per almeno un miglio. Non tutti riuscivano a sentirlo, la sua voce non poteva arrivare tanto lontano, ma molti lo avrebbero udito e avrebbero fatto in modo che il suo messaggio giungesse agli altri. Aveva dato indicazioni a Lelio di far erigere quella pedana dalla quale avrebbe parlato alle truppe. Voleva assicurarsi che almeno tutti i legionari lo vedessero bene.
Su suo ordine la colazione era stata anticipata di due ore. I legionari avevano mangiato alla luce dei fal, era stata loro servita una razione doppia di focacce di grano, con abbondante latte di capra. Voleva che fossero sazi, aveva bisogno che fossero forti. Il generale gett un'occhiata alle sue spalle senza girarsi. La collina dove stava l'accampamento cartaginese sembrava tranquilla. Bene. Cos doveva essere. Si sapevano forti e sicuri, i punici. Ed era vero.
Volse di nuovo lo sguardo verso le sue truppe. Erano gi in formazione. Ben presto, quando la luce del sole avrebbe rivelato le legioni pronte all'attacco, le sentinelle puniche avrebbero dato l'allarme e i nemici avrebbero preparato le loro difese sulle terrazze dell'elevata collina che li proteggeva.
Legionari! Legionari! Legionari di Roma! grid Publio per reclamare la loro attenzione. Oggi, mentre facevate colazione, ho offerto un sacrificio a Marte. Ho sacrificato un bel bue e il suo sangue  stato versato su questa terra! So che gli di sono con noi! Ho sognato una grande vittoria e questa vittoria sar oggi! Il suo esito  nelle vostre mani! Si guard intorno. I soldati lo ascoltavano con attenzione. Erano interessati alle sue parole, ma doveva dar loro qualcosa di pi, qualcosa a cui aggrapparsi ben oltre le divinit e la fedelt a Roma. Qualcosa di tangibile, qualcosa che potessero sentire vicino. Hanno paura di noi! I Cartaginesi hanno... hanno paura di voi, s, hanno paura di voi! Si ferm per osservare l'impatto delle sue parole, stava andando bene. Persino Lelio, che stava ai piedi di quel palco improvvisato, si gir per guardarlo. Era quella la strada da seguire. A partire da quel momento le sue parole fluirono come per conto proprio. Hanno cos tanta paura che si rifugiano sulla cima di una collina, hanno cos tanta paura che non osano scendere in campo aperto! E sapete perch? Sapete perch sono cos spaventati? Si ferm ancora, una pausa retorica, per degustare il gusto dell'attesa negli occhi ben aperti dei suoi legionari, fissi su di lui. Hanno paura di voi perch appena arrivati avete sconfitto la loro cavalleria! Anzi, hanno paura di voi perch l'anno passato avete conquistato l'inconquistabile: avete assaltato la loro citt pi sicura, la loro capitale in Hispania! Carthago Nova  stata vostra al suono delle armi,  caduta sotto il potere delle vostre spade! Per questo si nascondono: hanno terrore di voi! E Asdrubale  il primo! Si rifugiano sulla cima di una collina! E l si credono al sicuro! Ma vi dir una cosa: i Cartaginesi hanno paura, per non sono stupidi, non lo sono! Sono traditori! Stanno aspettando, stanno sempre aspettando che il vento soffi in loro favore, che le loro divinit vengano in loro aiuto, ma oggi  il giorno di Marte, l'ho sognato, lo sento nel mio cuore, e so che voi potete sentirlo palpitare nel vostro petto! Si ferm un istante, inspir con forza. Aveva sete, ma non era il momento, non poteva tacere ora. I Cartaginesi aspettano rinforzi, attendono che i due eserciti del Sud e dell'Ovest si uniscano a loro, perch hanno talmente tanta paura che non osano affrontare un combattimento da pari a pari, dove le forze siano equilibrate e sia la tempra di braccia e spade a decidere il vincitore! No, questo  troppo semplice per loro, n correranno il rischio di affrontare chi temono tanto, di affrontare i conquistatori di Carthago Nova! Siamo arrivati qui l'altroieri, non prima, e gi hanno assaggiato il sapore amaro della sconfitta quando la loro cavalleria ha dovuto retrocedere dinnanzi all'attacco dei nostri velites! E questi sono i pi giovani tra noi, vi rendete conto? Vi immaginate che cosa potremo fare se ci riuniamo tutti in un'unica carica, velites, hastati, principes, triarii, marinai e cavalleria? Insieme possiamo sconfiggerli, abbattere le loro fila e ammazzarli tutti quanti prima che tramonti il sole di questo giorno! Possiamo farlo! Dobbiamo farlo! Per Roma e per tutti gli di! Loro sanno soltanto aspettare l'arrivo dei rinforzi e, quando ci supereranno di numero, quando saranno il triplo di noi, solo allora scenderanno dalla loro collina per circondarci e attaccarci. Ma io vi dico che noi non aspetteremo, non lasceremo che questo accada e vi dico anche perch. Siete gli uomini migliori, i soldati pi forti, ma  giusto che lottiamo da pari a pari ed  ci che vi offro! Vi ho fatto marciare a tutta velocit quasi senza farvi riposare, per arrivare fin qui prima che i Cartaginesi potessero unire le loro forze. Asdrubale lo sa e si  nascosto lass! Si volt e indic l'altopiano dell'elevata collina dove, allo spuntar del sole, si intravedevano gli stendardi delle truppe cartaginesi, i loro posti di guardia, e dove si notava un certo movimento di truppe. Publio comprese che Asdrubale stava preparando la difesa della sua fortezza naturale dinanzi allo spiegamento nemico ormai evidente. Si rivolse ancora ai suoi uomini. Sono l, si stanno preparando come donnicciole spaventate per difendersi dal nostro attacco in attesa che arrivino gli aiuti! Ma quello che faremo noi sar andare lass e tirarli gi a colpi di pilum e gladio, con la forza del nostro impatto e del nostro sangue, se necessario! Entro stasera non un solo cartaginese deve restare su quella collina, non voglio che i rinforzi punici trovino qualcuno dei loro, quand'anche riuscissero ad arrivare! Ed ecco la cosa pi importante: possiamo farlo, potete farlo! Non avete forse conquistato le elevate muraglie di Carthago Nova? Sono forse pi ripide le terrazze sulle quali oggi si sono rifugiati gli africani? Di nuovo si volt verso la collina e la indic. Gli altopiani di quella collina sono forse pi irraggiungibili delle insormontabili mura di Carthago Nova? Forse che voi non potete scalarli e cacciare il nemico dalle sue posizioni, ucciderlo proprio l, inseguirlo nella sua fuga, sterminarlo? Non ho forse davanti a me i miei legionari, i conquistatori di Carthago Nova? Guardando i suoi uomini, gonfi il petto e grid a pieni polmoni: Ditemelo, voi tutti, ditemelo! Avete conquistato voi Carthago Nova? L'avete fatto? Rispondete, vi dico!
S, generale, s, s!
Siamo stati noi!
E lo credo, l'abbiamo fatto noi!
Per tutti gli di, certo che l'abbiamo fatto!
Le voci impetuose dei legionari infusero un coraggio speciale nell'anima del giovane Scipione. Non riusciva a credere che lo stesse facendo, e riusciva a credere ancora meno che i suoi uomini gli rispondessero con una simile lealt, con tale passione. Per la prima volta nella sua vita speriment una sensazione estranea al suo essere ma talmente intensa, talmente poderosa, da rimanerne stordito come se avesse bevuto vino in abbondanza. Si sentiva euforico: stava parlando alle truppe al suo comando, ai soldati che lo avevano seguito fino alla vittoria, fino a sconfiggere il nemico, e che voleva preparare a una nuova battaglia. Mai prima aveva parlato con i legionari al suo comando, che gi lo avevano servito e che gi avevano vinto con lui. Era qualcosa di inspiegabile: nella voce, negli sguardi di quegli uomini, Publio intravide una fede cieca nella sua persona, una lealt che andava al di l delle parole e dei giuramenti, una connessione quasi mistica che gli impregnava lo spirito: tutti erano lui e lui era tutti, ogni singolo soldato. Decise di concludere il suo discorso.
Per Roma e per tutti gli di! Quelli che si nascondono lass sono coloro che hanno ammazzato i nostri fratelli due anni fa, gli stessi che non hanno avuto nemmeno il fegato di difendere la loro capitale, sono coloro che assassinarono mio padre e mio zio, che massacrarono le nostre legioni comprando gli Iberi affinch tradissero i nostri generali! Sono solo traditori! Attacchiamo quei codardi, attacchiamo i Cartaginesi e i loro Numidi e i loro Iberi e i loro Balearici e tutti quelli che lottano sotto il comando del loro denaro. Facciamo a pezzi i loro alleati e le loro truppe! Saliamo sui fianchi di quella collina, trasciniamoli per terra come animali, perch siamo pi forti, perch noi non abbiamo paura, perch Roma lo esige da noi! Per Roma, per Roma, per Roma!
Per Roma! Per Roma! Per Roma! risposero i legionari tesi, risoluti, ansiosi di iniziare a combattere.
I centurioni mescolarono le loro voci con quelle dei subordinati, persino il primus pilus Trebellio e l'ufficiale al comando della flotta armata, Sesto Digizio, persino i tribuni Marcio e lo stesso Gaio Lelio, tutti urlavano come un solo uomo, incitati da un giovane generale che si portava la mano al petto e ululava con loro, la saliva agli angoli della bocca e le lacrime agli occhi.
Per Roma, per Roma, per Roma!
Publio Cornelio Scipione scese in fretta dal palco, sfregandosi gli occhi con il dorso della mano. Fu accolto da Lelio.
Andiamo all'attacco, per Castore e Polluce, e per tutti gli di disse Publio.
All'attacco, per Giove rispose Lelio.
Iniziarono a marciare in fretta verso un'estremit della formazione.
Che i velites e gli hastati attacchino subito il primo degli altopiani ordin Publio. Che attraversino il ruscello e il fiume, che partano i manipoli di Trebellio e quelli di Digizio con i suoi marinai.
Lelio assent, ma nell'ascoltare l'ultima istruzione esit.
Trebellio e Digizio, insieme? 
S. So che c' molta competizione tra i marinai arruolati da Digizio e le truppe di Quinto Trebellio, specialmente dopo i fatti di Carthago Nova, per entrambi vantano la corona muraria, abbiamo bisogno del loro valore e della forza dei loro uomini. La reciproca ambizione a mostrarsi l'uno migliore dell'altro pu essere uno stimolo per piegare il nemico prima del rivale.
Lelio accett quella spiegazione, bench avesse dei dubbi.
Voglio anche che Lucio Marcio e Mario Giuvenzio portino con s vari manipoli di uomini esperti e si appostino sui sentieri che scendono dalla collina in attesa della retroguardia cartaginese. Bisogna controllare i loro movimenti in quel settore ed evitare una fuga dei Punici. Asdrubale troverebbe un altro posto dove attendere suo fratello Magone e il generale Giscone, e a quel punto tutti i nostri sforzi sarebbero stati vani.
Vuoi che portino principes e triarii?
Publio annu.
D'accordo concluse Lelio, e si diresse verso i tribuni che aspettavano gli ordini d'attacco.

Accampamento principale cartaginese sulla collina
Asdrubale stava facendo colazione in una tenda quando irruppero gli ufficiali. Erano nervosi e li accompagnava un numida dei posti di guardia dell'altopiano inferiore. Il fratello di Annibale non ebbe bisogno di parole. Lasci a met il pasto e sguain la spada, mentre uno schiavo gli sistemava la corazza che gi si era infilata.
 l'avanguardia del grosso delle truppe? chiese.
Ancora difficile da dire inizi uno degli ufficiali. Hanno fatto uscire tutto l'esercito dall'accampamento, ma per il momento sembra che solo la fanteria leggera stia attraversando il fiume.
Fanteria leggera...? Bene. Il generale punico medit per qualche istante. Aveva dispiegato i cavalieri numidi sull'altopiano che circondava l'accampamento, ma non sarebbe stato sufficiente. Frombolieri delle Baleari, tutti quelli che abbiamo, e la nostra fanteria leggera africana... che scendano sull'altopiano, sar sufficiente per fermare l'avanzata romana, nel caso in cui riescano a scalare i fianchi della collina. Cos li fermeremo. Abbiamo solo bisogno di guadagnare tre giorni, poi arriveranno Giscone e Magone e a quel punto li schiacceremo come ratti.
Il generale e i suoi ufficiali uscirono svelti dalla tenda. La battaglia stava per iniziare.

Avanguardia romana. Fiume Guadiel
A Quinto Trebellio l'acqua arrivava alla cintura. Maledisse la sua sorte.
Per Castore e Polluce! Sempre acqua! Questo generale pensa che siamo rane!
Alcuni soldati risero, perch il primus pilus sembrava ricordare la laguna che avevano guadato per attaccare Carthago Nova l'anno prima. In ogni caso l'acqua non superava il petto degli uomini e la notevole distanza che separava il fiume dalla scarpata laterale, su cui dovevano inerpicarsi per accedere al primo altopiano dominato dai Cartaginesi, faceva s che l'operazione di guadare il fiume non comportasse il pericolo di un attacco nemico.
Rane? Era la voce di Sesto Digizio, che comandava i fanti di marina arruolati nella legione su ordine del generale. Direi piuttosto anatre spaventate, ecco cosa sembrate.
I marinai di Digizio scoppiarono a ridere vedendo come gli uomini di Trebellio entravano con paura, persino con ribrezzo, nell'acqua del fiume. Loro, al contrario, erano marinai abituati al mare e ai fiumi. Ed erano nel loro elemento.
Trebellio e i suoi uomini ignorarono le provocazioni di Digizio. In fin dei conti il pendio della collina era un territorio secco ed era l che si sarebbe valutato il coraggio di ciascuno.

Avanguardia cartaginese
I frombolieri delle Baleari caricarono le loro fionde e iniziarono a farle girare. Di colpo un intenso ronzio di centinaia di fionde in movimento, che giravano e giravano affinch i proiettili acquistassero una velocit mortale, si impadron della cima della collina. Dietro di loro, la fanteria leggera africana preparava i suoi giavellotti e, sul fondo, i cavalli dei cavalieri numidi nitrivano e agitavano inquieti le teste. Gli animali fiutavano l'arrivo del combattimento e tendevano i muscoli.

Avanguardia romana
Gli uomini di Trebellio arrivarono ai piedi dell'altura. Guardarono un istante all'ins, ma un sibilo intenso li costrinse a proteggersi con gli scudi in modo istintivo, accucciandosi e trattenendo il respiro. Una pioggia di pietre scese dal cielo schiantandosi contro gli scudi, gli elmi, le protezioni di braccia e gambe. Qualche grido sfugg, ma non ci furono perdite. Quinto Trebellio osserv l'ala dei marinai guidati da Digizio che facevano lo stesso.
Aspettate! grid Quinto ai suoi uomini. Ora pioveranno i giavellotti! Aspettate, continuate a tenere alti gli scudi! Teneteli in alto! E gi un altro sibilo attravers l'aria.
Le lance caddero da tutte le parti. Alcune trapassarono scudi e perforarono braccia. Gli ululati di dolore si moltiplicarono. La raffica di proiettili cess. Trebellio sapeva che ora sarebbero arrivate di nuovo le pietre dei frombolieri. Era meglio tentare la scalata sotto le pietre che sotto i giavellotti.
Adesso, veloci! Salite protetti dagli scudi! Gli scudi davanti! Adesso!
I legionari iniziarono a salire per il pendio, con una mano che sosteneva in alto lo scudo e l'altra che si aggrappava ai cespugli e agli spuntoni di roccia per scalare quel pendio sconnesso. Non era una salita particolarmente difficile, ma sollevare lo scudo e resistere alla pioggia di pietre e alle raffiche intermittenti di giavellotti rendevano l'ascesa oltremodo impegnativa. Molti perdevano l'equilibrio e lasciavano cadere lo scudo per non inciampare all'indietro e cadere, per a quel punto venivano colpiti da vari proiettili o trapassati dalle lance e crollavano feriti a morte, rotolando come tronchi appena tagliati e trascinando a valle i compagni d'armi.
Non ce l'avrebbero fatta. Trebellio si ferm a met del cammino. Il fianco della collina aveva una pendenza di sessanta gradi e il sentiero misurava all'incirca quaranta passi. Guard verso Digizio e i suoi. Erano messi come loro, a met salita, e sembravano incontrare gli stessi problemi. Ma non mollavano. Bisognava ammettere che quei marinai avevano fegato.
Per Ercole! esclam Trebellio. Quei marinai saranno in cima prima di noi! Permetteremo loro di umiliarci? E senza attendere la risposta dei suoi si lanci in una lunga corsa, brandendo lo scudo con energia e scalando il pendio come un gatto.
Varie pietre colpirono la sua arma di difesa e un proiettile, rimbalzato dallo scudo di qualche legionario ai suoi ordini, lo colp sopra l'occhio aprendo un tremendo taglio. Trebellio si ferm un istante. Si sentiva male, ma cap che i suoi uomini pi validi, che continuavano la salita, lo stavano superando. Erano dei valorosi, ma lui non poteva restare indietro. Era il primus pilus della legione. Scosse la testa e recuper energie ed equilibrio. Si alz di nuovo e lanciando un grido infernale sal gli ultimi passi, prima di raggiungere la cima del pendio.
Alla carica, alla carica! Ammazzate tutti questi miserabili!
L'arrivo di Trebellio sull'altopiano anim i pochi legionari che erano arrivati in cima. Si raggrupparono e in un istante iniziarono la lotta corpo a corpo, dapprima contro i confusi frombolieri e poi contro i fanti africani. I Balearici cedevano rapidamente terreno: non erano abili nel combattimento faccia a faccia, piuttosto nel bombardamento da una distanza di sicurezza. La loro ritirata fu un grave danno per l'insieme delle truppe cartaginesi, perch mentre i frombolieri venivano sostituiti dalla fanteria leggera africana i Romani ebbero un attimo di tregua nella loro salita, ottenendo cos che tutte le truppe leggere riuscissero ad accedere all'altopiano e potessero disporsi in formazione contro la fanteria africana.

Retroguardia romana
Perch non usa la cavalleria numida? Lelio non capiva le manovre delle truppe nemiche.
Non hanno lo spazio sufficiente per una carica spieg Publio. Sono incagliati tra il secondo altopiano e la linea del fronte di battaglia ai bordi della prima terrazza. Non c' spazio su quella prima terrazza per muovere un gran numero di truppe. La cavalleria, proprio come gli elefanti, non  di grande utilit in spazi angusti come quello in cui si  trincerato Asdrubale.  una posizione difensiva, una buona posizione difensiva, ma poco adatta al contrattacco.
Be', sembra che Trebellio e Digizio stiano raggiungendo l'obiettivo precis Lelio con orgoglio.
 proprio cos,  vero... E ora dobbiamo aiutarli. Guarda. E Publio indic verso l'alto della terrazza superiore, dove si trovava il grosso delle truppe cartaginesi. Asdrubale sta facendo uscire tutte le sue truppe dall'accampamento e inizia a ripiegare.
S, direi con gli africani, la sua fanteria pesante al centro e i mercenari iberici sulle ali... conferm Lelio mentre si schermava gli occhi per proteggersi dal sole.
Publio medit qualche istante. Esitava. Sarebbe stato logico fare in modo che le sue truppe arrivassero in blocco alla prima terrazza per rafforzare la linea d'attacco frontale che Trebellio e Digizio avevano iniziato con successo, ma ci si sarebbe risolto in una lotta per conquistare il secondo altopiano contro le truppe pesanti di Asdrubale, con i punici in alto e loro impegnati a salire, senza la stessa efficacia che avrebbero avuto su una grande pianura, con i cavalieri numidi e gli elefanti che li attaccavano da tutte le parti. Era ci in cui sperava Asdrubale. Nel giro di un'ora avrebbero dovuto ritirarsi senza essere riusciti a prendere la seconda terrazza, sfiniti e con centinaia di feriti. Allora il cartaginese non avrebbe dovuto far altro che sedersi sulla collina e aspettare i rinforzi da sud e da ovest, per poi inseguirli in una penosa fuga di ritorno a Tarraco. Publio deglut a vuoto. Aveva la gola secca.
Acqua!
Lelio si rivolse pronto ai lictores che lo scortavano. Acqua per il generale! Veloci, per Ercole! Acqua per il generale!
Un giovane acquaiolo, diciassette anni appena, arriv di gran carriera con un otre di pelle pieno. Vers l'acqua in un piccolo contenitore di argilla, sbeccato e con una crepa, che portava con s per servire il generale, e glielo avvicin con il braccio un po' tremante. Il generale lo afferr e bevve con avidit. Quindi, prima di restituire il recipiente, ne osserv per un attimo le sbeccature. Nerone, il precedente generale in capo cum imperio in Hispania, beveva solo da coppe d'argento o d'oro, ma Publio aveva insistito per usare lo stesso materiale in dotazione ai suoi uomini.
Dobbiamo migliorare le stoviglie delle nostre truppe. Ricordamelo, Lelio, dopo che avremo stanato Asdrubale. E quell'otre perde acqua concluse Publio indicando un angolo della pelle di capra da cui scendeva un rigagnolo che aveva gi formato una piccola pozzanghera.
Il ragazzo, che teneva ancora l'otre in mano, prov vergogna e abbass la testa.
Publio stava per dirgli qualcosa, poi la sua mente torn al campo di battaglia.
Dunque, Lelio, porteremo il grosso delle legioni in cima alla prima terrazza, ma non aiuteremo Trebellio e Digizio nel loro secondo attacco: dovranno farcela da soli contro le truppe africane. Quando saremo sulla prima terrazza ci divideremo, tu verso sud e io verso nord con principes e triarii. Costeggeremo la linea del fronte di battaglia fino a raggiungere le estremit della seconda terrazza e saliremo dai confini laterali per arrivare in cima a quel secondo altopiano, affrontando le forze ausiliarie, non la fanteria pesante. Lo spiegamento dovr essere rapido. Voglio attaccare sui fianchi,  chiaro?
Lelio assentiva, ma era confuso.
Trebellio e Digizio se la vedranno brutta.
Tutti ce la vedremo brutta, se non facciamo cos.
D'accordo.
E i manipoli di Lucio Marcio e Mario Giuvenzio sono gi dispiegati in direzione della retroguardia cartaginese? domand Publio con una certa tensione. Aveva bisogno di sapere che i suoi ordini erano stati eseguiti alla lettera. Qualunque confusione sarebbe stata fatale.
S conferm Lelio, meditabondo. Publio voleva circondare i Cartaginesi e attaccarli allo stesso tempo su tutti i lati. Ma i legionari a disposizione di Marcio e Mario non erano sufficienti per un attacco.
Bene, manda loro un messaggero: che non attacchino e che stiano appostati. Se tutto va come deve, i Cartaginesi finiranno per ritirarsi dalle retroguardie e voglio che li sorprendano.
Il nuovo ordine risollev l'animo di Lelio. Aveva gi pi senso, per era talmente improbabile che Asdrubale decidesse di ritirarsi...
Publio osserv il taciturno e inquieto Gaio Lelio. Gli strinse un braccio con affetto.
Andiamo all'attacco, Lelio, li faremo uscire da l, vedrai. Abbi fede in me. Sorrise.
Lelio rispose con un sorriso un po' forzato, bench sincero.
E andiamo all'attacco, per Ercole! replic con forza il tribuno veterano.  una buona mattina per cacciare Cartaginesi. E raggiunse le truppe con passo veloce, schiena diritta e piedi ben appoggiati sulla terra d'Hispania.
Publio comprese che non aveva nulla da temere sul fianco sud. Ora bisognava vedere se lui sarebbe stato capace di portare a termine la parte che gli toccava. Dovevano riuscire a salire sulle due estremit allo stesso tempo. Era quella la chiave.

Accampamento cartaginese, sulla collina, sopra la seconda terrazza
Asdrubale non era tranquillo. Il suo non era nervosismo, bens fastidio. Quel testardo di uno Scipione aveva deciso di suicidarsi quel mattino e di farlo proprio contro le sue truppe.
Che i Numidi e gli Africani ripieghino, e anche quello che resta dei Balearici; fateli risalire tutti sulla seconda terrazza. Se i Romani vogliono il primo altopiano, che se lo tengano. Questo non cambia la sostanza delle cose. Noi ci difenderemo qui.
Asdrubale voleva tutte le sue truppe concentrate sulla sommit della collina. Erano in perfetta parit numerica con i Romani, ma in una posizione migliore. Quel combattimento iniziato da Scipione era assurdo. Anche lo zio Gneo lo aveva sorpreso per la sua irritante riluttanza a morire. Quante cariche numide c'erano volute per abbatterlo? E anche cos aveva continuato ad alzarsi, ferito, trapassato da una lancia, in un mare di sangue. Bisognava riconoscerlo, quella degli Scipioni era una razza che sapeva soffrire. Ma niente di pi.
A braccia conserte, dalla sua posizione centrale nella retroguardia, Asdrubale osservava lo spiegamento della fanteria pesante nel mezzo. Era un muro inaccessibile. Sulle ali c'erano poi i mercenari iberici. Una nota di colore. Sorrise. Era sempre meglio apparire pi numerosi che nella realt. La forza del suo esercito risiedeva nella fanteria pesante africana, uomini rudi e profondamente fedeli a Cartagine che non avrebbero ceduto neanche un passo di terreno senza combattere fino alla morte. I Romani si sarebbero scontrati contro di loro e sarebbero morti su quel secondo pendio.
Vino! chiese a gran voce il generale cartaginese. Anche se il giovane romano al comando voleva rovinargli il giorno di riposo che aveva pianificato, non si sarebbe lasciato disturbare dalla follia di un parente adirato. Era il desiderio di vendicare la morte del padre e dello zio che aveva offuscato la mente del generale romano, Asdrubale ne era sicuro. Bene. L'ira senza controllo conduce alla sconfitta. Il vino arriv. Lo bevve di gusto. Quella mattina aveva il sapore della vittoria.

Primo altopiano
Le legioni al completo erano riuscite ad accedere al primo altopiano della grande collina. In pochi minuti, seguendo le istruzioni di Publio, la fanteria pesante della legione si era suddivisa in due grandi blocchi di manipoli che, a marce forzate, muovevano in direzioni opposte, rispettivamente verso nord e sud.
Gli uomini di Trebellio e Digizio erano rimasti soli, al centro. Un messaggero a cavallo arriv fin dove si trovavano il primus pilus e l'ufficiale al comando della flotta. Senza dubbio portava ordini da parte del generale. Centurione e marinaio in capo si guardavano strabiliati per i movimenti dei legionari della fanteria pesante. Si erano aspettati che questi prendessero il testimone e li sostituissero nei combattimenti per accedere alla seconda terrazza, e ora li vedevano allontanarsi in direzioni opposte lasciandoli soli.
Il messaggero smont. Era un uomo della cavalleria, giovane, figlio di qualche patrizio. Trebellio lo guard con rispetto, per non pot nascondere una smorfia di arroganza e di orgoglio. Il primus pilus era ferito al braccio e alla fronte, e aveva la corazza disseminata di brandelli di pelle del nemico. Per di pi aveva un occhio terribilmente gonfio. Era sudato, appiccicaticcio e maleodorante. Sput per terra vicino al messaggero e non si prese neanche la briga di chiedere scusa. Digizio non aveva un aspetto migliore.
Un messaggio del generale. Il giovane cavaliere, dalla corazza immacolata, brillante, i capelli lavati e corti, la spada al suo posto, si sent un poco intimidito. Per di pi il messaggio in quelle circostanze era piuttosto spiacevole.
Parla, ti ascoltiamo. Non abbiamo tutto il giorno, siamo nel pieno di una battaglia, sai? disse Trebellio e guard verso Sesto Digizio. I due ufficiali veterani scoppiarono a ridere. Una risata piena che per s'interruppe di colpo, quasi all'unisono, lasciando il posto allo sguardo freddo dei guerrieri.
Il generale dice... Il messaggero pens a come addolcire l'ambasciata, ma ricord l'insistenza del generale e la sua voce quando gli aveva detto: Di' esattamente cos, nient'altro, pertanto deglut a vuoto e poi sput il suo messaggio come una raffica di giavellotti nemici. Il generale dice che ha visto bimbe spaventate risalire una collina meglio di voi e che spera facciate meglio con la seconda terrazza. Vi aspetta lass a met mattina.  questo il messaggio.
Salt veloce sul suo cavallo, spron l'animale e scomparve prima che gli ufficiali della fanteria, rimasti a bocca aperta, potessero reagire.
Bimbe spaventate? chiese ad alta voce Trebellio. Ha detto bimbe spaventate, per tutti gli di, o ho sentito male io?
Ha detto bimbe spaventate conferm Digizio, annuendo con la testa.
Maledetto...! Trebellio si trattenne. E adesso dove va? E tu, marinaio, che te ne stai tanto tranquillo, dove va il generale con le truppe? Per tutti gli di!
Dove va non lo so, centurione, ma ci ha fatto capire chiaramente che dobbiamo prendere il secondo pendio.
So bene cosa ha detto, quello che mi sfinisce  non capire perch.
Be',  lui il generale.
Trebellio tacque per qualche istante. Non aveva capito nemmeno gli ordini impartiti a Carthago Nova e alla fine tutto aveva avuto un senso.
Sar pi difficile della prima terrazza comment infine il primus pilus guardando verso l'alto della collina. I Cartaginesi hanno concentrato tutte le loro truppe pesanti al centro. Non ce la faremo. Ci uccideranno.
Digizio guard in su.
Cos sembra.
Non pensavo che sarei morto stamattina prosegu Trebellio circondato da marinaretti.
N io da soldatini che scalano le colline come bimbe.
Quello delle bimbe l'ha detto a tutti e due.
Sar.
Sar? Trebellio era sul punto di sguainare la spada.
Possiamo ammazzarci qui sul posto o lasciare che lo facciano i Cartaginesi rispose Digizio, portando la mano all'impugnatura dell'arma.
Trebellio si rilass e riprese a guardare verso la sommit del colle.
In tutta sincerit, marinaio, credi che abbiamo qualche probabilit?
Digizio osserv la seconda terrazza e vide la fanteria pesante africana intenta a disporre lance e picche in prima linea, all'estremit stessa di quell'infinito altopiano su cui dovevano salire sotto una pioggia di giavellotti e proiettili nemici.
Sinceramente no, centurione: non abbiamo alcuna possibilit.
Trebellio e Digizio si guardarono.
E allora si va? chiese il primus pilus.
E andiamo rispose Sesto Digizio e gli tese la mano, sporca, insanguinata, fredda.
Trebellio lo fiss.
Il giorno in cui dar la mano a un marinaio smetter di combattere. E senza dire altro si volt verso i suoi uomini gridando loro che si mettessero in posizione, che muovessero il culo e afferrassero le armi, che avevano una nuova posizione da prendere ed era finita la pacchia di riposarsi guardando il cielo.
Digizio rimase di sasso, perplesso dall'enorme disprezzo che Trebellio continuava a mostrare verso i marinai. Si pul il sudore della fronte con la stessa mano che aveva teso al centurione e, pi lentamente di Trebellio ma con la stessa decisione, si avvicin ai suoi uomini.
Per Castore e Polluce! Tutti in marcia! Bisogna prendere il nuovo pendio e non voglio sentire lagne! La battaglia  appena iniziata!

Accampamento cartaginese, in cima alla collina
Asdrubale si era ritirato qualche istante nella sua tenda. Voleva rilassarsi un po'. Se la testardaggine di quello Scipione era simile a quella dello zio, avrebbe attaccato e avrebbe fatto morire i suoi legionari per tutto il giorno. La faccenda poteva diventare noiosa. Il generale cartaginese sentiva l'ansia dei suoi uomini e decise di svagarsi. Una volta al chiuso della tenda, ordin che gli portassero due giovani iberiche. Queste arrivarono trascinate da quattro soldati africani. I guerrieri le spinsero in malo modo verso il generale e le ragazze caddero in ginocchio davanti a lui. Allora i soldati si ritirarono. Le due avevano appena quindici anni. Le mani legate dietro la schiena e inginocchiate al suo cospetto, nascondevano la testa per terra e respiravano affannosamente.
Guardatemi! Voglio le vostre facce! Devo sapere che genere di regalo mi hanno mandato i vostri genitori!
Le giovani erano un regalo delle trib dell'interno, figlie di capi iberici vaccei che aspiravano a un patto di amicizia con colui che ormai chiamavano il re degli Iberi. Asdrubale aveva lasciato che gli indigeni gli assegnassero tale titolo. In fondo era lui a governare le loro vite. E gli piaceva sentirsi acclamato re. Come tutti, aveva la propria dose di vanit.
Le ragazze tremavano. Si assomigliavano molto, forse erano sorelle. Lineamenti sottili, labbra carnose, visi abbronzati, occhi scuri, capelli neri e sciolti, pelle soffice. L'eccitazione crebbe nel corpo di Asdrubale, ma di colpo un ufficiale africano spalanc l'accesso alla tenda.
Perch mi disturbi, imbecille? Non vedi che sono occupato?
I Romani, mio generale... I Romani si stanno muovendo...
Muovendo? Muovendo come?
La fanteria pesante, divisa in due parti, si sta sparpagliando sulla prima delle terrazze senza attaccarci, fino alle estremit, come se volessero circondarci.
Asdrubale si accarezz la barba con una mano. Le ragazze nascosero di nuovo le facce.
Fino alle estremit? Sei sicuro di quello che dici? E chi attacca il centro della nostra fanteria?
Gli stessi che hanno condotto il primo attacco. Senza rinforzi.
Asdrubale era vanitoso, orgoglioso e impulsivo, ma non era un idiota. Salt dal triclinio su cui era seduto, spinse via di colpo le ragazze e usc dalla tenda imprecando.
Per Baal e per Tanit! Quanto tempo gli ci vuole con questa manovra?
L'ufficiale lo seguiva da vicino, mentre il generale accelerava il passo verso l'uscita dell'accampamento, diretto al fronte della battaglia.
Una ventina di minuti. All'inizio non sapevamo cosa stessero facendo, ma poi ci  parso strano. Con i soldati che lasciano al centro non supereranno mai la nostra fanteria pesante, le ali sono protette dagli Iberi, come il pendio stesso...
Asdrubale si ferm di colpo e si gir verso il suo ufficiale.
Precisamente: il romano sta tentando di muovere la fanteria pesante contro gli Iberi delle ali e di eludere cos il combattimento con i nostri africani, i nostri uomini migliori. Se cedono le ali, e possono cedere, avremo un problema serio, avremo una battaglia campale in piena regola. Quass, sulla sommit della collina. E questo non deve succedere. Non deve succedere.
Riprese la marcia verso il fronte. L'ufficiale lo seguiva a poca distanza. Pens che il generale fosse ormai vecchio, stava esagerando. I fianchi dell'esercito avrebbero resistito. Gli Iberi erano un po' incostanti, ma aiutati dal vantaggio della posizione in cima alla collina avrebbero trattenuto o impegnato i legionari romani, cos come avrebbero fatto gli Africani al centro.

Alla destra dell'attacco romano, a nord della collina
I principes si ritraevano dal primo attacco contro i Cartaginesi appostati sull'alto del secondo pendio, che dava accesso alla sommit della collina. Publio li vide trascinare alcuni compagni feriti dai giavellotti; molti erano insanguinati, ma con il fuoco della lotta negli occhi. Era stupito di come la fiducia di quei legionari in lui ne incoraggiasse lo spirito, persino quando li faceva combattere in posizione tanto svantaggiata. Senza dubbio nella mente dei soldati romani c'era ancora il ricordo dell'assalto a Carthago Nova. E il suo pi recente discorso, con cui aveva mostrato loro che, se avevano avuto la meglio sulle mura di una citt, avrebbero potuto fare altrettanto con quei pendii frastagliati, aveva sortito un profondo effetto.
Triarii, alla carica! ordin Publio con energia.
Le trombe della legione sottolinearono l'ordine del generale e i principes, che scendevano dalla collina, furono rimpiazzati dalla pi lenta e pesante avanzata dei triarii. Protetti dagli scudi e con le loro lunghe picche legate sulla schiena, iniziarono a scalare il pendio. Dapprima piovvero i giavellotti, quindi una raffica di frecce mischiate a pietre, per nel giro di qualche minuto erano gi ai piedi della sommit. Allora i triarii abbandonarono gli scudi e afferrarono le picche con entrambe le mani. E con un ultimo impeto si arrampicarono fino al culmine del pendio.
Gli Iberi si sforzarono di arrestare l'attacco romano, ma le picche si facevano strada squarciando braccia e gambe, o addirittura infilzando pi di una testa ispanica. Raggiunsero la cima. Gettarono le picche o le lasciarono conficcate nelle vittime che, per terra, si contorcevano dal dolore e sguainarono le spade. Gli Iberi ripresero la difesa della loro collina in una strenua lotta corpo a corpo. Era un combattimento crudele, spietato. Gli Ispanici si difendevano con vigore e non cedevano terreno, finch dalla cima ormai sguarnita si affacciarono i rinforzi romani dei principes sopravvissuti all'attacco contro il secondo pendio.
Gli Iberi sapevano di necessitare di pi uomini per fermare i Romani, che ormai salivano a centinaia, ma gli Africani del centro non muovevano in loro aiuto. Si sentirono abbandonati e il loro coraggio inizi a svanire.

Centro dell'esercito cartaginese
Asdrubale assisteva nervoso allo sviluppo della contesa. L'impegno di quel romano affinch si materializzasse una battaglia campale stava dando i suoi frutti. Il generale cartaginese si rese conto di quanto fosse complicata la situazione: non aveva terminato ancora di schierare tutte le sue truppe, ma la maggioranza era concentrata al centro, davanti all'accampamento, in attesa di una grande carica frontale, mentre il giovane Scipione aveva portato la sua fanteria pesante verso gli estremi della formazione cartaginese. Cos le ali del suo esercito cedevano per mancanza di uomini e di determinazione, e i Romani accedevano alla collina su entrambi i lati, da nord e da sud. Al centro, come c'era da aspettarsi, i suoi veterani africani resistevano, per avrebbe dovuto farli spostare verso le ali per evitare il disastro.
Guard alle proprie spalle e poi di nuovo verso il fronte. Non c'era spazio sufficiente tra l'accampamento e i margini del pendio per una manovra di quella entit e non c'era nemmeno il tempo, considerata la pressione che i Romani esercitavano su entrambi i fianchi. Forse si poteva ancora invertire il corso della battaglia, ma non ne era certo. Risultava ormai evidente che il romano era venuto per combattere contro di lui prima che arrivassero i rinforzi di Magone e Giscone, e ci stava riuscendo. Anche se quel giorno fosse terminato con una vittoria punica, cap che non si sarebbe ottenuta senza un enorme costo di vite umane. Doveva impiegare i suoi uomini migliori. Al contrario, se si fosse ritirato ora, si poteva organizzare una manovra di ripiegamento in condizioni relativamente buone e salvaguardare cos il grosso delle truppe.
Il cuore gli chiedeva di lottare, ma la ragione, e ancor di pi il giuramento fatto al fratello Annibale, e cio di raggiungere l'Italia e aiutarlo ad attaccare Roma da nord, pesavano pi del suo animo furibondo. Del resto gli elefanti non potevano aiutarli in quell'attacco, poich la linea del fronte era un confuso groviglio di soldati romani, iberici e cartaginesi mischiati tra loro in un combattimento mortale. Le enormi bestie avrebbero causato altrettante perdite tra i suoi come tra i nemici. Eppure... Gli elefanti avrebbero potuto... Asdrubale annu tra s e s.
Prendete gli elefanti e caricate il tesoro! Riunite le truppe di riserva rimaste ancora nell'accampamento e scendete dal fianco orientale della collina! Ripieghiamo! url a un ufficiale sorpreso. E si ordini il ripiegamento della fanteria pesante, che passer dalla prima linea d'attacco alle retrovie per scortarci! Se ci attaccheranno altre truppe romane per impedirci di passare, che gli elefanti e la cavalleria numida sgombrino la strada! Dobbiamo andarcene da qui al pi presto! Muovetevi, per Baal! Muovetevi, per Cartagine!
Gli elefanti barrivano mentre sui loro dorsi si caricavano l'oro e l'argento provenienti dalle miniere della Sierra Morena. Era il denaro necessario per pagare un gigantesco esercito di mercenari iberici e galli con cui avanzare verso il Nord dell'Italia. Era un tesoro da salvare a tutti i costi. I cavalieri numidi si misero a capo della formazione. La fanteria africana dalla prima linea inizi a ripiegare il pi ordinatamente possibile, salvando cos gran parte della sua formazione centrale, ma perdendo una gran quantit di iberici sui fianchi nord e sud dove stava attaccando il grosso delle truppe romane.

Centro dell'attacco romano
Tanto gli uomini di Digizio quanto quelli di Trebellio erano esausti. Dopo tre attacchi contro la compatta formazione cartaginese erano stati ricacciati, senza ottenere quasi nulla. Erano senza energie. Sfiniti, spaventati. Avevano l'ordine di continuare ad attaccare fino alla conquista della collina; entrambi avevano compreso che era un ordine suicida. Che fare? Fu in quel momento, per, che accadde qualcosa di inspiegabile. I Cartaginesi iniziarono a ritirarsi. Era una trappola?
Digizio gett un'occhiata al punto in cui si trovava Quinto Trebellio. Lo vide dare istruzioni ai suoi soldati e una pedata a un legionario troppo stanco per ubbidire con prontezza.
Andiamo, cani! Su per la collina! I Cartaginesi ripiegano!  il momento! Tutti su, per Ercole! Prendete gli scudi, forza!
La voce di Quinto raggiunse anche gli uomini di Digizio e i marinai si voltarono verso il loro ufficiale in capo. Lui si alz da terra, dove si era seduto per recuperare fiato, e url i suoi ordini con forza.
All'attacco, per tutti gli di! Abbiamo superato la parte pi difficile e ora non lasceremo quella facile a Trebellio e ai suoi! Alla cima! Ce la possiamo fare! Per il generale, per Roma!
I marinai si alzarono e seguirono pronti il loro capo, che gi si inerpicava sul secondo pendio di quella maledetta collina.

Settore est della collina. Truppe di Mario e Marcio
Lucio Marcio Settimio e Mario Giuvenzio Tala avevano fatto appostare i loro uomini intorno agli stretti sentieri che scendevano dalla collina cartaginese lungo il suo versante orientale. I legionari si erano nascosti tra gli arbusti della boscaglia, al riparo delle querce sparse che costellavano l'area, tra rupi e rocce di quella terra scoscesa. Dalle loro posizioni sentivano il fragore della battaglia alla sommit del colle. Intravidero alcuni effettivi del generale che salivano dal lato nord e quelli che parevano legionari intenti a fare lo stesso da sud, al comando di Lelio, ma da quella distanza era difficile capire gli sviluppi del combattimento. Trascorse una lunga ora di attesa e incertezza, finch Marcio vide uno dei suoi esploratori che scendeva dal primo pendio a tutta velocit, come inseguito dagli spiriti dell'Ade. Il giovane legionario raggiunse ben presto la posizione del tribuno.
I Cartaginesi stanno scendendo. Scendono i loro elefanti e la cavalleria numida in testa. Dietro viene la fanteria. Il soldato termin il messaggio e inspir cercando di recuperare il fiato. Era teso e sfinito per la corsa.
Vuoi dire che stanno scendendo con tutte le truppe? Che si ritirano in questa direzione?
Proprio cos, tribuno. O almeno credo.
Marcio annu. Diede istruzioni affinch fossero informati Mario, l'altro ufficiale al comando e i suoi uomini, poi ordin che tutti rimanessero appostati fino a nuovo avviso.
Nel giro di pochi minuti il barrito cupo e gutturale degli elefanti inizi a diffondersi nell'aria, mentre gi scendevano dal secondo pendio. La terra sembrava tremare sotto il peso dei loro enormi passi. Tutt'intorno centinaia di Numidi cavalcavano al trotto, scortando le gigantesche bestie. Marcio abbozz un sorriso che assomigliava pi a una smorfia. Come se quelle bestie avessero bisogno di protezione! Era meglio lasciarle passare insieme ai Numidi, e poi scagliarsi sulla fiduciosa fanteria cartaginese. Con un po' di fortuna, Mario avrebbe agito allo stesso modo. Ormai non c'era pi tempo per comunicare tra loro.
I primi elefanti e i cavalieri africani passarono indisturbati, ma mentre arrivava un secondo gruppo di pachidermi gli uomini di Mario lanciarono una raffica di pila. L'attacco era iniziato.
Marcio sput per terra.
Per tutti gli di! Scosse la testa con forza, poi dovette ordinare quello che ormai era inevitabile. All'attacco, per il generale, per Roma!

20. SALAPIA.
Italia, primavera del 208 a.C.

Un soldato, vestito da centurione romano, parlava con Annibale che, circondato dai suoi ufficiali, lo ascoltava con attenzione.
Ci aspettano stanotte. Sembrano felici che il console Marcello abbia scelto la loro citt per alloggiare le truppe.  cosa fatta, mio generale.
Annibale annu, ma non sembrava compiaciuto.
Continuate cos. Vai con tutti gli uomini, romano. Quanti sono?
Milleduecento, mio generale rispose Decimo, perch quello era il nome del centurione rinnegato, bench fosse ormai abituato al fatto che Annibale si rivolgesse a lui con il generico appellativo di romano, condito con un certo tono di disprezzo. Ma tutto ci sarebbe cambiato. Presto.
Bene, bene. Saranno sufficienti, per Baal. Salapia non ha una guarnigione cos potente. Sono le sue mura a proteggerla.
Decimo annu e part veloce per compiere la missione. Era contento perch la presa di quella citt sarebbe stata una cosa semplice, una volta che ne avessero ottenuto l'accesso facendosi passare per un'avanguardia del console Claudio Marcello. Agli abitanti di Salapia la notizia della morte del console non doveva essere arrivata. Lo stratagemma di Annibale, che aveva scritto una lettera con il sigillo dell'anello consolare, aveva sortito i suoi effetti. Il centurione ricordava ancora lo sguardo di meraviglia e ammirazione delle sentinelle della citt dinanzi a quel sigillo. Tutto andava alla perfezione. Una volta presa Salapia, Annibale avrebbe fatto pi affidamento sul suo reparto di disertori romani. Avrebbe visto quanto potevano essergli utili per prendere altre citt e quello poteva soltanto culminare in molto oro, donne e vino per tutti. Il centurione sorrise con autentico piacere. Quella notte avrebbero avuto di tutto in quantit, anche se prima doveva trapassare con la sua spada alcune decine di cittadini di Salapia, imprudenti e ingenui.
Immerso nei suoi pensieri, Decimo si ritrov di fronte alle mura della citt all'ora della quarta guardia, in una notte costellata di ombre incerte proiettate dalla luna piena che sarebbe stata testimone della caduta. Quando raggiunsero la porta, uno degli uomini di Decimo url verso l'alto.
Gente di Salapia! Per tutti gli di di Roma, aprite le porte alle truppe del console Marcello!
Passarono alcuni istanti senza risposta. Un minuto. Il soldato romano torn a ululare il suo ordine nella notte silenziosa, ma non sembrava che dalle mura qualcuno lo stesse ascoltando. Si volt verso Decimo, che sospir. Non sapeva cosa fare. L'emissario inviato a Salapia durante il giorno aveva confermato la volont di accogliere le presunte legioni di Marcello. Perch ora quel silenzio? Ma quando gi iniziava a passargli per la mente qualche dubbio, uno scricchiolio lento e prolungato, sostenuto, attravers l'aria notturna, e le porte di Salapia si aprirono, pesantemente ma con decisione. Due enormi pannelli di legno si separarono verso l'interno, fino ad appoggiarsi contro i rispettivi lati del muro. Dalla citt emerse la luce delle fiaccole che disegnavano piccoli quadrati per terra, ma rimaneva ancora una gigantesca porta di ferro forgiata con poderose barre, incrociate in maniera perpendicolare. Pur essendo stato aperto il portone di legno, gli uomini ancora non potevano passare: era un'ulteriore difesa contro possibili attacchi incendiari alle porte di legno, poich se queste avessero ceduto sarebbe rimasta sempre quella enorme inferriata che poteva essere sollevata solo dall'interno, con diversi cavalli che ne trainavano le due spesse catene dai grossi anelli.
Un nuovo suono arriv alle orecchie dei romani rinnegati, in formazione di fronte alle mura e in attesa di ottenere il via libera per entrare in citt. Decimo comprese che le catene della gigantesca inferriata si stavano tendendo e, qualche attimo dopo, iniziarono a tirare con forza sollevando le punte di quell'ultimo ostacolo. La grande inferriata saliva piano, a poco a poco. Qualche centimetro, poi vi fu lo spazio sufficiente perch passassero un gatto o un bambino; infine si alz quasi di due metri. Rimanevano ancora un paio di metri da sollevare, ma il cigolio s'interruppe e tutto sembrava indicare che gli uomini di Salapia non l'avrebbero aperta di pi. Decimo non diede importanza a quel particolare. In ogni caso era a un'altezza pi che sufficiente perch gli uomini potessero passare. Impart gli ordini e i suoi soldati iniziarono a sfilare, penetrando all'interno della citt. Nel passare sotto l'inferriata erano costretti ad abbassare i loro pila.
Decimo sorrise e si guard alle spalle. Fiss la collina lontana, a diversi stadi dalle mura, dove s'indovinava un gruppo di cavalieri che senza dubbio gli abitanti di Salapia avrebbero preso per Marcello e i suoi ufficiali.
Circondato dai suoi uomini migliori, tutti in groppa ai loro agili cavalli africani, Annibale osservava con Maarbale come Salapia apriva le sue porte e sollevava l'inferriata che dava accesso alla citt.
Gli uomini di Decimo stanno entrando fu il commento di Maarbale. Sembra che ci stia riuscendo.
Cos pare conferm Annibale, e nella sua voce l'altro intu un tono di contenuta allegria.
D'un tratto nella notte si sent uno scricchiolio secco seguito da grida lontane che salivano dalla valle. N Annibale n i suoi uomini ebbero bisogno di spiegazioni per sapere che era il rumore di una battaglia campale. Il generale cartaginese inarc il sopracciglio dell'occhio sano. Era troppo presto. I romani disertori non avevano ancora avuto il tempo di entrare tutti in citt. Non gli piaceva.
L'inferriata delle porte di Salapia era ricaduta come una mannaia. Vari legionari di Decimo giacevano l sotto, trafitti dalle affilate punte arrugginite. I pi fortunati erano morti per l'impatto o per le ferite mortali causate da quei ferri, ma alcuni erano feriti gravemente. O costretti a guardare come i loro compagni rimasti all'esterno tentassero invano di sollevare l'inferriata e come quelli che erano riusciti a entrare venissero sorpresi da continue raffiche di qualunque genere di proiettili: giavellotti, dardi e pietre che piovevano da ogni parte.
Decimo, ancora fuori dal recinto delle mura, non capiva cosa stesse succedendo. In un primo istante pens che, per disgrazia, una catena avesse ceduto e per quel motivo la grande inferriata fosse ricaduta sui suoi uomini indifesi, ma quando si avvicin e intravide i proiettili che cadevano sui manipoli all'interno della citt, comprese cosa stava succedendo. Si guard intorno. In una rapida valutazione not che cinquecento uomini circa erano entrati, ma che altrettanti rimanevano ancora all'esterno. Non sarebbero stati sufficienti. Avevano bisogno di aiuto, per a quel punto i proiettili iniziarono a piovere anche all'esterno della citt, scagliati con furia dalla muraglia. Decimo, impotente, vide i suoi legionari battere in ritirata abbandonando i vani tentativi di sollevare l'inferriata. Guard verso l'alto della collina. Forse se Annibale fosse accorso in loro aiuto con la cavalleria numida, avrebbero avuto ancora una possibilit.
Annibale inspir a pieni polmoni. Si pass il palmo della mano destra sulla bocca e sul naso. Sput per terra e con la mano sinistra costrinse il cavallo a fare mezzo giro.
Il console Crispino ha fatto il suo dovere anche in fin di vita. Sono duri questi nuovi consoli di Roma, pi dei precedenti. Ci metteremo pi tempo di quanto pensassi a piegarli. Continueremo nel nostro intento, ma non a Salapia.
E Decimo? chiese Maarbale.
Annibale continu a cavalcare senza guardarsi indietro.
Sono disertori di Roma: i pi codardi e quelli che sopravvivono torneranno da noi, per gli altri non possiamo pi fare niente. Quella di usare il sigillo di Marcello era una buona idea, ma non ha avuto successo. Ora andremo a Locri. L hanno bisogno di noi per liberarsi dall'assedio dei Romani. Dobbiamo appoggiare le citt che sono passate dalla nostra parte, come Locri.
Maarbale annu e accost il cavallo a quello del generale. La luna li accarezzava con un manto di pallida luce mentre si allontanavano da Salapia.
Decimo vide Annibale e i suoi ufficiali che si allontanavano e comprese che ormai tutto era perduto. I suoi sogni di gloria, potere, oro e donne svanirono, spazzati via dal vento notturno. Cerc il suo cavallo, ma gli uomini che avrebbero dovuto aspettarlo erano fuggiti ormai da tempo. Si trovava vicino alla muraglia, alla cui ombra la sua sagoma rimaneva nascosta, ma non avrebbe potuto trattenersi l per molto tempo. Sudava copiosamente e le gocce salate gli costellavano la fronte. Sia all'esterno che all'interno della citt si sentivano i sibili dei proiettili e le grida dei suoi uomini che cadevano abbattuti. All'esterno ormai quasi non rimanevano legionari. Erano svaniti tra le ombre della notte.
Decimo decise di tentare la sorte e si lanci in una corsa veloce verso la collina, dove la sagoma degli ufficiali di Annibale era scomparsa. All'inizio and tutto bene e riusc a mettere quasi trenta passi tra s e le mura, senza essere raggiunto da nessun proiettile. Alcuni sibili gli passarono molto vicini, ma le frecce caddero ai suoi fianchi; finch d'un tratto sent un colpo secco nella schiena e, pur continuando a correre, not che gli mancava il respiro, cos dovette fermarsi contro la propria volont. Cadde in ginocchio. Gli ululati dei suoi uomini che morivano a Salapia furono l'ultima cosa che sent prima di restare immobile, gli occhi spalancati, steso a terra su un fianco, solo.

21. IMPERATOR.
Baecula, Hispania. In cima alla collina, primavera del 208 a.C.

Publio sal sulla sommit della collina circondato dalle sue guardie personali, lictores non ufficiali, poich non era un magistrato ma solo un generale cum imperio. In qualsiasi caso quei soldati, selezionati da Lelio per proteggere la vita del generale, esentati dai compiti ordinari dell'accampamento e con uno stipendio superiore, lo proteggevano in ogni istante con i loro scudi, le loro armi, le loro vite se necessario. Lo avevano gi fatto a Carthago Nova e continuavano a farlo. Prima per obbligo, ora con orgoglio.
Una volta raggiunto l'altopiano in cima al rilievo, il generale osserv il ripiegamento veloce delle truppe di Asdrubale, i cui ultimi effettivi stavano gi scendendo verso est, dov'erano appostati i manipoli di Marcio e Mario. Alcuni ufficiali guardarono il generale. Avevano bisogno di istruzioni. Molti speravano che ordinasse alle legioni di inseguire i Cartaginesi in ritirata.
Saccheggiate l'accampamento! disse ai soldati al suo comando, che erano saliti dal fianco nord.
Fu in quel momento che vide Lelio, salito sull'altopiano dall'altra estremit della collina, arrivare a cavallo per ricevere ordini il pi in fretta possibile.
Che cosa facciamo?
Inseguiteli rispose Publio indicando la fanteria cartaginese in ritirata. Ma solo fino alle posizioni di Marcio e Mario. Prendete prigionieri tutti quelli che potete tra coloro che cadranno nell'imboscata ai piedi della collina, ma non andate oltre. Decideremo pi tardi cosa fare con il resto dell'esercito di Asdrubale.
D'accordo! conferm Lelio e gir il cavallo per tornare dagli uomini.
Al crepuscolo di quel giorno, l'accampamento, che poche ore prima era baluardo dei Cartaginesi, si era trasformato in un insediamento sotto il dominio romano. Al centro i legionari avevano sistemato il praetorium. Da l, dopo aver distrutto le tende cartaginesi abbandonate in tutta fretta e aver montato le loro, i Romani avevano tracciato due grandi vie: una attraversava l'accampamento da nord a sud, la via principalis, un'altra da est a ovest, il decumanus maximus. Publio aveva ordinato di montare un accampamento romano completo, motivo per cui i legionari, una volta saccheggiato quello cartaginese, si dedicarono all'arduo compito di innalzare le palizzate necessarie per completarne la protezione. Il generale non voleva che un contrattacco di Asdrubale li sorprendesse, con il favore della notte, senza aver preso le misure necessarie. Non era molto probabile che il cartaginese contrattaccasse, ma non voleva correre rischi inutili. E comunque rimanevano ancora i rinforzi di Magone e Giscone che prima o poi avrebbero potuto arrivare, anche se di sicuro non nel giro di una settimana, ma era sempre meglio prevenire.
I legionari erano esausti per la battaglia, tuttavia eseguirono i lavori di fortificazione con una certa tranquillit d'animo per la vittoria ottenuta. Il generale, dal canto suo, per quella sera aveva promesso cibo in pi e un po' di vino, non appena fossero terminati i lavori. L'incentivo produsse i suoi risultati. Al calare della notte c'erano palizzate disposte sui quattro lati dell'accampamento, non quelle definitive, ma pur sempre discrete fortificazioni provvisorie, e sentinelle appostate sulla porta praetoria, sulla porta decumana e sulle portae principales sinistra e dextera.
I tribuni e i praefecti sociorum delle truppe ausiliarie furono sistemati in tende alzate lungo la via principalis e le truppe legionarie furono alloggiate tra quelle tende e la porta praetoria. Le tende si susseguivano in doppie file con decine di piccoli passaggi secondari paralleli al decumanus maximus, dietro il quale erano state acquartierate le forze della cavalleria, divise secondo le loro turmae; ancora dietro, in ordine di dignit e anzianit, stavano triarii, principes e hastati. Le truppe ausiliarie erano quelle accampate pi lontano dal decumanus maximus, pi vicine alle palizzate della fortificazione, accanto alle portae principales sinistra e dextera. All'esterno, oltre le porte dell'accampamento, stavano le tende della fanteria leggera, i velites, che in tal modo fungevano da posti di guardia avanzati sull'intero perimetro. Nel caso specifico il generale ordin che parte della fanteria leggera rimanesse vicina alle palizzate, mentre altri gruppi si dovevano installare sul pendio superiore, appostandosi fin sul primo altopiano. In tal modo ci si assicurava di non essere sorpresi da un'incursione notturna del nemico.
Al centro dell'accampamento, di fronte al praetorium, fu innalzato il quaestorium, dove, sub hasta, si accalcavano centinaia di prigionieri cartaginesi e iberici in attesa di essere venduti come schiavi sotto la supervisione del quaestor delle legioni distaccate in Hispania. Il sole era gi tramontato all'orizzonte, ma il generale aveva dato ordine di iniziare con la vendita la sera stessa. Voleva sapere il numero esatto di prigionieri, il denaro su cui potevano fare affidamento come bottino e quante forze erano rimaste ad Asdrubale nella sua ritirata.
Alla porta del praetorium, il giovane generale Publio Cornelio Scipione ripassava con i suoi ufficiali le azioni da intraprendere rispetto ai prigionieri da una parte e agli eserciti cartaginesi che incombevano dall'altra: quello in fuga di Asdrubale e le truppe di Magone e Giscone, la cui ubicazione era ancora incerta. Il generale aveva fatto portare delle sellae, piccoli sgabelli, per i suoi tribuni Gaio Lelio, Lucio Marcio Settimio, Mario Giuvenzio Tala e altri. Erano seduti intorno al fal e circondati da fiaccole conficcate nella terra, tra le quali stavano sparsi i centurioni di rango pi alto, come il primus pilus Trebellio o Digizio, il resto degli ufficiali e i praefecti sociorum delle truppe ausiliarie.
Publio comunicava le sue decisioni dopo aver ascoltato i rapporti dei subordinati. Alla sua destra, come d'abitudine, sedeva Lelio, soddisfatto, orgoglioso, con in mano una coppa di buon vino.
Fu Marcio che inizi informando il generale di quanto accaduto nella sua posizione, sul fianco occidentale della collina.
Volevamo fermarli ai piedi del secondo pendio, ma ci  risultato impossibile, mio generale. Avevano con s pi di trenta elefanti e si sono aperti la strada calpestando molti legionari. Era una lotta impari in una posizione di svantaggio. Le bestie scendevano frustate dai loro guardiani e protette dalla cavalleria. Abbiamo dovuto lasciarli passare.  stato allora, mentre scendeva la fanteria, che siamo riusciti ad attaccarli e, nella confusione, abbiamo causato loro numerose perdite. Era tutto ci che potevamo far fare.
Nella voce di Marcio il giovane Publio indovinava un certo sconforto e un'aspra delusione. Come altri ufficiali, come forse lo stesso Lelio, si aspettava che gli fosse ordinato di inseguire Asdrubale in fuga, quale che fosse la direzione presa dal cartaginese e incurante del rischio di addentrarsi gi verso sera in territori sconosciuti.
Publio annu, come ritenesse per soddisfacente la relazione di Marcio. Costui, che si era alzato dalla sua sella, riprese posto un po' pi rilassato. Accett una coppa di vino offertagli da un calon. A quel punto prese la parola il giovane generale.
Avete fatto tutto il possibile e questo  gi pi che sufficiente. Abbiamo centinaia di prigionieri, il che significa un buon bottino. Non siamo riusciti tuttavia a impadronirci del tesoro d'oro e d'argento di Asdrubale. Di sicuro l'avranno caricato sui dorsi di quegli elefanti, difesi dalla loro forza e dalla cavalleria numida, ma il gran numero di schiavi africani che abbiamo ottenuto oggi ci risarcir largamente.
Il generale sottoline la parola africani, bench tra i prigionieri ci fossero anche Iberi di Carpetania, Celtiberi, Balearici e uomini di altre regioni dell'Hispania. Non ebbe il tempo di spiegarsi, perch un torrente di voci, come un mare di giubilo che si riversasse contro un'imbarcazione in mezzo alla tempesta, raggiunse il circolo degli ufficiali dalla vicina tenda del quaestorium. Il generale si limit a guardare per un istante uno dei suoi lictores, che part di corsa per verificare cosa stesse succedendo. Vari centurioni e tribuni si voltarono verso il quaestorium con sguardi indagatori. Tra le ombre si intravedevano gruppi di prigionieri che saltavano e gridavano nella loro lingua barbara. All'inizio erano suoni confusi e mischiati in un tumulto disordinato di voci, ma nel giro di un minuto, pur ignorando la lingua iberica, gli ufficiali romani cominciarono a intuire come quel suono acquistasse una cadenza ritmica e ripetitiva, quasi che tutti quei prigionieri strillassero all'unisono la stessa, identica frase.
Il lictor torn, si ferm dietro al generale e chinandosi gli bisbigli all'orecchio ci che aveva scoperto. Il giovane Publio annu e abbozz un caldo sorriso di soddisfazione. Decise di rendere pubblico quanto stava avvenendo per tranquillizzare i suoi sconcertati ufficiali.
Sono i prigionieri iberici, o per meglio dire quelli che erano i nostri prigionieri iberici. Ho dato ordine di liberarli.
Vari centurioni e tribuni guardarono il generale stupiti. Sapevano della sua magnanimit con i vinti, gi l'aveva dimostrata a Carthago Nova, ma l erano stati liberati in cambio degli ostaggi iberici catturati dai Cartaginesi e quello era parso loro accettabile. Ora per stava lasciando liberi guerrieri ispanici che avevano combattuto attivamente contro di loro quello stesso giorno. Il generale lesse negli sguardi confusi dei suoi ufficiali e seppe che doveva convincerli, che doveva far comprendere loro la sua politica in quella regione.
Ascoltate tutti! E si alz mentre parlava guadagnando il centro del circolo degli ufficiali. Siamo due legioni perdute in un territorio ostile. Abbiamo tre eserciti cartaginesi da distruggere, che hanno una forza numerica tre volte superiore alla nostra. Non possiamo lottare contro Cartaginesi e Iberi. Dobbiamo convincere gli Iberi che la nostra guerra non  contro di loro, e del resto  proprio cos: non lottiamo contro gli Ispanici bens contro i Cartaginesi. La liberazione degli ostaggi di Carthago Nova ci ha permesso di guadagnare alleati barbari in questo Paese o altri che ci lasciassero passare fino a raggiungere questa collina, dove oggi abbiamo sconfitto Asdrubale. Tuttavia dobbiamo consolidare questi legami. Ora ditemi: questi popoli ci possono forse aiutare nella nostra lotta contro Cartagine, se vendiamo come schiavi i loro fratelli? Publio si gir piano su se stesso, sostenendo la sguardo di ciascuno dei suoi ufficiali.
Alla luce del fal centrale, la figura del generale sembrava avvolta da un'aura magica e onnipotente. Nel silenzio dei suoi subordinati, gli arrivava alle orecchie il canto ritmato degli Iberi appena liberati. Publio si rivolse allora a Marcio, il pi veterano di loro in quella regione.
Capisci cosa dicono?
Marcio guard il suo generale. Esit. Publio sostenne lo sguardo e il tribuno rispose.
Ti acclamano re.
Il silenzio si fece ancora pi denso. I rami di quercia scricchiolavano nel fuoco e nel cielo scuro si levavano bagliori rossicci di scintille incandescenti. Marcio aggiunse qualcosa.
Fino a ieri questi uomini acclamavano come loro re Asdrubale, ma ora proclamano la propria fedelt a te.
Publio doveva prima digerire le parole di Marcio. Tutto ci confermava la bont della sua tattica. Certo, era risaputo che la lealt degli Iberi era volubile e traditrice. Quello ne era un esempio in pi. Nella sua mente si stagliava nettamente il ricordo delle migliaia di Ispanici che avevano abbandonato suo zio in pieno campo di battaglia ma, in ogni caso, era sempre meglio che proclamassero di schierarsi a favore di qualcuno anzich contro. Tuttavia rimaneva il problema della parola re. Publio avvert di nuovo diffidenza tra i suoi ufficiali. Sapeva cosa si chiedevano. Lottavano per la Repubblica o per un generale che si credeva un re? Era possibile che il loro generale avesse dimenticato la rivoluzione e si credesse un erede di Romolo e dei suoi leggendari successori? No, non poteva permettere che gli Iberi si rivolgessero a lui come a un re. Se quel fatto fosse arrivato alle orecchie del Senato, in particolare alle orecchie di Fabio Massimo, gi solo quello avrebbe potuto procurargli problemi, tagli nei rifornimenti e persino un ordine di ritorno a Roma. Perch a Roma non c'erano re da oltre trecento anni, n avrebbero potuto essercene mai pi. Ma gli Iberi avevano deciso di acclamarlo e non poteva neanche disprezzare quel gesto.
Doveva fornire loro un appellativo, un modo per rivolgersi a lui. Ma chi era lui? I pensieri si affollavano come cavalli imbizzarriti nella mente del giovane generale. Non poteva dir loro di acclamarlo console o proconsole, perch Fabio Massimo aveva fatto in modo che non potesse recarsi in Hispania con il rango di alto magistrato o promagistrato, e nemmeno come pretore o propretore, adducendo come scusa la sua giovane et. A Publio era stato concesso unicamente il permesso di andare in Hispania come privatus, da privato cittadino senza altro riconoscimento che uno, fondamentale, necessario per condurre la sua missione: l'imperium, il comando su due legioni. Ecco, era imperator dell'esercito di Hispania. Rispose a Marcio.
Il titolo di re  inaccettabile. Vai al quaestorium e fatti comprendere dagli ispanici. Di' che non sono il loro re, ma il loro imperator, e che possono chiamarmi soltanto cos.
Marcio si alz e si port la mano al petto. Raggiunse velocemente la tenda del quaestor. Publio rest in piedi. Nel giro di pochi istanti si sent la voce di Marcio che si rivolgeva gridando agli Iberi appena liberati. Publio credeva di avere ormai la situazione sotto controllo, quando Lelio decise di intervenire.
Se abbiamo l'appoggio degli Iberi, perch non partiamo all'inseguimento di Asdrubale e terminiamo ci che abbiamo iniziato stamattina? Dopo gli eventi di oggi, il morale dei nostri soldati  molto alto, mentre i Cartaginesi sembravano donnicciole e bambini spaventati concluse con una lunga risata alla quale si un il resto dei centurioni e dei tribuni.
Publio sospir. Chiuse per un istante gli occhi e cammin piano intorno al fuoco. Sapeva che, prima o poi, qualcuno avrebbe tirato fuori l'argomento in quella riunione del suo stato maggiore, ma si dispiacque profondamente che a farlo fosse stato proprio Lelio. Ora gli toccava contraddirlo e l'ultima cosa che voleva era screditare il suo migliore ufficiale, il suo guerriero pi leale, il suo miglior amico, davanti a tutti, ma non aveva altra possibilit. Attese con pazienza che le risate dei suoi uomini si spegnessero.
Non andremo all'inseguimento di Asdrubale disse, pronunciando con lentezza ogni singola parola, senza alzare il tono della voce. Sapeva che quell'ordine era impopolare.
Lelio allora si alz e si piazz al centro del circolo degli ufficiali, di fronte al suo capo.
Publio, tu sai che io ti seguir sempre: sei il mio generale, il nostro generale, il mio amico, disse rivolgendosi a tutti gli altri ma in questo non sono d'accordo con te. Lasciar scappare Asdrubale  una dimostrazione di debolezza. Dobbiamo inseguirlo e dobbiamo farlo adesso.
Di sottecchi, senza muovere un solo muscolo della faccia, Publio intravide vari centurioni e tribuni che assentivano in segno di approvazione. Come temeva, Lelio non aveva fatto altro che dar voce al sentimento generale dei suoi ufficiali. Doveva essere cauto e desider che Lelio non avesse bevuto cos tanto vino...
Non possiamo partire al suo inseguimento perch Asdrubale si dirige verso nord e verso l'interno del Paese, e non abbiamo l'appoggio degli Iberi di quella regione...
Ma nemmeno i Cartaginesi! lo interruppe Lelio davanti a tutti. Era la prima volta che il veterano lo faceva, da quando si trovavano in Hispania. Publio non ricordava uno scontro simile con l'amico dalla battaglia del Ticino.
I Cartaginesi riprese Publio senza tuttavia alzare il volume della voce sono in questo territorio da molti pi anni di noi. Annibale, fratello di Asdrubale, pochi anni fa arriv fino a Helmantica o ad Arbucala, nel Nord. L temono i Cartaginesi e sanno ancora poco di noi. Inoltre... Lelio sembrava esasperato, con le braccia incrociate davanti a lui, ma il generale prosegu ...inoltre, gli altri due eserciti nemici possono unirsi ad Asdrubale in qualsiasi momento e triplicare cos il numero dei loro uomini...
Ma proprio per questo! lo interruppe di nuovo Lelio.  un argomento in mio favore, per Castore, Polluce e per tutti gli di! Proprio per questo dobbiamo assestargli un rapido colpo ora!
Publio si stava innervosendo, situazione davvero poco abituale per lui. Se qualcuno conosceva l'importanza dello spiegamento veloce delle truppe, quello era lui. Era cos che aveva conquistato Carthago Nova e cos avevano ottenuto la recente vittoria su Asdrubale, per anche una simile strategia aveva i suoi limiti.
La rapidit vale solo se accompagnata dalla sorpresa, Lelio ribatt controllando ancora il tono della voce. Magone e Giscone, gli altri generali, ormai sono avvisati della nostra presenza qui e staranno per arrivare con le loro truppe. Si  perso il fattore sorpresa, dobbiamo... Publio esit un istante. Dobbiamo ripiegare... Ripiegare e attendere un'occasione migliore.
Un'occasione migliore di questa? insistette Lelio. Quando avremo di nuovo un'occasione come questa? Asdrubale  fuggito come un cane bastonato. Per Giove, questo  lo stesso uomo che ha sconfitto tuo padre e che ha ucciso personalmente tuo zio Gneo! E tu te lo fai scappare?
Di colpo i mormorii che erano sorti tra gli altri uomini cessarono. Si sentiva solo il crepitio dei rami che ardevano nel fal intorno al quale si erano riuniti. Publio Cornelio Scipione avanz piano verso Lelio.
So bene che Asdrubale Barca ha causato la rovina di mio padre e ha ucciso il proconsole Gneo Cornelio Scipione, mio zio, con la sua stessa spada. Non ho bisogno che nessuno me lo ricordi, tanto meno tu, Gaio Lelio. Ti perdono questa frase, perch so che in questo momento pi che i tuoi pensieri parla il vino. La voce di Publio era appena un po' pi forte di prima, con un tono pi intenso ma pur sempre pacato.
Lelio fece un passo indietro. L'insinuazione di Publio sulla sua possibile ebbrezza l'aveva colto di sorpresa. Fece la mossa di girarsi e tornare a sedere, ma il vino, o forse l'intensit del momento, fecero s che cambiasse opinione e si rivolgesse di nuovo al suo generale.
Gneo lo avrebbe fatto, lui avrebbe inseguito Asdrubale.
Publio dovette digerire quella obiezione. Inghiott a vuoto e poi rispose seccamente:  probabile, per Gneo  morto e io, soltanto io, sono il comandante supremo delle truppe romane in Hispania. Truppe, d'altro canto, insufficienti, Lelio. Non abbiamo abbastanza effettivi per avventurarci verso nord all'inseguimento di Asdrubale. Mi mancano due legioni, le due legioni che tu avresti dovuto ottenere dal Senato e che non sei riuscito a portarmi.
Publio non ebbe bisogno di alzare la voce per disarmare il suo ufficiale migliore. Lelio ricevette quelle ultime parole per quello che erano: un'enorme umiliazione pubblica. Sent che il resto degli ufficiali ormai non era pi dalla sua parte. Quanto aveva detto Publio era vero. Aveva fallito. Avrebbe dovuto persuadere il Senato ma non ce l'aveva fatta. Fino a quel momento il giovane generale non gliel'aveva mai rinfacciato e lo faceva ora, proprio ora, in pubblico. Davanti a tutti.
Forse... disse Lelio a testa bassa, balbettando forse hai ragione. Sei tu quello che comanda... Avevo un altro parere...  tutto... Di sicuro mi sto sbagliando. Arretr, torn verso il suo sedile ma poi pass oltre. Diversi centurioni si scostarono per lasciarlo passare e Gaio Lelio svan nell'oscurit.
Publio Cornelio Scipione rest da solo al centro del circolo degli ufficiali. Tutti gli sguardi erano rivolti a lui. Disse a Marcio: Che si prendano le misure abituali per la sorveglianza dell'accampamento. Inoltre voglio varie pattuglie nelle quattro direzioni: nord, sud, est e ovest. Voglio sapere se ci sono movimenti di truppe. Che qualcuno di notte esca in perlustrazione. Voglio informazioni per domani mattina all'alba. Domani ripiegheremo su Carthago Nova e l decideremo come proseguire la campagna nei giorni che restano della primavera e in estate.
Publio si diresse verso la sua tenda, mentre i lictores della guardia gli facevano strada tra la moltitudine di legionari affollati intorno alla tenda del praetorium. Sent come centinaia di gole iniziavano a urlare in coro una parola. Al principio non vi prest troppa attenzione, ma a poco a poco il termine divent tanto chiaro da non poter pi sfuggire alle sue orecchie.
Imperator, imperator, imperator!
Gli Iberi lo acclamavano loro grande capo. Era stata una grande vittoria e tuttavia non si era mai sentito tanto solo dal giorno in cui gli avevano comunicato la morte del padre e dello zio. S, Gneo sarebbe partito all'inseguimento di Asdrubale, su questo Lelio aveva ragione. A Publio stesso il cuore chiedeva di inseguire il cartaginese senza badare ad altre considerazioni, ma quel desiderio continuava a scontrarsi con le parole di suo padre: Le battaglie si possono vincere con il cuore, ma le guerre si possono vincere soltanto con la testa. E la sua testa gli diceva che non avevano truppe sufficienti, che doveva aspettare. Certo, era possibile che Asdrubale scappasse verso nord, persino che raggiungesse l'Italia, bench quella fosse un'eventualit piuttosto remota, perch avrebbe dovuto farlo dall'interno dell'Hispania lottando contro i Vaccei o negoziando con loro; inoltre sull'Ebro avrebbe dovuto affrontare le truppe di Tarraco. In ogni caso, anche a rischio di non soddisfare il mandato del Senato in merito al suo obbligo di impedire che Asdrubale raggiungesse l'Italia, non poteva inseguirlo. Non doveva farlo. Domani sarebbe stato un altro giorno. Lelio avrebbe patito i postumi della sbronza, ma sarebbe stato pi sereno. S, quello sarebbe stato un buon momento per parlare con lui e fargli capire. Domani.

22. LE STRADE DIPINTE.
Roma, aprile del 208 a.C.

Plauto aveva gli occhi spalancati. Guardava da un lato all'altro della strada e non poteva credere a ci che vedeva. Roma si era risvegliata tutta dipinta. Aveva visto le prime pitture presso i banchi di bestiame del Foro Boario, ma via via che avanzava per il Vicus Tuscus le cose sembravano peggiorare. Sulle mura sporche, sulle pareti in costruzione, per terra, in qualunque posto tranne che sui templi, si potevano leggere le parole che il suo amico Nevio aveva pronunciato durante l'ultima cena in casa di Ennio, dove, nonostante il rifiuto del giovane poeta di unirsi a loro nella lotta di parole contro quella guerra interminabile, continuavano a riunirsi con frequenza. Durante le cene si iniziava parlando di letteratura e si terminava sempre discutendo di politica e della guerra. Nevio, nel bel mezzo di una delle sue tremende sbronze, si era alzato e aveva pronunciato quel brindisi al quale tutti avevano riso, perfino Livio Andronico, che aveva apprezzato il doppio senso del suo verso saturnio: Fato Metelli Romae fiunt consules. Sebbene quella frase si potesse intendere come I Metelli a Roma sono nominati consoli dal fato, a nessuno sfuggiva che quello stesso verso poteva anche significare  fatale per Roma che i Metelli siano nominati consoli. Quella sera tutti avevano riso a lungo per la facezia e si era bevuto abbondantemente lodando la battuta di Nevio.
Plauto scosse la testa nervoso. Stava arrivando al Foro. Nevio continuava a criticare in pubblico i patrizi che conducevano quella guerra per i loro interessi particolari. Aveva criticato la famiglia di Emilio Paolo e gli Scipioni, lo stesso Fabio Massimo, e ora se la prendeva con la famiglia dei Metelli, a causa del loro arricchimento in tempo di guerra. Poteva avere ragione. Anzi l'aveva, ma era solo. E ora qualcuno dei giovani scrittori che aveva assistito alla cena, di sicuro ubriaco, aveva pensato bene che fosse una divertente bricconata passare tutta la notte a ornare le vie di Roma con le parole di Nevio e sfuggendo alle pattuglie notturne dei triumviri. Nevio da solo non avrebbe potuto fare cos tante scritte in una notte. In realt era impossibile che lo scrittore ne avesse fatta anche una soltanto, poich Plauto l'aveva visto con i suoi occhi trattenersi in casa di Ennio, completamente sopraffatto dal potere di Bacco. E il peggio era che, nella sua crescente incoscienza e audacia, non si era accorto di quanto fossero pericolose quelle parole.
Plauto arriv al Foro. E l, con sua somma disperazione, non c'era luogo tra il tempio di Vesta e la tomba di Romolo che non fosse decorato con la maledetta frase. Fato Metelli Romae fiunt consules. Molti quel mattino avrebbero sorriso. Ma i Metelli no. Loro no.

23. L'ALLONTANAMENTO DI LELIO.
Baecula, primavera del 208 a.C.

Publio si alz prima che il sole nascesse. Erano appena trascorse quattro ore da quando si era ritirato nella sua tenda. Un giovane schiavo assonnato lo assistette mentre si infilava la corazza e lo aiut a stringere bene i gambali. Il generale usc veloce dalla tenda, accompagnato dalla scorta dei suoi lictores, sorpresi. Nel giro di pochi minuti si lasci alle spalle il praetorium e arriv alla tenda del suo ufficiale di maggiore fiducia. C'era un legionario di guardia, giusto a met dell'entrata. Il soldato vide avvicinarsi il generale e istintivamente si fece da parte, ma Publio ci pens un attimo e si ferm senza osare entrare.
Legionario, entra e di' a Gaio Lelio che voglio parlare con lui disse. Publio non voleva certo sorprenderlo mentre si stava divertendo con la bella schiava che aveva portato con s. Nell'accampamento correvano gi voci sul veterano che si era innamorato di quella egizia, dicevano addirittura che volesse liberarla e sposarsi con lei. Dentro di s Publio sperava che non fosse vero, almeno non la seconda parte. Se voleva innamorarsi, giocare o quant'altro con quella schiava, non lo riguardava; ma sposarsi con una liberta avrebbe significato la fine della carriera politica di Lelio e questo non poteva essere. Del resto Publio non doveva lasciarsi trascinare dalle sue idee sul matrimonio e sulla politica: non era venuto a discutere con Lelio di quell'argomento, bens a fare la pace dopo il vivace rimprovero della sera prima.
Gaio Lelio non c', mio generale rispose il legionario un po' nervoso. Aveva la sensazione che quella risposta avrebbe contrariato l'imperator delle legioni.
Per tutti gli di, come non c'? Non  ancora spuntato il sole.
Lo so, mio generale disse il legionario, ancora pi nervoso.  partito gi da un'ora. Ha chiesto il cavallo ed  partito verso la porta praetoria dell'accampamento. Cos mi ha detto la sua schiava. Dev'essere successo nel turno di guardia precedente al mio, generale.
Capisco... Scipione era pensieroso. Lelio non voleva parlare con lui. Lo aveva ferito pi di quanto pensasse, ma non gli aveva lasciato scelta. Stava minando la sua autorit davanti a tutti. Come se lui stesso non volesse inseguire Asdrubale, il boia di suo padre e di suo zio... Ma bisognava mantenere il sangue freddo e non lasciarsi trascinare dagli impulsi. Gli impulsi avrebbero portato solo alla sconfitta.
Publio fece mezzo giro su se stesso. Stava per andarsene, quando di colpo ebbe un'idea. Si volt di nuovo e si diresse verso l'entrata della tenda di Lelio. La sentinella, che aveva ripreso posizione, ebbe appena il tempo di ritirarsi per lasciar passare il generale che attravers la soglia come un fulmine.
All'interno c'erano solo un grande letto coperto di pelli di lupo, un tavolino al centro con una grande brocca di vino, due sellae, un triclinio e tre bauli aperti: in uno si vedevano spade, daghe e altre armi. Il secondo conteneva una toga virilis e altri indumenti di Lelio, oltre a un piccolo scrigno che sicuramente custodiva gioie e altri beni preziosi provenienti dai bottini di guerra. Nel terzo baule c'erano abiti da donna. Lelio si avvicin piano al tavolino. La brocca era vuota e in un angolo vide diverse anfore impilate. Una giaceva in disparte, rotta. Publio avvert una presenza e si gir sguainando istintivamente la spada. Tra le pelli si affacci il viso dalla pelle scura e dai lineamenti dolci di Netikerty. Di fianco al letto vide una tunica bianca da donna. La ragazza si stringeva le pelli addosso per coprirsi. La guard per un istante. Era nervosa. Il generale ripose la spada.
Cerco Lelio disse seccamente.
Netikerty, al contrario di quanto ci si poteva aspettare da una schiava, lo guard fisso mentre rispondeva. Non era uno sguardo impertinente, bens curioso, indagatore e soprattutto ammaliante. Publio ricord gli occhi scuri di Emilia, quando l'aveva conosciuta nel giardino del console Emilio Paolo.
Se n' andato da pi di un'ora spieg la ragazza.
Ti ha detto dove andava?
Una missione di ricognizione, o qualcosa del genere. Bisognava sorvegliare che i Cartaginesi non organizzassero un contrattacco.
Capisco disse Publio. Si sentiva stanco. Prese posto su una delle sellae vicino al tavolo.
Posso offrirti qualcosa, mio signore? chiese Netikerty.
Un po' d'acqua andrebbe bene, ma non so se Lelio da queste parti tenga anche l'acqua.
Ce l'abbiamo l'acqua, mio signore disse la ragazza e si sedette sul letto coprendosi con le pelli.
Voleva indossare la tunica, ma quel compito era impossibile senza lasciar cadere per qualche istante le pelli e scoprire cos il suo corpo nudo. D'altro canto era una schiava e non poteva domandare a un patrizio, men che meno al generale di quell'esercito, di voltarsi. Publio sembr leggere nei suoi pensieri e si gir. Rapida, lei lasci cadere le pelli e indoss la tunica, si avvi dietro la testiera del letto e prese un'anfora con acqua e una coppa pulita. Pos la coppa sul tavolo e serv l'acqua, quindi si allontan dal generale di un paio di passi.
Publio bevve avidamente.
Era arrabbiato... voglio dire, Lelio era arrabbiato? Poi pos la coppa vuota sul tavolo, vicino a quella che Lelio aveva usato durante la notte per bere vino.
Netikerty taceva.
Tu lo conosci bene, ragazza. Era arrabbiato... con me? Parla.
La schiava fece un altro passo indietro. Era chiaro che quella conversazione non le piaceva.
Nervoso, mio signore, era nervoso. Mi ha chiesto del vino e ha bevuto pi del solito. Poi...
Poi...?
Poi...  stato con me e si  addormentato. Si  alzato sar poco pi di un'ora fa e mi ha detto della missione di ricognizione.  tutto quello che so, mio signore.
Publio la fiss attentamente. Era arrivato a una conclusione. Quella era una donna bella, il che saltava all'occhio, ma anche intelligente. E tra le altre cose aveva eluso la sua domanda.
Non hai risposto alla mia domanda insistette il generale. Lelio era arrabbiato con me? E non mi dire che non ha parlato della questione. Tu non hai bisogno che lui ti parli per sapere ci che pensa. Rispondimi solo quello che credi. Dimmelo e me ne andr. Non voglio infastidirti, Lelio ti stima e gi solo per questo meriti di non essere trattata male da me, ma non me ne andr prima che tu abbia risposto alla mia domanda.
Netikerty annu piano, per indicare che comprendeva la situazione. Inoltre cercava di guadagnare qualche secondo prezioso per organizzare i suoi pensieri.
Mio signore, secondo me era molto nervoso e, anche se non ha parlato di niente in concreto, agiva come qualcuno che si sente tradito da una persona a cui tiene molto, e so che la persona che pi apprezza  il comandante in capo di queste legioni, mio signore.
Publio la guard e soppes ogni singola parola. Erano solo le congetture di una schiava ma coincidevano a tal punto con la sua stessa lettura della reazione di Lelio da fargli quasi paura, paura per tante coincidenze, paura nel vedere confermate le sue sensazioni peggiori.
Bene... Bene. Me ne vado. Si alz e s'incammin verso l'apertura della tenda, ma quando raggiunse la soglia si ferm e si rivolse di nuovo a Netikerty che, immobile, lo guardava in silenzio. Quando ritorna, digli che sono stato qui per parlare con lui... Per... per chiedergli scusa, per spiegarmi, perch so che non ha colpa se non gli sono state concesse le legioni di rinforzo, d'accordo?
La ragazza annu due volte.
Che gli di... che i tuoi di veglino su di te. E il generale Publio Cornelio Scipione usc dalla tenda.
Netikerty si avvicin al tavolo e prese la coppa. Si ferm a meditare qualche secondo. Si gir e cammin verso la testiera del letto, poi deposit la coppa dove l'aveva presa. Quindi si tolse lentamente la tunica e si rimise a letto. Lelio sarebbe tornato presto e gli piaceva trovarla a letto nuda. Pronta, diceva. A lei non importava. Da quando stava con lui, nessuno le faceva del male. Doveva lavorare un po', ma non troppo, e tutto stava nel rendere felice quell'uomo. Si sentiva a proprio agio in quella situazione, ma la vita era complicata. Cos complicata. Affond la testa nel cuscino e scoppi a piangere.
Publio si rec al praetorium alle prime luci dell'alba. Marcio lo stava aspettando insieme ad alcuni legionari che avevano in custodia un giovane numida dallo sguardo nervoso. Si ferm un istante e osserv il ragazzo; quindi entr nel praetorium seguito da Marcio. Si accomod, mentre l'altro iniziava a parlare in piedi.
Questo numida dice di chiamarsi Massiva e sostiene di essere il nipote di Massinissa.
Publio consider l'argomento con attenzione, anche se la sua mente non smetteva di pensare a Lelio. Non avrebbe dovuto rinfacciargli la faccenda delle due legioni, ma si erano innervositi entrambi e da cosa era nata cosa.
Mio generale...? La voce di Marcio riport Publio al tempo presente.
Massinissa era re dei Massili, in disputa con Siface per il trono di Numidia, insomma era importante in Africa. La sua lealt poteva essere fondamentale in futuro.
Gli credi? Credi che sia davvero il nipote di Massinissa?
Lo hanno confermato diversi Iberi. Sembra che Massinissa non volesse farlo venire in Hispania a combattere, ma  arrivato in incognito e si  messo al servizio di Asdrubale. So che vuoi sempre essere informato sui nobili che cadono prigionieri e per questo ho pensato di informarti.
Hai fatto bene conferm Publio. Marcio era leale e aveva un senso assai sottile del dovere e della responsabilit, molto pi di Lelio. Se suo padre avesse fatto giurare a qualcuno come Marcio, anzich a Lelio, di vegliare su di lui, tutto sarebbe stato pi semplice. Tuttavia Gaio Lelio era invincibile sul campo di battaglia, anche se mancava di una visione globale, di prospettiva politica e strategica. E dunque che liberino Massiva, il nipote di Massinissa aggiunse con determinazione. E che siano inviati messaggeri verso nord, verso l'Ebro, per informare Indibil che presto avr i suoi trecento cavalli.
Marcio annu e usc dalla tenda. Publio rimase da solo con i suoi pensieri. Doveva proseguire con la politica di intrecciare vincoli con tutti i popoli dell'Hispania e, se ne aveva l'opportunit, anche con le trib africane. Tutti dovevano capire che i nemici di Roma erano i Cartaginesi, non gli Iberi n gli Africani, solo Cartagine.
Gaio Lelio tard pi del dovuto, ma alla fine torn. Apr con energia la cortina della tenda, entr e si sedette su una delle sellae vicino al tavolo. Netikerty si era addormentata, per percep l'arrivo del padrone e si mise a sedere sul letto. Non si copr, di modo che sedendosi i suoi seni rimanessero scoperti.
Vuoi del vino, mio padrone? domand.
No. Ieri ho bevuto troppo rispose Lelio.
Netikerty rest in attesa di ricevere istruzioni, seduta sul letto mezza nuda.
 venuto il generale... Ti cercava, mio padrone disse poi.
Lelio si alz dal suo sedile.
E che cosa ha detto?
La schiava recit la risposta che aveva elaborato e memorizzato tra le lacrime.
Il generale non ha detto niente, solo che ti cercava. Nient'altro.
Nient'altro?
 tutto che ci che ha detto, mio padrone.
Capisco. Poi Lelio aggiunse: E allora s, versami un po' di vino.
Netikerty si alz e, nuda com'era, senza infilarsi la tunica, prese un'anfora e vers parte del suo contenuto nella brocca che stava sul tavolo. Quindi prese la brocca e serv Lelio. Lui l'afferr per la vita e la fece sedere sulle sue gambe. Lei non oppose resistenza.
Meno male che ho te. La prese per i capelli, tirandole all'indietro la testa, e baci la soffice pelle del collo che Netikerty era costretta a lasciare scoperto. Prima fu brusco, ma la mansuetudine della giovane lo plac un poco, per aveva ancora troppa smania in corpo. Allora la strinse tra le sue forti braccia e la port sul letto, dove la butt di peso. La ragazza rest supina, ferma.
Girati. Sai gi quello che voglio disse con voce dura.
Netikerty si gir e si mise a carponi sul letto, dando le spalle a Lelio. Il rude ufficiale si denud rapidamente. La ragazza sent il rumore delle armi che cadevano sul pavimento della tenda, colpi metallici smorzati dalle pelli disposte intorno al letto. Di colpo lo sent dentro di s, senza una parola, poderoso, che spingeva con forza, mentre le mani grandi e callose la stringevano per la vita. La schiava chiuse gli occhi e si lasci possedere e quando nel giro di qualche minuto le spinte dell'ufficiale romano parvero indebolirsi, prese l'iniziativa e fece qualcosa che facevano solo le puttane, se le pagavi bene, perch nessuna onorata donna romana avrebbe osato umiliarsi in quel modo. S'inginocchi ai piedi del suo padrone, prese il suo membro con mani dolci, lo introdusse in bocca e inizi a muovere la testa ritmicamente, avanti e indietro, supplendo alla mancanza di energia dell'uomo con i propri movimenti.
Lelio, sdraiato, sudato, grad la dedizione della ragazza e si lasci andare. Ora era lei a dirigere, ma non gli importava. Il veterano teneva gli occhi chiusi, chiedendosi perch le romane si rifiutassero di concedersi in quel modo.
Netikerty si impegn a fondo. Mentre Lelio iniziava a gemere lei affond il viso nel grembo del suo signore senza smettere di muoversi, anche se pi lentamente, per allungare quei dolci istanti. Dal momento che non poteva offrire al padrone, che amava, il suo cuore, Netikerty aveva deciso di offrirgli interamente il suo corpo.
All'ingresso della tenda un legionario vegliava e sorrideva.
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LIBRO Terzo.
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IL SANGUE DI ANNIBALE
207 a.C.
Iucunda macula est ex inimici sanguine
[ una gradevole macchia quella lasciata dal sangue del nemico.]
PUBLILIO SIRO

24. ORONGIS.
Orongis, Hispania, dicembre del 207 a.C.

Si trovavano in prossimit di Orongis. Publio studiava le mura della citt da un altopiano. A pochi passi c'era la sua guardia personale. La campagna militare del nuovo anno si stava mostrando proficua ma non decisiva. Si sedette su una roccia e ripens agli ultimi avvenimenti. Bisognava orientarsi. Suo fratello minore Lucio l'aveva raggiunto ed era riuscito a portare rinforzi, due legioni, le due legioni che non aveva ottenuto Lelio. Del resto la vittoria di Baecula aveva reso sempre pi difficile per Fabio Massimo sostenere il rifiuto costante da parte del Senato a inviare truppe in una regione dove Publio non faceva che ottenere importanti vittorie. Quella dei rinforzi era stata una grande notizia bene accolta da tutti, ma che aveva sprofondato Lelio ancora di pi nella malinconia. Da molto tempo ormai si mostrava sempre pi distante e il fatto che il giovane fratello di Publio avesse ottenuto quello che a lui non era riuscito doveva averlo demoralizzato non poco. Come se non bastasse, Silano, un imponente ufficiale venuto da Roma con i rinforzi di Lucio e che Publio aveva inviato come avanguardia con parte delle truppe, era riuscito a ottenere una strepitosa vittoria sui Cartaginesi catturando uno dei loro comandanti, un certo Annone, che ora tenevano prigioniero a Tarraco. Publio sapeva che Lelio desiderava l'incarico di quella missione e tuttavia aveva preferito dare il comando a uno arrivato di recente, un raccomandato di suo fratello.
Si schiar la gola e sput per terra. Non ci si pu fidare di chi  offuscato dal risentimento ed  distante; per di pi, la vittoria di Silano aveva confermato che la sua decisione era corretta. Poi era venuta la parte pi difficile: partire insieme al fratello e riunirsi con Silano e tutte le truppe, quattro legioni, per marciare contro Giscone e sconfiggere una volta per tutte gli eserciti punici in Hispania, ma lasciando di nuovo Lelio al comando della retroguardia. Nella mente di Publio si stagliava ancora la faccia impassibile di Lelio, mentre riceveva quegli ordini.
Ho bisogno di qualcuno di fiducia nelle retrovie, se dovesse succedere un disastro. Nel caso in cui fossimo sconfitti, ho bisogno che tu protegga le frontiere e, se necessario, che organizzi tutto affinch mia moglie i miei figli tornino sani e salvi a Roma.
Lelio aveva annuito, ma Publio aveva bisogno di una conferma.
Te ne occuperai tu, vero?
Ho sempre obbedito ai tuoi ordini aveva risposto un laconico Lelio. Sono legato a un giuramento. E aveva fatto per allontanarsi, ma poi si era fermato un istante e aveva aggiunto: La tua famiglia sar al sicuro, per Ercole, di questo non ti devi preoccupare. Ed era partito.
Quelle parole avevano confortato un po' l'animo di Publio. Non tanto per il loro contenuto, poich era chiaro che Lelio avrebbe difeso la sua famiglia contro ogni male anche a costo della vita, ma per il mero fatto che Lelio le avesse pronunciate. Publio si arrovellava ancora sul modo per riconciliarsi con lui e sapeva che le decisioni prese durante la nuova campagna, opportune dal punto di vista militare, non avevano certo migliorato i loro rapporti raffreddatisi dalla notte della loro discussione a Baecula. In sospeso rimaneva soltanto la questione di Asdrubale Barca, che dopo Baecula si era riunito con Giscone e Magone e aveva concordato con gli altri due generali cartaginesi che si fermassero in Hispania, mentre lui avrebbe attraversato i Pirenei e la Gallia per attaccare l'Italia da nord. Se ci fosse accaduto, il Senato non gliel'avrebbe mai perdonato e tutto sarebbe diventato ancora pi difficile per lui. Ma ora doveva occuparsi di quanto aveva a portata di mano: Giscone e Magone. Che fosse Roma a occuparsi di Asdrubale Barca, se mai fosse arrivato in Italia, diversamente avrebbe dovuto inviargli i rinforzi prima di Baecula... Questo non lo lasciava dormire la notte.
La voce di Lucio riport Publio alla realt che lo circondava: Orongis, Hispania, la lotta contro Giscone e Magone.
Hai deciso cosa dobbiamo fare? Si era avvicinato a lui avanzando tra i lictores, che non avevano esitato a farsi da parte per lasciar passare il fratello del loro generale.
Publio lo guard, girando la testa, da quel suo sedile improvvisato.
S, fratello, qualcosa ho pensato. Credo che dobbiamo ripiegare.
Lucio lo fiss incuriosito. Giscone stava ad appena qualche giornata di marcia, dietro le poderose mura di Gadir. Publio decise di completare il suo commento con una dettagliata spiegazione, affinch il fratello comprendesse il perch di quella decisione.
Giscone ha distribuito il suo esercito tra le citt di tutta la Betica. I Cartaginesi si sono trincerati in varie fortezze. Non abbiamo truppe a sufficienza per assediarli tutti, anche con i rinforzi che hai portato, e loro non vogliono combattere in campo aperto, non dopo la sconfitta di Annone di quest'anno. Se ne stanno acquattati, in attesa di un'opportunit migliore. Cos noi concentreremo i nostri sforzi nella presa di una sola tra quelle citt, come messaggio per il resto degli insediamenti che ancora li appoggiano. Sar questa, Orongis, che assedieremo, o meglio che tu assedierai, fratello, con due legioni. Io mi ritirer a nord con le altre due. Se intercetterai movimenti di truppe cartaginesi, ripiegherai subito a nord anche tu, senza esitare. Quanto a me, devo stringere nuove alleanze con gli Iberi e consolidare il nostro dominio a est e nella regione dell'Ebro. Se lasciamo Lelio con poche truppe per troppo tempo, gli Iberi potrebbero ribellarsi. Ma tu occupati di Orongis.  una delle fortezze pi accessibili tra quelle utilizzate dai Cartaginesi per rifugiarsi e da l avremo il controllo su alcune delle miniere d'argento della regione. Ci piacer al Senato. Ecco cosa faremo. Devo compensare in qualche modo il fatto che Asdrubale Barca ci sia sfuggito.
Lucio stava ancora annuendo, quando un messaggero a cavallo arriv lasciandosi dietro una nuvola di polvere. Dagli indumenti sporchi e dal viso sudato sembrava che avesse cavalcato per diversi giorni. Era scortato da altri cavalieri, che si erano fermati a un centinaio di passi di distanza. Pareva portare notizie di vitale importanza.
Publio lo attese davanti al fratello e al resto degli ufficiali. Il messaggero smont e raggiunse il generale al comando delle truppe romane in Hispania. Sembrava nervoso, felice, orgoglioso, una confusa miscela di emozioni. Publio lo studi con attenzione, mentre il soldato allungava la mano con alcune tavolette che portavano il sigillo del Senato. Posta ufficiale.

25. L'ARRESTO DI NEVIO.
Roma, dicembre del 207 a.C.

Imbecilli! Oggi mi arrestate e domani sarete carne da macello per questa guerra! Nevio lottava per liberarsi dalle forti braccia dei due triumviri che lo trascinavano verso la porta. Erano in casa di Casca, il patrizio che finanziava le opere di Plauto. Quest'ultimo si lanci contro i legionari per soccorrere l'amico, ma fu lo stesso Casca, aiutato da due schiavi, a interporsi tra il commediografo e i legionari. Nevio continuava a gridare.
Bench l'irruzione dei triumviri l'avesse fatto sussultare, Plauto non si sorprendeva che alla fine il suo amico venisse arrestato. Da quando Roma si era risvegliata ricoperta degli arguti versi di Nevio contro i Metelli, costoro non avevano cessato di sollecitare l'arresto dello scrittore. In un primo momento sembrava che tutto si sarebbe trasformato in un aneddoto, poich alle scritte di Nevio i Metelli si erano limitati a rispondere allo stesso modo: Dabunt malum Metelli Naevio poetae; che a seconda di come si interpretava malum, e cio mela, simbolo del regalo, o male, dava luogo a letture molto distinte: I Metelli faranno un regalo al poeta Nevio oppure, come senza dubbio intendevano, I Metelli daranno al poeta Nevio ci che merita.
Anche l'interessato aveva dovuto ammettere con i colleghi scrittori che i Metelli si erano dimostrati eleganti nella risposta, ma Plauto non condivideva la leggerezza con cui Nevio e il resto degli amici interpretavano quelle parole. L'irruzione dei triumviri in casa di Casca, il fatto che afferrassero con violenza Nevio e lo portassero via, diretti molto probabilmente alle orribili carceri di Roma, era una risposta assai pi in accordo con ci che Plauto aveva temuto nelle ultime settimane.
Tu ne sapevi qualcosa? chiese a Casca con uno sguardo furioso, mentre gli schiavi dell'impresario ancora lo trattenevano.
No, te lo giuro su tutti gli di.
Nevio era gi scomparso dietro la porta. Plauto allora si liber dalla stretta degli schiavi di Casca e si affacci sulla soglia. L'amico aveva ceduto alla forza e ora camminava, circondato da una mezza dozzina di triumviri. Si gir e nel vederlo gli lanci una richiesta.
Portami almeno qualcosa per scrivere! E da mangiare!
Svoltarono l'angolo, per perdersi lungo la Via Sacra che costeggiava il tempio di Giove Statore. Plauto cap che avrebbe dovuto terminare presto una nuova opera per procurarsi le risorse necessarie a corrompere le guardie delle carceri e a far visita al suo amico. Si sentiva impotente, furibondo, tradito. Gli di continuavano ad accanirsi su qualsiasi uomo diceva di essergli amico.

26. IL MESSAGGIO PI CRUDELE.
Accampamento principale romano vicino a Canusium, novembre del 207 a.C. Un mese prima che Publio riceva posta
ufficiale dal Senato
Nerone era soddisfatto di se stesso. Non solo per la vittoria conseguita contro Asdrubale Barca e tutto ci che essa presupponeva nella lunga guerra contro Cartagine, bens per il piano che doveva eseguire quel mattino e con il quale terminava il suo riavvicinamento da nord all'accampamento generale romano, sistemato di fronte al quartier generale di Annibale e delle sue truppe, nelle vicinanze di Canusium. Nerone aveva dormito a malapena un paio d'ore, ma con le prime luci dell'alba usc dal praetorium e ordin che portassero la cesta con il messaggio per Annibale Barca. Un centurione la pos ai suoi piedi. Il console si chin per esaminarne il contenuto. Nell'avvicinarsi un odore nauseabondo gli provoc conati di vomito.
Che la cesta sia lanciata contro l'accampamento di quel maledetto Annibale. Usate una catapulta. Per prima esibitela ai prigionieri incatenati davanti alle palizzate. Quindi lanciatela. Sar sufficiente disse e indietreggi di un paio di passi. Vide come il centurione lo salutava con la mano al petto e come si chinava per sollevare la cesta, mentre girava la faccia di lato per evitare il cattivo odore.
All'inizio Nerone aveva pensato che tutto ci fosse assai poco nobile, tuttavia la lettera di Fabio Massimo l'aveva persuaso. Per farla finita con Annibale non era sufficiente sconfiggere suo fratello, come avevano fatto sulle rive del Metauro, nell'Italia del Centro-Nord, n che il maggiore dei Barca lo venisse a sapere. No, tutti i mercenari iberici, galli, numidi e africani dovevano percepire l'oscuro manto della disfatta totale che avvolgeva la loro anima.

Accampamento principale di Annibale, vicino a Canusium, alla fine di novembre del 207 a.C.
Annibale scese dalle fortificazioni del suo accampamento: non aveva bisogno di vedere di pi. I Romani si divertivano a far sfilare centinaia di Galli, Iberi e Numidi, ricoperti di catene, spesso feriti malamente, all'esterno dell'accampamento romano. Era chiaro cosa significasse: Asdrubale era stato sconfitto. I Romani avevano evitato che le sue forze e quelle del fratello si unissero. Quindi avevano accerchiato Asdrubale e annientato il suo esercito. Forse il nemico era riuscito a catturare qualche messaggero che lui stesso aveva inviato per coordinarsi con il fratello.
Annibale si stava ancora interrogando sull'effettiva portata del disastro nel quale era incappato Asdrubale, quando una specie di pietra cadde dal cielo ad appena un centinaio di passi da dove si trovava. I Romani stavano per attaccare e all'improvviso iniziavano a usare la catapulta? Non avrebbero ottenuto alcuna vittoria in questo modo. Lui avrebbe disperso le sue truppe finch non avessero esaurito i proiettili. Tuttavia non caddero altre pietre.
Un oscuro presentimento squarci il cuore del temibile guerriero. Prov un dolore pungente al centro dei suoi pensieri pi oscuri. No, non avrebbero osato tanto. O forse s? Per la prima volta da quando aveva iniziato a combattere in Iberia, Annibale rest pietrificato. Non si sentiva cos impotente dal giorno della morte di suo padre Amilcare vicino al fiume Tago. S'accorse che Maarbale, al suo seguito, lo superava e si avvicinava alla pietra per primo, quindi scompariva tra i soldati africani curiosi che avevano formato un circolo. Di colpo si sent come un grido soffocato proveniente dalle gole di tutti quegli uomini e subito dopo Annibale vide le facce spaventate di quanti si ritiravano, prendendo le distanze dal luogo dov'era caduto il proiettile, come chi cerca di allontanarsi da una disgrazia che non gli appartiene. Vide anche come i guerrieri impedivano che gli altri si avvicinassero, mormorando parole che gelavano le espressioni di chi era appena arrivato. Solo Maarbale restava inginocchiato accanto al proiettile.
Annibale si avvicin piano di qualche passo, poi si ferm. Fece un altro passo e poi torn a fermarsi. Quando fu a dieci passi soltanto, Maarbale si alz e nel farlo lasci intravedere ci che sembrava una vecchia coperta tinta di rosso dalla forma irregolare, come un pezzo di tela macchiato che ricopriva qualcosa... Qualcosa che terrorizzava i suoi uomini. Annibale cerc lo sguardo di Maarbale ma costui, incapace di guardarlo negli occhi, aveva chiuso i suoi e sembrava che stesse singhiozzando nel modo pi contenuto possibile.
Annibale deglut a vuoto. Sembrava che i suoi peggiori presagi stessero prendendo vita, tuttavia non esit e avanz un passo, due, tre, quattro, cinque, sei, si sfreg il viso con il dorso della mano destra, sette, si tocc l'occhio sano con il dorso dell'altra mano, otto, inspir aria, nove, di nuovo si curv, dieci, s'inginocchi, prese la coperta e inizi a scoprire quello che tanto terrore aveva causato in tutti. Con la pesante lentezza di chi si sa avvezzo alla sofferenza, decise di affrontare con decisione quell'orrore. Sotto una piega ce n'era un'altra, poi un'altra ancora, cos alla fine tir con forza la coperta per terminare quella tortura dell'incertezza e, come una pietra rotonda, rotol per terra la testa mozzata di un uomo, che fece due, tre, persino quattro giri prima di terminare con la faccia rivolta al cielo, una faccia ferita, tagliata da varie spade romane e gi decomposta dai giorni di viaggio dal nord.
Nonostante i lineamenti sfigurati e il rictus ieratico di quel volto, davanti a s Annibale riconobbe, con l'infinita pazienza di chi si sa disposto a soffrire oltre ogni immaginazione, il viso dell'amato fratello Asdrubale. Solo allora comprese l'autentica dimensione del disastro che si era verificato nei pressi del fiume Metauro, dove il fratello si era battuto, fedele alla sua causa, alla sua famiglia, fedele a lui stesso, fino alla morte. Ma lui, Annibale, seppelliva sempre con onore tutti i generali e i consoli romani che aveva ucciso e, quando i Romani rispettavano le leggi di scambio dei prigionieri, anche lui le contemplava. Aveva cremato su enormi pire funerarie i corpi di Gaio Flaminio, Emilio Paolo e persino lo stesso Claudio Marcello; invece gli avversari rispondevano a quei gesti di nobilt e rispetto verso i loro generali decapitando il suo stesso fratello e lanciandone la testa con una catapulta.
Gli uomini temevano la reazione del generale. Alcuni ufficiali veterani ricordavano ancora il grido disperato che Annibale aveva lanciato in Iberia, quando aveva scoperto il corpo del padre morto nella battaglia vicino al Tago, e si aspettavano di riascoltare quel terribile urlo, ma gli istanti passavano e Annibale restava inginocchiato dinanzi alla testa del fratello morto.
Dopo un lungo silenzio, denso e pesante, arriv qualcosa di ancora pi doloroso della morte e dell'orrore. Alle orecchie di tutti i Cartaginesi presenti arrivarono le risa, a crepapelle, delle accresciute legioni romane; e se tutto quel ridere attraversava le loro anime, nella testa di Annibale quelle risate sguaiate lasciarono per sempre il marchio indelebile di un odio freddo e calcolatore, ben al di l della ragione e della logica. Quello era un odio che si sarebbe stemperato soltanto versando il sangue in un momento concreto, nel momento adatto, laddove potesse fare pi male all'uomo o agli uomini, non solo a chi aveva giustiziato il fratello, ma a tutti coloro che avevano preso la decisione di trattarlo con tanta vilt anche dopo la morte.
Annibale prese la testa di Asdrubale e l'abbracci, la tenne stretta nel suo grembo e in silenzio, senza che nessuno potesse sentire una parola. In segreto, davanti agli occhi attoniti dei suoi stessi di, Annibale giur che si sarebbe vendicato nel pi perfido dei modi contro la mente che aveva concepito una simile umiliazione.
Dissero alcuni che quel mattino, inginocchiato, abbracciato alla testa del fratello morto, Annibale abbia pianto, ma altri assicurarono che il comandante supremo di Cartagine non abbia versato una sola lacrima: solo silenzio, un silenzio lungo e denso che oscur il giorno. Un tuono riecheggi in cielo e pochi minuti dopo inizi a piovere. Non una tempesta gonfia di lampi, bens una pioggia fine e intensa che inzupp tutto, ma che al contempo sembr lavare i ricordi, la memoria, il dolore.
Maarbale si avvicin ad Annibale e, con tatto, gli parl all'orecchio. Annibale annu e si alz.
Che dopo la pioggia si prenda legna secca, quella che custodiamo per fare i fal, e alle prime ore venga innalzata una pira funeraria: su di essa verr bruciata la testa del giovane, mio fratello, un grande generale di Cartagine, fedele alla nostra causa, sangue del mio sangue. Maarbale, controllerai tu stesso che tutto venga fatto come si deve?
L'interpellato annu e Annibale gli cedette la coperta insanguinata con la testa decapitata di Asdrubale. L'ufficiale la tenne come il padre che prende per la prima volta tra le braccia il figlio neonato, con la stessa goffaggine e con la stessa attenzione. Annibale lo guard negli occhi e seppe che i suoi ordini sarebbero stati eseguiti come voleva. Aveva sempre apprezzato la presenza di Maarbale al suo fianco, anche quando in passato avevano discusso, ma ora pi che mai era felice di avere un nobile cartaginese delle sue capacit e della sua lealt a cui potersi appoggiare perch, per la prima volta dall'inizio di quella guerra, comprese che tutti i suoi piani si erano infranti e che ora avrebbe dovuto nuotare controcorrente, affrontando una Roma pi sicura di s e tronfia per il sangue punico sparso sul Metauro.
Per chiunque altro quel colpo sarebbe stato definitivo. Per qualunque altro generale quella morte, quella testa decapitata, avrebbe significato il crollo dello spirito combattivo, ma Annibale, mentre si allontanava da solo, seguito a distanza dalla sua guardia personale, osservato da tutti gli uomini delle sue truppe, Iberi, Africani, Numidi e Galli, inizi a macchinare la strategia per ricomporre le proprie forze, per contrattaccare e trattenersi in Italia, minacciando, combattendo finch non avesse trovato il modo di mettere ancora alle strette i Romani da un lato e, dall'altro, per eseguire la vendetta ormai decisa. La sua fermezza avrebbe di nuovo fatto nascere il terrore a Roma, perch colui che era stato punito in quel modo aveva diritto al risarcimento della propria anima. Lui, Annibale Barca, nonostante tutto e nonostante tutti i Romani, sarebbe stato risarcito. Roma avrebbe compreso con timore che Annibale non si sarebbe fermato davanti alla morte n dinanzi alla tortura del fratello. I Romani avrebbero inteso che con lui c'era un'unica pace possibile, che presupponeva la resa di Roma o che Roma lo annientasse. Quel giorno, mentre entrava nella sua tenda e si sedeva su un sedile ricoperto di pelli di leone portate dall'Africa, Annibale decise che persino la caduta di Cartagine non avrebbe comportato la fine della guerra. Una Roma che combatteva in quel modo non meritava di dominare il mondo. Lui avrebbe lottato fino alla fine. Solo le divinit sapevano chi sarebbe stato il pi forte. O forse nemmeno loro lo sapevano, e si divertivano a contemplare la lotta. Si serv una coppa di vino. Gli schiavi non erano entrati per rispetto, lui lev la coppa in aria e brind guardando il cielo.
Spero che vi stiate divertendo, di del mondo, romani e cartaginesi, spero, Baal, che provi piacere e svago in questa guerra, perch qui, ormai da tempo, si sente solo la stanchezza della battaglia e la sofferenza per gli esseri amati persi in combattimento. Prima mio padre e poi mio fratello. Ma ormai non importa. Non m'importa pi niente. Bevve avidamente dalla coppa e la vuot. Si serv di nuovo e di nuovo brind guardando il cielo. Sedetevi tutte, divine creature che reggete i nostri destini, perch se per caso pensate che questa lotta tra Roma e me possa concludersi, ora vi dar una notizia che forse vi sorprender: questo non  che l'inizio,  soltanto l'inizio.
E Annibale vuot di nuovo la coppa. Si guard la mano destra ricoperta di anelli consolari, poi si ferm a contemplare l'anello con il turchese che brillava al suo dito mignolo. Era diverso dagli altri, d'argento e incastonato in una pietra che si poteva aprire per estrarre una polvere dal suo interno. Per la prima volta nella sua vita, Annibale pens di suicidarsi, ma quell'idea pass in fretta. Gli restava il fratello Magone. Lui avrebbe dovuto rimpiazzare Asdrubale e attaccare da nord. Il piano non era fallito del tutto, aveva solo subto un arresto.
Fuori la pioggia si stava facendo torrenziale. Pioggia sui vivi, come se tutti gli di di Cartagine non facessero che piangere e piangere.

27. ANSIA.
Tarraco, dicembre del 207 a.C.

Publio stava in piedi con le mani appoggiate sul tavolo del tablinum della sua domus di Tarraco. Nella testa, il ricordo della lettera ufficiale del Senato con la notizia della morte di Asdrubale Barca. Ci avrebbe dovuto significare un punto di flessione in quella guerra, tuttavia n Annibale aveva abbandonato l'Italia n lui era riuscito a sbloccare la situazione in Hispania. Sapeva che suo fratello Lucio era riuscito a conquistare la citt di Orongis con le sue miniere e che Giscone si era ritirato, eppure sentiva che tutto era avvolto da una calma strana, incerta. Cartagine non dava alcun segnale di sfinimento e tutto sembrava indicare che la guerra sarebbe continuata, come se la battaglia sul Metauro non avesse avuto luogo. Ora Annibale stava soffrendo nelle proprie carni il sangue versato della sua stessa famiglia, come anni prima era accaduto a lui, quando aveva subto l'uccisione del padre e dello zio per mano di Asdrubale Barca. Quanti ancora sarebbero morti da una parte e dall'altra, finch il Senato di Roma o il Senato di Cartagine puntavano i piedi? Publio aveva l'indefinibile sensazione di essere sul punto di perdere la prospettiva sulle origini o sul fine ultimo di quella contesa, scoppiata quando lui aveva appena diciassette anni. Ora che di anni ne aveva ventotto, pur con decine di migliaia di soldati morti da entrambe le parti, la guerra continuava a dilatarsi nel tempo.
Ma  vera la faccenda della decapitazione di Asdrubale? chiese Emilia dalla soglia del tablinum. La piccola e delicata figura si era affacciata tra la parete e la tenda che separava lo studio dall'atrio.
Da quando era tornato dal Sud dell'Hispania, non aveva avuto il tempo di condividere con lei, com'era sua abitudine, le ultime informazioni da Roma. Publio sollev lo sguardo dalle mappe, ma non smise di appoggiarsi al tavolo con le mani.
Cos sembra.
Non credo sia stata una buona idea: infierire cos sul fratello di Annibale, intendo dire. Esit prima di aggiungere: ...Bench sia stato lui a uccidere tuo padre e tuo zio.
Un errore, s conferm Publio, serio. Io, al loro posto, non l'avrei fatto. A Roma si sbagliano. Asdrubale ha battuto mio padre e mio zio in battaglia, qui gli hanno tagliato la testa da morto e l'hanno gettata nell'accampamento di Annibale, facendo di sicuro inferocire il generale cartaginese. A essere sincero in questo momento mi fa piacere essere in Hispania, cos lui capir che noi non abbiamo niente a che vedere con la vicenda di suo fratello.
Come credi che avr reagito? chiese Emilia.
Publio corrug la fronte e medit prima di rispondere.
Non lo so, ma sono sicuro che cercher di scoprire il colpevole e gli dar la caccia. Io lo farei.
Dicono che sia stato Nerone osserv la donna.
S. Publio smise di appoggiarsi sul tavolo e si sedette sulla poltrona. Emilia rimaneva sulla soglia. S, pu essere che gliene sia venuta voglia da quando Asdrubale lo beff in Hispania sfuggendogli da quella gola, ma non mi torna.  qualcosa di troppo contorto. Ora parlava tra s, come se nessuno lo ascoltasse. Troppo contorta per essere un'idea di Nerone... Ma non  un nostro problema ed  vero che la guerra trasforma la gente. Ormai siamo in guerra da troppi anni...
Emilia sent che Publio, senza saperlo, stava parlando anche di se stesso. Da quando era tornato dal Sud avevano scambiato a malapena qualche parola. Le sembrava che il marito avesse tempo soltanto per i suoi ufficiali, perch fossero garantiti i rifornimenti delle truppe per l'inverno, definiti i piani di una nuova campagna... Era come se avesse fretta di mettere fine a tutto e l'unico modo che avesse trovato fosse quello di preparare una grande campagna finale contro Giscone. Era un po' spaventata, ma non sapeva come dirlo a Publio, n sapeva se dirglielo.
Come va? domand infine a voce bassa.
Gli occhi di Publio misero a fuoco la figura della moglie. Era come se arrivasse da qualche luogo lontano.
Bene, bene. Sto per mandare Lucio a Roma con il bottino di Orongis e i prigionieri cartaginesi. Il Senato deve capire che qui facciamo progressi, bench abbia fatto scappare Asdrubale verso nord quando ancora non avevamo rinforzi a sufficienza. Inoltre ho bisogno che Lucio da Roma mi informi sulle manovre di Fabio Massimo al Senato. E poi devo organizzare un attacco frontale contro Giscone.  durata abbastanza. Siamo in Hispania ormai da tre anni e l'obiettivo  l'Africa. Publio inizi a parlare pi in fretta. Africa. Tutto questo tempo in Hispania ci distrae da ci che  davvero importante.
Emilia capiva di disturbare il marito, ma la paura la rendeva ancora pi curiosa.
Se invii Lucio a Roma, la prossima primavera potrai contare su Lelio?
Publio le rivolse uno sguardo intenso. Lei abbass gli occhi.
No disse il generale romano con durezza. Emilia accenn ad andarsene e Publio si sent in colpa con la moglie, cos complet quella risposta secca con alcune parole pronunciate in tono pi dolce. Non fare caso ai miei modi, Emilia, sono stanco e nervoso. Voglio terminare questa guerra e voglio farlo al pi presto. Tu stessa mi hai fatto giurare che sarebbe finita il prima possibile ed  a questo che mi sto dedicando, affinch nostro figlio non debba pi affrontare Annibale, perch non erediti da me quanto ho ricevuto da mio padre e da mio zio. Su Lelio non potr contare, almeno non in prima linea, perch da quel nostro scontro a Baecula  strano, distante. Il fatto che Asdrubale sia arrivato in Italia in parte gli d ragione, anche se continuo a pensare che a suo tempo abbiamo fatto bene a non seguirlo perch non avevamo truppe a sufficienza, ma questo ormai  il passato. Ho a disposizione Silano e Marcio, Trebellio e Digizio, e Mario. Sono tutti tribuni e centurioni eccellenti. E fidati. Potr condurre la campagna di primavera con loro.
Emilia avrebbe voluto difendere Lelio e intercedere per lui, cercando di placare la collera del marito. Nel fondo della sua anima era sicura che senza Lelio la vittoria finale sarebbe stata impossibile, ma erano ancora arrabbiati l'uno con l'altro per una stupida discussione e l'orgoglio di entrambi aveva eretto un muro invalicabile. Un muro che restava l, come se qualcuno lo alzasse in gran segreto, ma Emilia non capiva chi potesse volere una cosa simile e meno ancora il perch. Cos assent e dissimul la preoccupazione con un sorriso, poi la sua piccola sagoma scomparve tra le tende.
Publio rest seduto a contemplare le mappe, mentre tentava di decidere quale sarebbe stata l'enclave perfetta dove organizzare una battaglia campale contro Giscone. Era stufo di combattere e combattere senza fine. I suoi occhi si fermarono sulla localit di Ilipa. Aveva fretta. L'Hispania lo teneva lontano dall'Africa. Fretta. Ansia.

28. UN ASTUTO CONSIGLIO.
Gadir, Iberia, dicembre del 207 a.C.

Giscone, seduto di fronte alla sua tenda, meditava. Non era contento, ma non si sentiva nemmeno sconfitto. Orongis era caduta, gli Iberi reclutati da Magone e l'esercito del generale Annone erano stati massacrati dai Romani. Lo stesso Annone era stato catturato e ora doveva gi trovarsi, in catene, sul fondo di qualche quinquereme nemica diretta a Roma. Giscone sorrise. Che imbecille. Diventato di recente generale e di recente arrivato in Iberia, l'impetuoso Annone credeva che far fuori il nuovo generale romano sarebbe stato un gioco da ragazzi. Quanto a Magone, come del resto suo fratello maggiore, si arrangiava a sopravvivere scappando. Cosa che non era riuscita all'altro loro fratello, Asdrubale. La sconfitta del Metauro era stata un duro colpo per Cartagine, ma per la famiglia dei Barca era anche peggio. Annibale aveva appena perso uno dei suoi due fratelli, gli unici generali dei quali si fidava davvero, insieme a Maarbale. Ma Cartagine era pi che i Barca. Tanto per cominciare c'era lui: Giscone. Ben presto i Romani avrebbero compreso che non dovevano temere solo Annibale, ma anche l'altro generale. Con Asdrubale Barca morto, il suo esercito annientato, Magone ripiegato e quasi senza truppe, e Annone prigioniero dei Romani, la lotta contro il giovane Scipione in Iberia era senza dubbio cosa sua.
Tuttavia Giscone aveva qualche dubbio. Aveva ricevuto notizie da Cartagine. Il Senato punico era disposto a effettuare nuove leve e a inviare truppe di rinforzo, stavolta solo sotto il suo mandato, ma anche cos non sarebbero bastate per affrontare un generale romano che poteva contare su appoggi sempre maggiori tra gli Iberi. Il generale cartaginese Asdrubale Giscone decise di fare ci che faceva sempre quando era confuso. Si alz e si diresse verso la tenda della figlia.
Sofonisba lo ricevette avvolta in una sottile tunica di lana bianca immacolata che contrastava con la tonalit scura della pelle morbida. Aveva i lunghi capelli neri sciolti, pettinati di recente, lisci, brillanti. Il braccio sinistro era avvolto dal prezioso bracciale di oro e rubini a forma di lungo cobra. Massinissa sarebbe stato contento se l'avesse visto, ma Giscone sapeva che la figlia lo indossava solo in privato. La giovane godeva nell'accettare regali dal giovane capo dei Massili, per poi disdegnarlo davanti a tutti. Godeva nel torturarlo.
Mio padre cerca consiglio disse Sofonisba con un sorriso di soddisfazione, mentre si stirava pigramente tra i cuscini della tenda dove giaceva semisdraiata. Mi rallegro, perch  cos noioso stare qui... da sola...
Come fai a sapere che cerco consiglio?
Perch, caro padre, tu vieni qui o per rimproverarmi, se mi sono mostrata troppo ai tuoi soldati, o quando cerchi consiglio. E oggi non sono uscita. Ero pigra. Montare a cavallo, la polvere delle strade... troppo sforzo.
Giscone si sedette su una piccola sedia di fronte alla figlia.
E sia, cerco consiglio.
Sofonisba si mise ben diritta sui cuscini sparsi sul pavimento della tenda.
Ti ascolto, padre.
Giscone la guardava. Si sorprendeva sempre di venire l, a commentare con una ragazza di appena diciannove anni i propri piani e i dubbi, ma da sempre, fin dall'adolescenza, Sofonisba sembrava avere un dono speciale per dare consigli. Non importava di cosa si trattasse, strategia militare o politica; e suo padre - uomo pragmatico come nessun altro - non aveva obiezioni n provava vergogna a recarsi da lei in cerca di qualche idea. E quasi sempre usciva da quella tenda con un nuovo modo per affrontare i problemi, con un piano al quale non aveva pensato. Cos Giscone rivers sulla giovanissima figlia tutti i dati della guerra contro i Romani in Iberia: le legioni di cui disponeva il generale Scipione, il recente disastro della sconfitta di Annone e Magone, la possibilit di ricevere altri rinforzi da Cartagine, la crescente popolarit del generale romano tra i gli Iberi...
Non occorre che tu continui, padre lo interruppe Sofonisba mentre si abbandonava su un fianco tra i cuscini e fissava distratta il prezioso gioiello regalatole da Massinissa.  molto chiaro ci che devi fare.
Giscone la guard incredulo. Era abituato alle burle di sua figlia e alla sua costante aria di superiorit. Glielo concedeva e non lo disturbava neanche, ma ci che non capiva era come potesse avere le idee cos chiare. Sofonisba prosegu. Sapeva che suo padre, come tutti gli uomini, come i bambini, aveva bisogno che le cose evidenti gli fossero spiegate con molta calma.
Eravate in superiorit numerica rispetto al generale romano, ma a poco a poco l'avete persa: dapprima se ne  andato Asdrubale, con gran parte dell'esercito, per farsi uccidere in Italia, poi Magone e Annone hanno mostrato la propria incapacit e hanno perso numerose truppe... Padre mio, tu almeno, con la tua cautela, hai conservato gran parte dell'esercito e su di esso devi porre le fondamenta della nostra vittoria.  vero per che il romano  sveglio e ha saputo accattivarsi il favore di molti popoli iberici. Ora avete lo stesso numero di truppe, anche se con le nuove leve forse lo supererai di nuovo, ma sia ben chiaro che hai bisogno di quanto lui ha gi ottenuto, padre.
E Sofonisba tacque. Giscone alz verso l'alto i palmi delle mani, ma siccome la figlia si era distratta per ammirare lo scintillio del suo prezioso braccialetto, non seppe far altro che insistere.
E di cosa avrei bisogno?
Padre, hai bisogno di pi Iberi. I tuoi soldati africani saranno tanti quanti sono i suoi legionari, ma non puoi permetterti di dargli battaglia senza ottenere i rinforzi degli Iberi. Hai bisogno di pi Ispanici.
A questo avevo pensato anch'io ribatt Giscone, irritato, anche se non era sicuro che quello fosse il suo punto pi debole. La questione  come ottenerli.
Sofonisba lo guard, inarcando le sopracciglia e sospirando, come chi si sforza di essere infinitamente paziente.
Chiedili a Imilce, padre.
Giscone corrug la fronte e rimase in silenzio. Sofonisba aggiunse qualche precisazione.
Sono anni che ti prendi cura di lei. Che almeno, per una volta nella sua vita, ti sia utile. Imilce  la moglie di Annibale,  una principessa iberica, la figlia del re di Castulo, o almeno di questo si vanta. Se ottieni che chieda aiuto ai genitori, i suoi non glielo negheranno. Tu non mi neghi mai niente. Sono sicura che i suoi genitori con lei faranno lo stesso, se non per amore nei confronti della figlia, almeno per timore nei tuoi confronti. O, altrimenti, per un timore anche pi grande.
Giscone la guard con occhi indagatori.
Per timore di Annibale concluse Sofonisba, divertita nel vedere come quelle parole avessero ferito l'amor proprio del padre.
Ma Giscone, a forza di esperienza, era diventato abile nell'incassare le frecciate sempre pi pungenti della figlia riguardo le sue minori capacit rispetto ad Annibale. La cosa fondamentale era che, tanto per cambiare, Sofonisba aveva ragione. Perci annu senza dire niente e si diresse verso l'ingresso della tenda.
La ragazza allora si alz con un balzo, come una leonessa dinanzi al pericolo imminente.
Padre, disse, e lui si ferm senza voltarsi le mie ultime parole erano uno scherzo. Per so che paragonarti ad Annibale  una delle poche cose che ti incitano a essere pi valoroso.
Il generale si volt e fece un cenno affermativo con la testa, con un'espressione gi pi rilassata. La giovane torn ai suoi cuscini. Doveva controllare i suoi attacchi, a volte temeva di tirare troppo la corda.
Imilce stava scrivendo sotto lo sguardo attento di Giscone. Il generale aveva insistito che quegli sforzi erano fondamentali. Al principio la giovane principessa iberica aveva pensato di rifiutarsi, ma non sapeva come giustificare il fatto di non voler chiedere aiuto per il generale cartaginese. Giscone insisteva che chiedesse quelle truppe a nome suo e a nome di suo marito, Annibale. La giovane, proprio come lui, sapeva che in quel modo i genitori non avrebbero rifiutato, anzi avrebbero inviato i loro guerrieri migliori. Ma non solo, avrebbero riunito uomini di tutte le citt e dei paesi dei dintorni. Lo avrebbero fatto per lei. Forse alla fine aveva senso. Magari quei rinforzi, insieme a tutte le truppe cartaginesi, avrebbero ottenuto la sconfitta del giovane generale romano, come avevano gi fatto un tempo, e l'Iberia si sarebbe liberata dai Romani, rimanendo sottomessa ai Cartaginesi, questo s, ma con le sue citt protette dalle alleanze con il generale punico pi potente. Eppure... Quando Imilce gli allung la tavoletta di cera e vide come il generale l'afferrava dalla sua mano, ebbe paura.
Se non rispondono come devono, farai una brutta fine.
La giovane non disse niente. Si limit a fissare il generale che usciva dalla tenda. Dal suo carcere. Imilce non temeva per se stessa, sapeva che i genitori avrebbero risposto con tutto quello che possedevano e anche di pi. Avrebbero portato cavalli, vettovaglie e armi. Temeva per loro, per tutto il suo popolo. Aveva la strana sensazione di non aver scritto una semplice lettera, bens di aver stilato una sentenza di morte.

29. PEGGIO DELLA MORTE.
Canusium, Italia, dicembre del 207 a.C.

Il freddo dell'inverno si faceva sentire in tutto l'accampamento. Annibale usc dalla tenda e si avvicin a uno dei grandi fal che gli uomini avevano acceso per riscaldarsi all'alba mentre si distribuiva il rancio della colazione. Al suo avvicinarsi, il gruppo di Africani e Iberi che si erano accalcati intorno al grande fuoco si scost per lasciare uno spazio prudenziale. La dura figura di Annibale si stagliava al tremolio delle fiamme, proiettando una lunga ombra sulle terre di Canusium. Il sole non era spuntato e il fulgore delle fiamme era ancora intenso. In un altro momento la maggioranza dei soldati che avevano fatto posto al loro generale se ne sarebbe andata a cercare il calore di un altro fuoco, ma in quei giorni di incertezza e di dolore sembrava che trovassero pi riparo nell'osservare la figura energica di Annibale, risoluto e sereno, che si fregava le mani davanti ai tizzoni ardenti. Solo uno fra tutti os avvicinarsi al grande capo. Maarbale avanz fino a posizionarsi accanto al generale, ma sempre mantenendo qualche passo di distanza.
Nerone ci ha inviato due dei nostri, due soldati che erano sul Metauro. Vorr che ci raccontino quello che  successo l per... Maarbale s'interruppe, ma Annibale concluse la frase al posto suo senza smettere di guardare il fuoco.
Per farci avere il resoconto completo della nostra sconfitta al Nord, non  cos? E si gir a guardare il suo luogotenente.
Suppongo sia cos. Perch, altrimenti, liberare due dei nostri? Abbiamo anche saputo che Crispino, il console che accompagnava Marcello a Venusia,  morto per le ferite riportate in quella battaglia. Aggiunse quelle parole nella speranza di offrire qualche motivo di conforto al generale.
Annibale si gir di nuovo verso le fiamme e annu prima di parlare.
Sono buone notizie, ma ora ci che conta sono i messaggeri dei quali mi hai parlato. Portateli qui. Poco importa cosa abbiano da aggiungere. Nulla sar peggio di quanto abbiamo gi visto. Di colpo il tono di Annibale smise di essere monocorde, stanco, e acquist un timbro vivo, intenso ...Ed  possibile che riusciamo a scoprire qualche cosa di interessante.
Maarbale fece per andare, ma era un po' confuso. Conosceva bene il timbro risoluto che aveva appena ascoltato e lo aveva stupito sentirlo, quando il generale avrebbe dovuto essere ancora abbattuto per la morte del fratello e, in particolare, per le modalit di quella morte. Che cosa sperava di scoprire il generale parlando con quegli uomini? Se Nerone glieli aveva mandati, era solo per accrescere ancora di pi il suo dolore. Forse era la notizia della morte di Crispino che, in fin dei conti, lo aveva animato un po'. La voce del generale lo raggiunse dal fal.
Sono Africani, Iberici o Galli... intendo i prigionieri? chiese Annibale.
Africani, mio generale.
Bene. Saranno sempre pi affidabili che gli Iberi o i Galli.
Maarbale attravers l'accampamento concentrato nei suoi pensieri. Alla porta principale si imbatt nei prigionieri africani. Ordin loro di seguirlo. Gli uomini appena liberati camminavano a testa bassa, sotto gli sguardi di ripulsa dei veterani di Annibale. Sapevano ci che ciascuno di quei guerrieri esperti pensava di loro: Stiamo resistendo da undici anni contro i Romani e voi cadete al primo combattimento, ora cosa faremo senza rinforzi? Ora cosa faremo?.
I due africani camminavano con un certo sforzo, poich entrambi erano feriti, uno al costato e l'altro a una gamba. I medici romani avevano ricucito le ferite in modo rapido e poco accurato. A loro preoccupava soltanto che sopravvivessero qualche ora, quanto bastava per trasmettere quel messaggio d'orrore. Quello che sarebbe successo dopo non gli interessava. Sfiniti, giunsero al cospetto di Annibale.
Il sole era sorto e cavalcava sopra l'orizzonte, mentre il fal stava morendo alle spalle del generale. Annibale esamin quei soldati: mostravano entrambi tatuaggi alle braccia e alle gambe, secondo il costume dei soldati della sua patria. Allo stesso tempo, in accordo con le abitudini degli eserciti africani, indossavano una lunga tunica bianca serrata da una cintura dalla quale ormai non pendeva nessuna arma. Le teste rasate basse, chine al suolo, nascondevano la tradizionale barbetta comune in quelle unit. Erano uomini che ancora mantenevano legami con le loro origini, molto diversi dalle sue truppe africane che, dal tanto combattere prima in Iberia e poi in Italia, ormai calzavano e vestivano con un amalgama quanto mai vario di calzature, indumenti, armi d'attacco e di difesa, prodotto dei bottini delle loro passate vittorie. Quegli sconfitti gli ricordarono di colpo che esisteva una patria lontana, il cui nome era Africa; ma ora non aveva tempo per la malinconia.
Raccontatemi cosa  successo.
I due soldati si guardarono. Alla fine il pi anziano, sulla quarantina, che era ferito al costato, inizi il penoso resoconto in modo un po' sconnesso, poich la ferita iniziava di nuovo a sanguinare e sembrava che gli mancasse il respiro.
All'inizio andava bene, mio generale... La nostra falange di Africani, Africani e Iberi, stava costringendo alla ritirata i Romani sulla loro ala sinistra... E pensare che erano pi numerosi di noi, ma i Galli... I Galli, i Liguri non intervenivano quasi... poi hanno detto che il terreno era roccioso, complicato... Si vede che un generale romano, Nerone, cos dicono... stava di fronte ai Galli e nel vedere che non c'era quasi combattimento in quella zona vi ha portato parte dei suoi uomini e ha circondato le sue stesse truppe dalla retroguardia... E allora  arrivato fino alla nostra falange destra, che avanzava, e ci ha attaccati sul fianco e da dietro... Ci massacrava e volevamo ripiegare, ma i Galli non collaboravano... Dopo  stato tutto un disastro... cadevano a migliaia... Tutto l'esercito  perduto, morto, fatto prigioniero o in fuga verso il Nord...
Il soldato s'interruppe e si pieg in avanti con la mano al costato. Annibale lo guard attento. La tunica di lana bianca era zuppa di sangue fresco. Quell'uomo non stava fingendo il proprio dolore.
E mio fratello? chiese.
Il soldato pi giovane stava per rispondere, ma il veterano si era ripreso e raddrizzandosi ripart con il racconto.
Il generale Asdrubale Barca ha lottato con grande valore, mio signore, ha combattuto in ogni momento e in diverse occasioni  riuscito a ricostituire le nostre linee, ma quando tutto era perduto non ha voluto fuggire... Si  lanciato al galoppo contro le fila romane ed  l'ultima cosa che abbiamo visto di lui fino a...
E qui il soldato interruppe la narrazione, ma non perch gli mancasse il respiro.
Fino a...? indag Annibale, impaziente.
Questa volta il giovane prese il testimone pi in fretta.
Fino al giorno dopo, mio generale. All'alba i Romani hanno riunito tutti i prigionieri e abbiamo visto come trascinavano il corpo di Asdrubale, del generale voglio dire, e lo gettavano davanti a noi. Il suo corpo era trafitto da un mucchio di frecce e da una lancia. Lo hanno lasciato l, davanti a noi, perch sapessimo quello che gli era successo...
Ma non osavano toccarlo, mio generale lo interruppe il soldato veterano con rinnovato vigore. Non sappiamo perch. Credo che non sapessero cosa fare con lui. Cos fino a mezzogiorno. Poi sono arrivati alcuni messaggeri da Roma, uno dei consoli si  avvicinato al cadavere e ha ordinato che gli tagliassero la testa. Questo  successo. Non abbiamo potuto farci niente. Mi dispiace molto, mio generale, mi dispiace...
E il veterano si riport la mano al costato per tentare di contenere l'emorragia, mentre si inginocchiava e ripeteva con insistenza le sue ultime parole.
Mi dispiace, mio generale... Mi dispiace... Mi dispiace davvero...
Il guerriero pi giovane non comprendeva del tutto, ma pens fosse meglio imitare il compagno pi esperto e si inginocchi a sua volta, aggiungendo le proprie scuse a quelle del compagno.
Dispiace molto anche a me, mio generale.
Annibale si rivolse al veterano.
Quindi non hanno toccato il corpo di mio fratello finch non sono arrivati i messaggeri da Roma?  cos, soldato? Pensaci bene, ho bisogno che tu mi dica la verit su questo punto, ne ho bisogno, per Baal, Tanit e tutti gli di. Pensaci bene.
Il soldato tacque un istante e alla fine, sollevando lo sguardo, si rivolse al generale.
 andata proprio cos. Tale e quale come lo abbiamo raccontato. E abbass di nuovo la testa
Annibale si gir verso il fal ormai inesistente. Il sole illuminava il mondo. La vita continuava come se non fosse successo nulla, quando invece tutto era cambiato. Il generale in capo delle truppe cartaginesi inspir e poi espir l'aria con forza. Parl senza guardare nessuno, in piedi, con gli occhi socchiusi verso il sole.
Portate via questi uomini e curate le loro ferite.
I due guerrieri si ritirarono quasi in ginocchio, ringraziando e chiedendo perdono, le due voci che si sovrapponevano. Maarbale si rivolse ad Annibale con un tono di scoramento totale.
Ora siamo proprio sicuri che la sconfitta  stata assoluta.  quello che voleva Nerone e non abbiamo saputo niente di pi. Gli uomini, soprattutto il veterano, sembravano sinceri.
Annibale fece un cenno con la mano al suo luogotenente perch lo seguisse e s'incammin verso la tenda. Una volta all'interno, lontano dagli sguardi di tutti, si sedette su un grande sedile di legno di pino, ricoperto di pelli di lupo, e si concesse un sospiro e una smorfia di delusione. Maarbale comprese che il generale non voleva farsi vedere cos dai soldati. Fu tuttavia solo questione di qualche istante, poi di colpo l'espressione di Annibale torn grave e preoccupata, ma con una traccia di ribellione, poche gocce di resistenza che alimentavano la sua anima ben oltre la disperazione e lo sfinimento. Quando inizi a parlare, Maarbale cap pi che in qualsiasi altro momento della sua vita al fianco di quell'uomo perch Annibale fosse Annibale, perch l'onnipotente Roma fosse rimasta in ginocchio davanti a lui e perch le sorti della guerra non fossero ancora decise.
Abbiamo perso una battaglia, Maarbale, non la guerra. I Romani sono soddisfatti,  logico. Per loro  stata una grande vittoria e per noi una sconfitta terribile, particolarmente dolorosa per me, ma via via che il tempo dilater la nostra ritirata, ogni nuovo giorno che ci tratterremo in Italia sar un giorno in pi da sommare all'angoscia straripante che abbiamo fatto vivere ai Romani. L'angoscia accumulata produce effetti devastanti. Asdrubale  caduto, questo  vero, per ci resta Magone in Iberia; ci resta persino l'ambizioso Giscone. Ci restano ancora generali e risorse. E ci resta la guerra. I Romani sono riusciti a prolungare la battaglia, per ora sono impazienti di concludere la contesa. A differenza loro, io ormai non ho alcuna fretta. Prima, s. C' stato un momento in cui ho pensato che una guerra rapida sarebbe stata meglio, ma ora il tempo, il prolungamento della guerra, gioca in nostro favore. Cercheremo un rifugio a sud e una volta ancora attenderemo rinforzi, assestando colpi qua e l. Finch la guerra  nelle loro terre, saranno queste a rimanere incolte, saranno le loro fattorie che razzieremo, saranno le loro citt a subire i nostri assedi, saranno i loro alleati a dover decidere in ogni istante se continuare a essere fedeli o cedere ai nostri attacchi. Annibale aveva parlato come un fiume in piena. Tacque per qualche istante e respir un paio di volte prima di continuare. Inoltre credo che dalle parole di quegli uomini abbiamo scoperto qualcosa in pi sulle intenzioni di Nerone.
Maarbale non disse niente, ma spalanc gli occhi con aria incuriosita e indagatrice. Il suo generale non esit a soddisfare la sua curiosit.
Ora, soltanto ora, sappiamo, so, che non  stato Nerone a ideare la decapitazione di mio fratello. No, non guardarmi con quell'espressione incredula. So ci che pensi: Nerone era risentito contro mio fratello perch gli era scappato da quella gola in Iberia,  vero,  possibile, ma se un uomo si lascia trasportare dal risentimento agisce all'istante. Se fosse stato Nerone a umiliare e offendere il corpo di mio fratello, gli avrebbe tagliato la testa non appena trovato il cadavere. Ma ora sappiamo che non  andata cos, sappiamo che  trascorso un giorno intero e che, solo dopo l'arrivo dei messaggeri da Roma, si  agito in tal senso. Qualcuno, Maarbale, qualcuno ha ordinato a Claudio Nerone, console di Roma, di tagliare la testa di mio fratello e di gettarla nel nostro accampamento di Canusium.
Maarbale inizi ad annuire, ma sulla sua faccia si leggeva ancora qualche dubbio.
Ma chi pu dare ordini a un console? Il Senato?
Potrebbe essere... Magari a un console qualunque, in un momento difficile,  possibile, ma non a un console che ha appena ottenuto un'enorme vittoria. No, c' un solo uomo a Roma con l'ascendente sufficiente per poter ordinare un oltraggio tanto umiliante come decapitare un generale nemico e catapultarne la testa perch la veda suo fratello. Solo qualcuno che  stato console in innumerevoli occasioni e persino dittatore di Roma, solo chi ha dichiarato questa guerra nel nostro Senato di Cartagine, solo qualcuno di cos temerario pu osare tanto, e c' solo una persona cos potente e contorta a Roma.
Quinto Fabio Massimo concluse con sicurezza Maarbale.
Quin-to Fa-bio Mas-si-mo ripet sillabando Annibale Barca.
Il silenzio che segu era carico di tensione. Il luogotenente valutava con attenzione quelle parole.
Potremmo ordinare un attacco contro di lui, come abbiamo fatto contro il console Marcello, ma Fabio ormai quasi non esce da Roma, e in citt circola sempre molto protetto. Ho sentito dire che la sua dimora, nei dintorni di Roma,  un'autentica fortezza.
Annibale annuiva piano.
Non importa, perch non  la sua morte che voglio, non mi darebbe soddisfazione assassinare un anziano e abbreviare la sofferenza intrinseca che porta con s la vecchiaia. No, la lenta morte dell'et... quella gliela lascio, perch se la goda con diletto. No, Maarbale, dobbiamo trovare qualcosa che a Fabio Massimo faccia pi male della sua stessa morte.
Maarbale iniziava a seguire il ragionamento del generale.
Annibale e il suo secondo parlarono a lungo e intensamente, quella mattina. Nessuno li disturb per tre ore.
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30. VOTI DAMNATUS, VOTI CONDEMNATUS.
Accampamento romano vicino a Tarraco, dicembre del 207 a.C.
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Nella penombra di una tenda militare, alla tenue luce di una candela, Gaio Lelio, sdraiato su un giaciglio di paglia coperto di pelli di pecora, accarezzava i capelli sciolti, lunghi e morbidi della sua fedele schiava egizia. Il respiro tranquillo della ragazza rappacificava il mare turbolento di emozioni nel quale sembrava annegare la sua anima. Aveva trascorso gran parte di quella campagna nell'accampamento anzich a Tarraco. E al fronte non era desiderato. Publio continuava a prescindere dai suoi servigi e, da come si stavano sviluppando gli eventi, con le brillanti vittorie di Lucio, il fratello del generale, e di Silano, il nuovo tribuno assegnato alle truppe d'Hispania con i rinforzi che Lucio era riuscito a ottenere, risultava chiaro che il generale non aveva affatto bisogno del suo aiuto. Era curioso. Tutto ci smontava l'argomentazione che Fabio Massimo aveva utilizzato per cercare di infrangere la sua fedelt a Scipione. Fabio aveva insistito pi e pi volte sul fatto che le grandi vittorie di Publio si dovevano al suo intervento, come il salvataggio di suo padre sul Ticino o la presa di Carthago Nova, ma dai tempi di quella conversazione con il vecchio console e senatore di Roma Lelio aveva avuto modo di analizzare le cose. No, l'autentico stratega era Publio e non necessitava del suo aiuto n di quello di nessun altro. Aveva solo bisogno di truppe e di ufficiali fedeli. Cos avrebbe raggiunto tutti gli obiettivi. Di sicuro era per quello che Fabio lo temeva tanto.
Rimaneva la campagna della primavera successiva. Publio cercava uno scontro definitivo con le truppe di Giscone e Magone. Aveva fretta di andarsene dall'Hispania. Lelio lo presentiva. Publio continuava a essere stregato dalla propria idea, dall'idea del padre e dello zio di portare la guerra in Africa. Una follia secondo tutti. E lui... lui stesso ormai non sapeva cosa pensare. Publio aveva visto giusto in molte cose. Forse avrebbe avuto ragione anche questa volta. Forse no e, se cos fosse stato, avrebbe condotto alla morte, all'annientamento totale, chiunque l'avesse seguito. In tal caso, lui sarebbe stato comunque sulle imbarcazioni che navigavano alla volta dell'Africa, sempre al seguito di Publio, sempre con lui.
Netikerty si mosse. Si allungava per prendere un angolo della coperta e coprire il suo corpo nudo. Lo distrasse. Netikerty. La dolce Netikerty. Avevano fatto l'amore tutta la sera. Era esausto. Lei era l'unica cosa che restava a dargli forza nella vita. Non avrebbe mai pensato di soffrire tanto per l'allontanamento da Publio, ma gli doleva all'infinito. Aveva solo voluto manifestare la propria idea che far scappare Asdrubale Barca verso la Gallia era un errore e che il Senato l'avrebbe usato contro lo stesso Publio. Era vero che quando l'aveva detto aveva bevuto troppo e si era messo contro lo stesso generale in pubblico, davanti al resto dei tribuni, dei centurioni e dei legionari. Ma ora tutto ci era superato dagli avvenimenti pi recenti. Con Asdrubale Barca morto, il fatto che Scipione l'avesse lasciato andare non sembrava pi tanto importante. Era stato un errore affrontare Publio in pubblico, il generale per poi non era andato a cercarlo. Mai. Da allora solo distacco. Aveva pensato di chiedergli perdono, ma il suo orgoglio glielo impediva e sembrava che Publio fosse mosso a sua volta dall'orgoglio dei patrizi. Ora, per ironia della sorte, Lelio era condannato a difendere la vita di qualcuno che gli parlava appena, di qualcuno che non contava pi su di lui per nessuna impresa davvero importante. Voti damnatus, voti condemnatus. Curiosamente adesso l'unica cosa che lo riconciliava con la vita, la dolce, bella e sempre disponibile Netikerty, gli era stata procurata da Quinto Fabio Massimo.
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FINE Parte 1.